XLIV – Tansillo
Nessun poria pensar quel che gl'importi
L'aver (se prima non ne viene a prova)
Buoni vicini o rei, debili o forti.
Il reo vicin mi noce, il buon mi giova;
Col povero ho speranza d'allargarme,
E 'l ricco fa ch'uom passo non si mova.
Se 'l poder compro per talor quetarme,
Se ho mal vicino, a capo al letto, al fianco,
La noette e 'l dì convienmi tener l'arme.
Sia fertil quanto uom vuol; se a destra o manco
Qualche Autolico stammi o qualche Cacco,
Non vale il mio poder la metà manco?
Ruba a Pomona, a Cerere ed a Bacco;
Non teme di minacce né d'accusa,
Pur ch'empia in terra altrui la corba o il sacco.
Non giova villa d'ogn'intorno chiusa,
Né diligenza d'uomini e di cani
Contro le insidie che 'l vicin vostro usa.
Gallina che da l'uscio s'allontani,
Più non vi riede: e chiami pure e pianga
La villanella, e battasi le mani.
Aratro o giogo o rastro o marra o vanga,
Qual sia di ferramenti o di legnami,
Non fidate che fuori si rimanga.
Or svelle viti, or pali, or tronca rami,
Or albero, per foco o per altri usi;
Né lascia intatti i prati, né gli strami.
Fura i legumi ancor ne' gusci chiusi;
Né de' frutti primier né de' sezzai
Sostien che 'l padron doni, o per se gli usi.
Nel suo terren non mette piè giammai
Che danno non incontri; e guardia e cura
N'abbia a sua posta e d'ogni tempo assai.
Chi, per sua colpa o per sua rea ventura,
S'accosta a rei vicini o si raffronta,
Sempre ha l'oste a le siepi ed a le mura.
D'un signor greco e saggio si racconta
Che facendo una sua possessione
Por sotto l'asta, al prezzo che più monta,
Comandò che gridasse anco il precone
Ch'ella avea buon vicin: quasi ciò stimi
Non me che l'altre qualità sue buone.