XLIII

By Giosue Carducci

Lei certo l'alba che affretta rosea

al campo ancora grigio gli agricoli

mirava scalza co 'l piè ratto

passar tra i roridi odor' del fieno.

Curva su i biondi solchi i larghi omeri

udivan gli olmi bianchi di polvere

lei stornellante su 'l meriggio

sfidar le rauche cicale a i poggi.

E quando alzava da l'opra il turgido

petto e la bruna faccia ed i riccioli

fulvi, i tuoi vespri, o Toscana,

coloraro ignei le balde forme.

Or forte madre palleggia il pargolo

forte; da i nudi seni già sazio

palleggialo alto, e ciancia dolce

con lui che a' lucidi occhi materni

intende gli occhi fissi ed il piccolo

corpo tremante d'inquietudine

e le cercanti dita: ride

la madre e slanciasi tutta amore.

A lei d'intorno ride il domestico

lavor, le biade tremule accennano

dal colle verde, il bue mugghia,

su l'aia il florido gallo canta.

Natura a i forti che per lei spregiano

le care a i vulghi, larve di gloria

così di sante visioni

conforta l'anime, o Adriano:

onde tu al marmo, severo artefice,

consegni un'alta speme de i secoli.

Quando il lavoro sarà lieto?

quando securo sarà l'amore?

quando una forte plebe di liberi

dirà guardando nel sole: — Illumina

non ozi e guerre a i tiranni,

ma la giustizia pia del lavoro?