XLI – Rota
O sorda più del mar, nata di scoglio,
Nutrita di velen da le balene;
Deh ferma il passo, e rompi il duro orgoglio.
L'istoria de le lunghe aspre mie pene
Non ti dirò; ch'annoverar sarebbe
Tutte di Libia le minute arene:
Basti saper che ben mi si dovrebbe
Giusta pietà da que' begli occhi onesti,
Onde la fiamma al cor ne venne e crebbe.
So che conosci Alcippe, e che intendesti
Quanto ardea già di me; né mai la volli:
Così l'anima mia legar sapesti.
Omai ti san chiamare i sassi, i colli:
Tante volte io ti chiamo, e così spesso
Son da quest'occhi il dì bagnati e molli.
Io son Sebeto tuo; se pur me stesso
Conosco bene, e tu 'l conosci: ascolta:
Io son quel ch'era dianzi, io son quel desso.
Questa colomba, che a la madre ho tolta
Staman nel nido, e tra fior bianchi e gialli
Questa ghirlanda in mille nodi avvolta
Io t'ho serbato, e questi bei coralli,
Purpurei e bianchi, che del nostro mare
Colsi l'altr'ier ne' lucidi cristalli.
È ombra, anzi non è quel ch'esser pare,
Quel ch'ir ti fa superba: è men d'un fiore,
Che non sarà diman com'oggi appare.
Non vive sempre il bel vivo colore
Del giglio; e in un mattin la spina perde
Il tesor de le rose, il breve onore.
Appena vien tra noi, che si disperde,
E quasi insieme appare e si nasconde,
Mortal beltà, ch'a un punto è secca e verde.
Nettuno è il padre mio, re di quest'onde;
Né pescator è qui presso o lontano,
Che più di me di nasseo reti abbonde.
Chi nuota più? chi più destra la mano
Tiene al pescar; sia pur la notte o 'l giorno;
Sia pur turbato il mar, sia queto e piano?
Deh vieni omai: la piaggia, il lito intorno
Ti chiama meco a l'ombra; ed io ti chiamo,
Di questo lauro di bei rami adorno:
Poiché lasciai per te già l'esca e l'amo.