XLII
Già nel mio freddo seno
Serpendo, in mille nodi entro s' aggira,
E da mill' occhi, e mille bocche spira
Angue vorace e fero
Ne le vene, e ne l' ossa il suo veleno,
Da cui conduce ombrato il senso, e nero,
Torbide le sembianze al mio pensiero,
Lasso, e l' alte bellezze, onde soave
Aura il cor trasse, e vita in me nutria,
Quasi maligna, e ria
Aria, che sparga odor noioso, e grave,
A sua morte riceve, e 'l già vitale
Spirto hor l' ancide, e fa rimedio il male.
Novello Argo vivace
Più desto allor, che cieco esser vorrei,
Scorgo l' altrui dolcezze, e i dolor miei,
Così con doppie pene
Invido insieme, e crudo Amor mi sface;
Ma se vinta già l' alma a morir viene,
Tosto ei ripara la cadente spene,
Ch' incerta ancor, mentr' ha sospetto, e fede,
Erge, e dubbiosa rassicura in parte,
Sì che dal mal diparte
Quel ch' è più grave, e 'l men figura, e crede,
Misera, e ne' suoi dubbi ella s' appaga,
Né saper brama, e d' errar sempre è vaga:
Ma di quel vago errore,
Quasi occulti nemici, insidiose
Scopro a danno maggior le frodi ascose,
Che sveglia ardita, e punge
Novella cura addormentato il core,
E per solinghe vie tacita, e lunge
Pur da i pensier altrui, s' interna, e giunge
Là, dove amica in vista, adorna e finge
L' altrui perfidia i suoi celati inganni:
“Scorgi”, dice, “gli affanni,
Folle, ov' incauto il tuo voler ti spinge,
Che da te stesso i tuoi desir delusi
Nodrisci, e 'l proprio error lusinghi, e scusi;
Vedi come cortese
Vaga beltà fallace alma ricopre,
E poscia amare un dolce aspetto ha l' opre;
Vedi com' aspre e fere
Da man, ch' affidi altrui, pungon l' offese,
Ch' ond' ei men teme, inaspettata fere,
E come a mille antiche prove, e vere
Mercé dovuta empio giudicio fura,
Che se a te diella, e del tuo merto è sola,
Ingiusto hor te l' invola,
Né de' suoi biasmi, o de' tuoi torti ha cura,
Vedi, mentr' altri pregia, e te disdegna,
Che 'n imperio diviso Amor non regna;
Sgombra da gli occhi il velo,
Che ne gli affetti tuoi chiuso t' asconde
Qual fra tenebre il lume, e 'l ver confonde
Fra cieche voglie involto,
Che degno è puro cor di puro zelo;
Rendi da i primi lacci homai disciolto
Te stesso a te da fera man ritolto,
E quell' alta radice, in cui sostegno
Ebbe il tuo male, e fe' sì amaro il frutto,
Svella dal fondo in tutto
Giusta vendetta, e generoso sdegno,
Né spander lasci i rami, in sì gentile
Ferace terra, ingrata pianta, e vile”.
Così mi dice, e mostra
Come vana è beltà ch' Amor non orna,
Che quel vivo desio, che 'n noi soggiorna,
Entro un bel volto forma
Le gratie, e le bellezze imperla e inostra,
E di ben vero imaginata forma
Sol chi cede ad Amor move e trasforma,
Et ei signor di voluntarie voglie
Dolce combatte, e vince aspro, e superbo,
E regge allor più acerbo
L' imperio suo, che 'n pace altri l' accoglie,
Debil guerrier di forze inferme e lente
A chi contrasta, e forte a chi consente.
Ecco ch' io già discioglio
Gli antichi nodi, e nuovi homai non temo,
Sì del passato duol pavento, e tremo,
E qual sicuro in porto
D' alta tempesta le reliquie accoglio
Saggio nocchier da' primi rischi accorto,
E i miei sparsi pensier chiamo, e conforto,
Che, se talor di cara usata gioia
Le già spente faville avviva e desta
A le mie paci infesta
Dolce memoria, e i miei riposi annoia,
L' alma la scaccia, e 'n van d' opporsi prova
Vecchia dolcezza a fresca doglia, e nova.
De l' altrui voglie ingrate, e de' miei sdegni
Fida trombra risuona, e messagiera,
Spiega dogliosa altera
Voce, Canzon, che de' miei stratii indegni
Con ira il mondo, e con pietade intenda,
E te pregi, altri accusi, e me difenda.