[XLIII]
O care mie sorelle, per le quali
le vie a' regni miei son manifeste
a chi salire a quei vuol metter ali,
l'opere vostre licite e oneste,
diritte, buone, sante e virtuose,
di loda degne, semplici e modeste,
svelin le luci oscure e nebulose
d'Ameto, acciò che diventi possente
a veder le bellezze mie gioiose,
acciò che e', quanto all'umana gente
è licito vederne, sappia dire
tra' suoi compagni poi, di me ardente.
Vedete lui che tutto nel disire
di ciò ch'io parlo si dimostra acceso,
e per temenza nol sa discovrire,
sì dal terren tremore ancora offeso.