XLII.

By Giacomo Leopardi

Spirto gentile, da quel gremio sciolto

De l'italico onor principe e deo,

Inclito Cythereo

Cui l'universo trema et anche el cielo.

Le lacrime serene e 'l tristo volto

più che non ebbe el viduato Orpheo,

De mio stato reo

Ti faccian fede e de mio caldo e gielo;

Tanta furia trasporta al tuo fier telo

Che resister non può Vulcan, né Marte,

Ingegno, avviso, o arte

Penetra tutto tua possanza e voglia,

Non so veder a cui di te mi doglia

Se non a te; poiché più ch'altro puoi;

Perdonami, se vuoi,

E se non vuoi, ancor starò contento

Pur ch'io me parti dal tuo grave stento.

Longa promessa de toa corta fede

M' ha posto ne l'obscuro laberinto,

Ov'io mi trovo vinto,

Senza forza operare, o mia difesa,

E non mi valse mio gridar mercede,

E fummi nel cor pinto

L'aspecto d'una fera che mi spresa,

Quanto li penso più più amor mi pesa,

Fidandomi di te, che ben potevi

Lasciarmi, se volevi

In libertà venire all'età bianca,

Che ora lasso faticosa e stanca.

Fugge nova virtute del tuo strale;

Ma questo poco vale,

Ch'ogni salute ormai per lei fia tarda

E facile è tradir chi non si guarda.

Tu m'hai tradito e sai quanta fidanza

Portava a toa tremenda maiestate;

Ahi quanta crudeltate

Usata hai contra me senza mio errore!

Dov'è la fede, dov'è la speranza

Che tu mi desti? Ov'è la lieltade,

Ov'è la libertade

Che contra el lial servo usa il signore?

Tuo nome proprio certo non è amore;

Ma amaro, iniquo, falso e disleale,

Contra cui già non vale

Virtute, onor, prudentia con ardire,

Amar perfecto, né leal servire,

Perfecta pena o peregrin pensieri,

Ma costumi leggieri

Con poca fede e molta simonia

De sfrenato talento e villania.

Nulla ragione in te servir se trova,

Nul premio se n'aspetta e nulla fede,

Chi l'ha provato il crede,

Accidental furor regge tua corte;

Ma quel che più di ciò fa vera prova

E che men premio ognor darli se vede

Che tu non hai mercede

De chi leal te serve a darli morte

Troppo è tua opinïon remota forte,

E senza freno segue il tuo desio

Cieco, spietato e rio.

Raffrena un poco il tuo veloce corso,

Le fiere sane col rapido morso

Del balenar del tuo furore alpestre,

Folle, sorde e silvestre,

Redrizza l'arco omai contra costei,

Che tante volte mi fa dire: homei!

Ridono i rami e producono i fiori,

Che nel tepido sen nascose il verno,

E 'l bon zefiro externo

Fa degli aridi tronchi il vago verde;

L'erbette fresche in diversi colori

Di Boreas si fanno beffe e scherno;

Ogni dolore è eterno,

Ogni salute sol per me si perde,

Come observi le tue promesse interde,

E rar si trova in te conclusione,

Tempo ora, né stagione

Che se possi sperar premio o salute!

L'ombrose silve e i colli per virtute

De la dolce stagion mutano spoglia;

Ogni animal ringioglia,

A cui cresce speranza, a cui conforto,

A me sol doglia e non senza gran torto.

Vaghi uccelletti per rami fioriti

Fanno lor dolci e dilettosi canti,

Con amorosi pianti

Forsi exauditi, e trovano mercede.

Posa la terra e conquiescono i liti,

Diana con le chïome soe volante

Gira qualonque amante,

Con le lucide corna spesso lede

E Phebo con l'amica sua si siede

Ne l'antiquo albergo ove Phetonte

A l'aurato timone

Contra voler paterno pose mano.

Posa natura, ogni animal mondano,

Eolo cum Neptum ha facto pace;

El cielo e 'l mondo tace

Quando con pianti e con sospiri ognora

Tua posa maledico e chi l'adora.

Dolce memoria del passato tempo

M'enduce a maggior doglia e men speranza,

Talché poco m'avanza

A terminar l'angoscie col morire,

più renovo i pensier com' più m'atempo

Mancandomi la fede e la certanza,

E fugge ogni fidanza

Ch'io ebbi già nel fragil proferire.

Poi mi ricordo del tuo gran tradire,

De le vane proferte e venenose

Colle doglie angosciose

Che ritrova colui che in te si fida.

A te resta il piacere, a me le strida;

Vedi come tractasti il fier Sansone,

E l'altro Salamone,

A cui per tue lusinghe e mal veneno

Misera feminella i pose el freno.

La misera Adriana ancor Teseo

Ne l'isola deserta piange e grida,

Et Hypermestra fida

El suo dolce cusino e car marito,

Canace sventurata Machareo

E Phedra al casto Hyppolito se fida,

De dolorose strida

Rimbomba per Leandro il tristo lito,

E 'l virtuoso e buon Guiscardo ardito

Con Sismonda si duol del tristo prince.

Tua possa ciascun vince,

E quanto hai più potere hai men riparo,

Emilia ch'ebbe Arcita tanto caro

Con Palemone ancor si duole e langue,

Quante lacrime e sangue

Son già sparse per te, perfido Inico,

De virtù, fede e de pietà nimico.

El mantoan poeta nel canestro

Pose quell'altra che tu lusingasti,

E non ti vergognasti

Dar di tanta virtù solazzo al vulgo.

Priamo vago po' al fonte silvestro

Con le promesse tue vane mandasti,

E Tisbe lusingasti,

Perché morte di lor fecesse sulgo.

Paris, Achille e Troilo non divulgo,

Tristano, Palamide e Lancilotto,

E gli altri che là sotto

Con Pluto stanno ne l'oscura grotta.

Dido, Medea, Elena ancora Isotta,

La misera Francesca e suoi martìri,

Coi violenti desiri

Che rupper di Lucrezia il casto petto,

El mondo è sfacto sol per tuo difetto.

Vergognate donque, e te stesso reprendi

Leva la benda e mira quel che fai;

Tempra l'arco oramai

E del mal facto fin qui fa vendecta.

Considra e guarda come e quando offendi,

E non tener altrui tra tanti guai;

E se questo farai,

Toa maestà fia sempre benedecta;

Ferito da toi stral non sana in fretta

Senza pietà ch'in te raro se trova.

Deh! fa ch'el se rinova

L'infamia giusta che 'l popul te dona:

Usa oma' il freno et a li spion perdona,

Merita chi ti serve e sii pietoso,

E così gratïoso

Gli amanti farai lieti con tua manna,

Cantando al nome tuo in excelsi osanna.

E benché l'ambasciata assai sia forte

Non dubitar, canzone,

Ché hai tanta rasone

Che scusa el parlar tuo forsi orgoglioso;

Ma va da lei che 'n vita me dà morte,

E dì de toa ambasciata la casone,

Che forsi compassione

Lei indurrà de la gran pena mia

E quella crudel donna farà pia.