XLIX. ELEGIA TERZA.
Poco mi cale se non v'è chi serri
Con benefica man l'ultima volta
L'egre pupille e il cener mio sotterri:
Quando fia l'alma dal suo fral disciolta
E inaridito della vita il fonte,
Resti pur la mortal salma insepolta.
Io non farò preghiera al rio Caronte
Perchè mi pigli su la barca bruna,
E presto mi tragitti oltre Acheronte:
Abbiasi un tal desío chi cosa alcuna
Quassù non lascia a sè diletta, e intanto
Scende agli Elisi a migliorar fortuna.
Se non deggio al mio ben starmi d'accanto,
Che valmi che l'inferno anco mi voglia
Successor di Minosse o Radamanto?
Deposta adunque la terrena spoglia;
Invisibile spirito vagante,
Immemor dell'antica aspra mia doglia,
Su l'orme io vo' tornar delle tue piante,
O mia dolce nemica, e a te vicino
Aggirarmi cangiato in silfo amante.
O lungo un ruscelletto in sul mattino
I venticelli a respirar n'andrai,
Che rinfrescano il sole in suo cammino;
O per onor del tuo bel sen vorrai
I fioretti raccor, che all'improvviso
Sotto il tuo piede germogliar vedrai;
Io sempre sarò teco: ed ora il viso
A lambirti leggiero e rispettoso
Verrò su l'ali d'un'auretta assiso;
Ed or m'asconderò nel rugiadoso
Grembo di qualche fortunato fiore,
Che andrà sopra il tuo petto a far riposo.
Oh soggiorno beato! oh sorte! oh amore!
Se lice in guiderdon di tanto affetto
Dopo morte abitar presso quel core,
In cui vivo non ebbi unqua ricetto.