XLIV
Nel vano trasparer del fosco centro
di questa amara vita, anzi aspra morte,
lunga, crudele e forte,
dove si spera quel ch' uom mai non vide
veder mi pare — e nulla vi veggio entro —
or pace, or guerra, or buona, ora ria sorte
e talor veggio scorte
cose, che pel contrario il cor ne ride.
Ahi nostra cechità, che non divide
da sé l'imaginar! Qual nulla adopra,
con Tantalo saziando ogni sua brama,
e levi gli occhi quanto può di sopra
a questa bella donna che ci chiama
con virente trofeo d'eterna fama!
Né vedrà chiome sforzate da sole,
archimïate, sciolte ad ogni vento,
ma, se il sol fusse spento,
doversi accender da i micanti crini.
Non fu ghirlanda di rose o viuole
o di fior, che, facendo il serto attento,
seccasi in un momento,
ma di carbonchi, balasci e zafini.
O mira nobiltà, che a noi t'inchini,
mostraci il viso che color non perde
per fraile umanità, ma alluma ognora,
né increspa per vecchiezza, anzi è più verde,
tal che ogni cosa illustra rincolora!
Felice è l'alma che di lei innamora.
Non quivi pace per poi guerra avere,
ma di riposo infinita quïete;
non divizie e segete
da fame obsidïate e paupertade,
ma tanto è ricca che tutte le spere
volge dintorno a sé per sua parete.
Li parenti e la rete
lasci e la navicella, ove gli accade.
Li tramiti vezzosi per le strade
abbandoni del tutto, e segua l'orme
di nostra donna in sul lito adrïano
chi vuol veder costei che mai non dorme,
sempre intuendo il nostro Pellicano,
col qual si bagna nel fiume Giordano.
Armonizzando Appollo e forse Orfeo,
al canto quello e l'altro al suon ricorda;
l'udir desia e assorda,
e cerca e fugge e loda e sperne spesso,
e ciò favoleggiando è a noi più reo
quanto più a l'idolàtria il dir s'accorda.
Mostra la mente ingorda
desio di quel che tedio segue appresso.
Ché dirò adunque del senso il processo?
qual del veder? qual del tatto? o l'odore?
ecco l'occasïon di questa vita!
Ma chi lascia le spine e prende il fiore,
di costei udendo la melode inita,
gli parrà ognor più dolce; ed è infinita.
D'aurato vestimento orna le membra
di questa bella donna altiera e grata
varietà circundata
da i razzi da l'eterno Olimpo mossi.
O felice colui che la rassembra
nella camera sua strett' abbracciata,
come ei l'ha desïata,
e tal la vede qual comprender puossi
non pe i nostri pensier ruvidi e grossi,
ma per l'unico suo Fattore e Padre,
fuor di lui incomprensibile e immensa,
quantunque mostri con opre leggiadre
il nostro corso! e qual vita il dispensa,
sazio è l'amante che siede a sua mensa.
Questa fa disprezzar doagio e drappo;
per lei ogni superfluo via si getta,
e qual segue sua setta
quanto più può appara di morire.
Diogenès per lei gittò via il nappo
che gli avanzava a quella fonte eletta.
Costei non tien suggetta
sua schiera alli epulenti pasti adire;
sol pane ed acqua basta a lei servire
qualunque vuol seguir la sua dottrina.
Questa fa altrui piacer l'età dell'oro,
ed è sì locupleta esta regina
che mai non teme morte chi è in suo coro;
quanto più lascia, tanto ha più tesoro.
Lasso! ch'io son smarrito in questo bosco
per modo ch'io non so parlar di lei,
né mai credo potrei,
se non come chi loda senza gusto
talor per dolce quel ch'è amaro tosco.
Ho per udita, e pur venir vorrei
alli suoi santi piei
pel verace cammin che fa l'uom giusto,
per mei saper ridir quanto è venusto
l'ameno viso suo, e poi per prove
di questa umana spezie ogni sustanza,
e lasciar dietro a Venere gir Iove
e fra le selve i fauni a loro usanza,
ponendo in questa donna ogni speranza.
Che giova a dir: «Canzone, io veggio il corso
mio esser brieve a così grande impresa,
onde troppo mi pesa
convenirmi fermare a mezza via?»
Pur spero da esta donna alcun soccorso
che ritragga la mente mia sospesa,
qual è da error soppresa,
e conducala al fin che ella desia.
— E tu, canzon, va' da la parte mia
ai suoi diletti amanti in quel giardino,
dove con lei si sta a udita nostra;
di' loro: «Io vegno a imprendere il cammino
chiesto da molti, ed a pochi si mostra,
dire a Filosofia, la donna vostra».