XLVI

By Agnolo Firenzuola

Mentre che 'l mio desir con gli occhi appago,

E la candida man miro, e le schiette

Dita, e 'l sottil refe, e 'l forbit'ago,

E 'l vario e bel trapunto che madonna

L'altra notte scolpia 'n candida tela;

E d'un freddo timor tutto ripieno,

Così furtivamente,

Per gli occhi il core, e 'l cor guida la mente

Alla contemplazion del più bel seno,

De la più bianca gola, ch'unque a gli occhi

Si presentasse de la antiqua gente;

Io vidi (vidil'io, o pur mi parse

Vederlo? o non lo vidi? il vidi pure),

Vidi nel bianco petto

Muoversi non so che: io lo so pure;

Anzi nol so: così non lo sapessi!

Anzi il sapessi, anzi pur lo toccassi

Con queste rozze mani!

Io vidi, e vidil con mio gran diletto,

Muover due fresche e candide mammelle,

Anzi duo dolci colli

Di viva neve, anzi due vaghe stelle,

Anzi duo raggi d'un più chiaro sole.

E chi le mie parole

Non crede, spii da la Notte, ch'allora,

Volse fuggire, e risvegliar l'Aurora.

Da la lucerna il senta,

Che restò quasi spenta,

Mentre madonna, per più chiara farla

Con l'ago la pungea con ch'ella cuce.

Che se non avenia,

Che con la man la pose a caso sopra

Al petto la bell'opra,

Ond'ella venne per questo a scoprire

Le candide mammelle;

La notte si fuggiva,

E 'l bel giorno appariva.

Porta madonna adunque

Nel bel sen, tra le candide mammelle,

La neve, il giorno, il sol, la luce e 'l fuoco,

E le più chiare stelle;

Le quai là come quelle

Che d'alto scorgon ciò ch'è qui fra noi,

Hanno avuto a dir poi

Che la Beltà nel ciel non l'ha sì belle.