XLVI. SOPRA UN FANCIULLO.
O prima ed ultima
Cura e diletto
Di madre amabile,
Bel pargoletto;
O delle Grazie
Dolce trastullo,
O vezzosissimo
Caro fanciullo;
Se le difficili
Noiose notti
Mai non ti rechino
Sonni interrotti;
Se brutte e pallide
Larve indiscrete
L'ozio non turbino
Di tua quiete;
Vieni; e si plachino
Que' tuoi begli occhi;
Vieni ad assiderti
Su i miei ginocchi.
Vieni; ch'io voglioti
Dir cento cose,
Tutte piacevoli,
Tutte amorose.
Dirò che placida
Ti spira in viso
Aura dolcissima
Di pace e riso;
Che tu il più candido
Sei fra i perfetti
Amabilissimi
Bei bamboletti.
Poi voglio aggiungervi
Mill'altre cose
Più lusinghevoli
Più graziose.
Ma già si placano
I suoi begli occhi:
Già viene e dondola
Su i miei ginocchi.
Voi sostenetelo,
Grazie ed Amori;
Sul crin versategli
Nembi di fiori.
Oh come ridono
Quei labbri arguti!
Come s'allegrano
Quegli occhi astuti!
Ve' ch'egli guardami
Già tutto vezzi;
V'è ch'egli chiedemi
Ch'io lo carezzi.
Sì, che sei candido,
Sì, che sei bello,
O vezzosissimo
Mio bambinello.
Quelle tue fulgide
Pupille nere
Due fiamme sembrano
Dell'alte sfere.
Ridon le tremole
Tue guance intatte,
Come odorifere
Rose sul latte.
Sono di porpora
Quei labbri, e gli hai
Dell'aureo néttare
Più dolce assai.
Il collo morbido
Il petto breve
La fresca vincono
Non tocca neve.
Onde dal vertice
Del biondo crine
Infino all'ultimo
De' piè confine,
Tutto sei candido,
Tutto sei bello,
O vezzosissimo
Mio bambinello.
Nè d'arte spesevi
Molto natura
In far sì amabile
La tua figura.
Però l'immagine
Del tuo bel viso
Non tolse agli angeli
Del paradiso,
Nè il ciel trascorrere
Di stella in stella
Fu d'uopo e sceglierne
L'idea più bella:
Ma per imprimerti
Forme leggiadre
Bastò rivolgere
Gli occhi alla madre;
La dolce immagine
Del cui bel viso
Non cede agli angeli
Del paradiso;
Di cui, se girisi
Di stella in stella
Trovar non puotesi
Idea più bella.
Così di semplice
Beltade in traccia,
Tutta esprimendoti
La madre in faccia,
Seppe la provvida
Saggia natura
Formar sì amabile
La tua figura.
Ma che verrebbeti
L'aver simìle
Il volto all'inclita
Madre gentile,
Se, maturandosi
Degli anni il fiore,
Giungessi a renderne
Diverso il core?
Or su, dolcissimo
Fanciul diletto,
Or su, bellissimo
Mio pargoletto,
Alza quel vivido
Guardo felice
All'adorabile
Tua genitrice.
So ben che l'intima
Luce non puoi
Tutta distinguere
De' pregi suoi:
So ben che intendere
Non sai le tante
Virtù che svelansi
Nel suo sembiante.
Ma pure avvezzisi
La tua pupilla
Al lume etereo
Che in lei sfavilla;
Lume ineffabile
D'intatta fede,
Che al fianco in candido
Manto le siede.
Qui l'immutabile
Rara schiettezza,
Qui devi apprendere
La gentilezza;
E il pregio d'anime
Colte e sincere,
Le soavissime
Grate maniere;
E la difficile
Prudenza amica,
Che i vati imparano
Tanto a fatica.
Dunque, o dolcissimo
Fanciul diletto,
Dunque, o bellissimo
Mio pargoletto,
Alza quel vivido
Guardo felice
All'adorabile
Tua genitrice.
E poichè al crescere
De' giorni tuoi
Fia che più amabile
Ti mostri a noi,
Tutte d'Eridano
Le ninfe in petto
Per te s'accendano
Di dolce affetto;
E un cuore offrendoti
Fido e costante,
Insiem gareggino
D'averti amante.
Fanciul bellissimo,
Fanciul vezzoso,
Allor sovvengati
D'esser pietoso.
Ma in ciò dimentica
La madre; e i tuoi
Pensier non prendano
Norma da' suoi.
È questa l'unica
Virtù che dêi
Da tutti apprendere
Fuorchè da lei.
Ma che? tu torbido
Mi volgi il ciglio?
Forse dispiacqueti
Il mio consiglio?
Perchè arretrandoti
Sdegnoso in faccia
Tenti discioglierti
Dalle mie braccia?
Guarda che indocile
Fanciul stizzoso!
Che ingratitudine!
Che cuor ritroso!
Ecco: miratelo
Com'egli apprese
Per tempo ad essere
Crudo e scortese.
Or ben: diménati
Quanto pur sai:
Chè indarno, credilo,
Scappar vorrai;
Non più bellissimo,
Non più vezzoso;
Ma ingrato indocile
Fanciul stizzoso.
E ancor fuggirtene
Da me tu brami?
E vispo e querulo
La madre chiami?
La madre, ahi misero,
Che meco è irata;
Che quando incontrami
Bieca mi guata?
To' un bacio, e vattene,
Fanciul diletto:
Ma taci, e scòrdati
Quel ch'io t'ho detto.