XLIV – Tansillo

By Giacomo Leopardi

Nessun poria pensar quel che gl'importi

L'aver (se prima non ne viene a prova)

Buoni vicini o rei, debili o forti.

Il reo vicin mi noce, il buon mi giova;

Col povero ho speranza d'allargarme,

E 'l ricco fa ch'uom passo non si mova.

Se 'l poder compro per talor quetarme,

Se ho mal vicino, a capo al letto, al fianco,

La noette e 'l dì convienmi tener l'arme.

Sia fertil quanto uom vuol; se a destra o manco

Qualche Autolico stammi o qualche Cacco,

Non vale il mio poder la metà manco?

Ruba a Pomona, a Cerere ed a Bacco;

Non teme di minacce né d'accusa,

Pur ch'empia in terra altrui la corba o il sacco.

Non giova villa d'ogn'intorno chiusa,

Né diligenza d'uomini e di cani

Contro le insidie che 'l vicin vostro usa.

Gallina che da l'uscio s'allontani,

Più non vi riede: e chiami pure e pianga

La villanella, e battasi le mani.

Aratro o giogo o rastro o marra o vanga,

Qual sia di ferramenti o di legnami,

Non fidate che fuori si rimanga.

Or svelle viti, or pali, or tronca rami,

Or albero, per foco o per altri usi;

Né lascia intatti i prati, né gli strami.

Fura i legumi ancor ne' gusci chiusi;

Né de' frutti primier né de' sezzai

Sostien che 'l padron doni, o per se gli usi.

Nel suo terren non mette piè giammai

Che danno non incontri; e guardia e cura

N'abbia a sua posta e d'ogni tempo assai.

Chi, per sua colpa o per sua rea ventura,

S'accosta a rei vicini o si raffronta,

Sempre ha l'oste a le siepi ed a le mura.

D'un signor greco e saggio si racconta

Che facendo una sua possessione

Por sotto l'asta, al prezzo che più monta,

Comandò che gridasse anco il precone

Ch'ella avea buon vicin: quasi ciò stimi

Non me che l'altre qualità sue buone.