XLI – Rota

By Giacomo Leopardi

O sorda più del mar, nata di scoglio,

Nutrita di velen da le balene;

Deh ferma il passo, e rompi il duro orgoglio.

L'istoria de le lunghe aspre mie pene

Non ti dirò; ch'annoverar sarebbe

Tutte di Libia le minute arene:

Basti saper che ben mi si dovrebbe

Giusta pietà da que' begli occhi onesti,

Onde la fiamma al cor ne venne e crebbe.

So che conosci Alcippe, e che intendesti

Quanto ardea già di me; né mai la volli:

Così l'anima mia legar sapesti.

Omai ti san chiamare i sassi, i colli:

Tante volte io ti chiamo, e così spesso

Son da quest'occhi il dì bagnati e molli.

Io son Sebeto tuo; se pur me stesso

Conosco bene, e tu 'l conosci: ascolta:

Io son quel ch'era dianzi, io son quel desso.

Questa colomba, che a la madre ho tolta

Staman nel nido, e tra fior bianchi e gialli

Questa ghirlanda in mille nodi avvolta

Io t'ho serbato, e questi bei coralli,

Purpurei e bianchi, che del nostro mare

Colsi l'altr'ier ne' lucidi cristalli.

È ombra, anzi non è quel ch'esser pare,

Quel ch'ir ti fa superba: è men d'un fiore,

Che non sarà diman com'oggi appare.

Non vive sempre il bel vivo colore

Del giglio; e in un mattin la spina perde

Il tesor de le rose, il breve onore.

Appena vien tra noi, che si disperde,

E quasi insieme appare e si nasconde,

Mortal beltà, ch'a un punto è secca e verde.

Nettuno è il padre mio, re di quest'onde;

Né pescator è qui presso o lontano,

Che più di me di nasseo reti abbonde.

Chi nuota più? chi più destra la mano

Tiene al pescar; sia pur la notte o 'l giorno;

Sia pur turbato il mar, sia queto e piano?

Deh vieni omai: la piaggia, il lito intorno

Ti chiama meco a l'ombra; ed io ti chiamo,

Di questo lauro di bei rami adorno:

Poiché lasciai per te già l'esca e l'amo.