XLIX. ELEGIA TERZA.

By Vincenzo Monti

Poco mi cale se non v'è chi serri

Con benefica man l'ultima volta

L'egre pupille e il cener mio sotterri:

Quando fia l'alma dal suo fral disciolta

E inaridito della vita il fonte,

Resti pur la mortal salma insepolta.

Io non farò preghiera al rio Caronte

Perchè mi pigli su la barca bruna,

E presto mi tragitti oltre Acheronte:

Abbiasi un tal desío chi cosa alcuna

Quassù non lascia a sè diletta, e intanto

Scende agli Elisi a migliorar fortuna.

Se non deggio al mio ben starmi d'accanto,

Che valmi che l'inferno anco mi voglia

Successor di Minosse o Radamanto?

Deposta adunque la terrena spoglia;

Invisibile spirito vagante,

Immemor dell'antica aspra mia doglia,

Su l'orme io vo' tornar delle tue piante,

O mia dolce nemica, e a te vicino

Aggirarmi cangiato in silfo amante.

O lungo un ruscelletto in sul mattino

I venticelli a respirar n'andrai,

Che rinfrescano il sole in suo cammino;

O per onor del tuo bel sen vorrai

I fioretti raccor, che all'improvviso

Sotto il tuo piede germogliar vedrai;

Io sempre sarò teco: ed ora il viso

A lambirti leggiero e rispettoso

Verrò su l'ali d'un'auretta assiso;

Ed or m'asconderò nel rugiadoso

Grembo di qualche fortunato fiore,

Che andrà sopra il tuo petto a far riposo.

Oh soggiorno beato! oh sorte! oh amore!

Se lice in guiderdon di tanto affetto

Dopo morte abitar presso quel core,

In cui vivo non ebbi unqua ricetto.