XLI

By Francesco Bolognetti

Spero Signor, d'haver trovato il modo

di far contra l'usata mia natura,

quel, che spesso comendo in altri e lodo.

De gli accidenti, a cui con ogni cura

non posso proveder, né con ogni opra,

m'affliggo e cruccio indarno oltra misura.

Veggio l'Europa, ohimé, gir sottosopra,

con la ruina de i fedeli aperta,

se il gran Motor del Ciel non vi si adopra.

Ben questa cosa sovra ogni altra merta,

che a sbaraglio l'haver non sol fia posto,

ma che de l'alma a Dio si faccia offerta.

Cosa che a far sarei pronto e disposto,

quand'io sperassi per la morte mia,

che da noi stesse l'Ottoman discosto.

Ma visto chiaro quanto indarno sia,

se ben sempre mi cruccio e mi dispero,

l'affligermene tanto è gran pazzia.

Perché tutta la notte, e il giorno intero

spendo in vigilie, e perché fuor nel viso

scritto porto l'interno alto pensiero?

Perché rimango dal dolor conquiso?

Perché Heraclito pria debb'io col pianto

imitar, che Democrito col riso?

Così non giovo al publico, ma tanto

abbrevio il tempo al viver mio prescritto,

che né dir, né pensar, potriasi quanto.

Però nessun mai più vedrammi afflitto

per qual si voglia rio nuovo accidente,

che mi sia detto, o d'altri lochi scritto,

s'udirò c'habbia il Turco in Oriente

di navi maggior numero che prima

contra di noi di nuova rabbia ardente.

E io me ne starò cantando in rima

del mio Constante, l'alte e degne imprese,

d'altro nulla facendo, o poca stima.

S'udirò, c'habbia ... prese

l'armi, con gli Angli e coi Germani unito,

per occupar di Fiandra il bel paese;

io tosto fuor di queste mura uscito

fra i Lombardi e gli Insubri e i Cenomanni,

starò la notte e il dì lieto a convito.

S'udirò, che in Messina Don Giovanni

consumi il tempo, mentre il Thrace fello

tutto è rivolto d'Occidente a i danni;

io starò col Sigonio e col Morello

ragionarò di poesia, d'historia

col Sasso, col Velin, col Machiavello,

e se vedrò quella naval vittoria,

di cui non hebbe il mondo unqua maggiore,

sfumando solo al Turco accrescer gloria.

E io me ne starò col mio Signore

Campeggio in dotti e bei ragionamenti;

Campeggio, vero di pietà splendore.

Se fin qui si udiron strida e lamenti

di Coniva, e di Cataro e di Creta,

cadute in man de le nemiche genti,

per star con mente più tranquilla e queta,

sul Ferrarese andrò sera e mattina

cacciando capri, che nessun mel vieta.

Se fia tumulto, uccision, rapina

per discioglier la Lega, o romor tale

in parte o sia lontana, o sia vicina

ne la mia stanza nuova Imperiale

me ne starò con gran piacer, che stanza

non ha Bologna punto a questa eguale.

O nel mio studio, dove in abondanza

son libri, e volgerò diverse carte

greche e latine, come ho spesso usanza.

Ma se mi assalirà pur con nuov'arte

la doglia, contra me volgendo l'armi,

per casi occorsi o in questa, o in quella parte,

io mi difenderò col ricordarmi

del Papa nostro cittadin, che questo

contra gli affanni saldo scudo parmi.

Qual mai più caso rio grave, o molesto,

perturbar mi potrà la mente interna,

talché appaia di fuori afflitto e mesto?

Ringratio a giunte man quella superna

bontà, quella infallibil Providenza,

che ogni cosa qua giù regge e governa;

d'un sì raro Pastor di tal prudenza

dotato che temer non deve il gregge

di lupi, o d'altre fere violenza.

Questi nel conservar la miglior legge,

qual di nome, di fatti e vigilante,

né forse fia giamai chi lui paregge.

Tutte le doti e le pregiate e sante

virtù, con la lor propria e vera idea

raccolte, a gli occhi suoi stanno davante.

Per lui scesa dal ciel la bella Astrea,

già triomphanti adorna il crin d'alloro,

caccia nel centro la licentia rea.

Per lui prender vedrassi ampio ristoro

l'Hesperia tutta, e il ciel chiaro e sereno

farsi, e tornar quell'età prima d'oro.

Per lui tosto vedrem quel nobil Rheno,

che giù da l'Appenin per vepri e dumi

scorrendo, inonda il bel nostro terreno,

e che tributo rende al re de' fiumi,

mentre l'acque arenose altero spande

del sol nascente in contra i chiari lumi,

di picciol farsi a maraviglia grande.