XLVI

By Domenico da Prato

Come ambo l'emisperi tra dì e notte

ricerca il sol, che porta seco il giorno,

via men di lui soggiorno

fa un pensieri in me, che 'l cor trasporta.

Lasso, quanto son spesse quelle dotte!

ch'io volo e in un momento fo ritorno

a quel bel viso adorno,

che par dell'Impireo m'apra la porta.

E se in quel picciol spazio Amor conforta

il cor, stando con quella

vista lucente e bella,

nol domandi qualunque amor non prova.

Così, come rinova

la amara passïon che mi flagella,

com'io lascio la stella,

la qual m'aspetta al glorïoso porto,

rimango ognora assai peggio che morto.

Tra 'l sì e 'l no e 'l presso e 'l lungi passa

l'alma smarrita e nimica di pace

il tempo, e ognor si sface,

ché del suo immaginar si truova fuori,

a pena che a me stesso creder lassa

lo incredibil tormento ove il cor giace,

ma la prova verace

m'accerta il duolo e spegne gli altri errori;

e per quel trappassar, tra rose e fiori

m'affiguro e dicerno,

mentre che è più di verno,

in verdi prati col mio car desio,

quivi soli ella ed io

al sol, talor che Acquario c'è al governo.

E così piango e sverno

nove canzoni e i lamenti passati

tra noi più volte, gli odî e gli atti grati.

Caccia la notte e, sia quanto vuol grande,

da sé il debito sonno la mia vista;

e, lacrimosa e trista,

fin che Febo si scuopre, in pianto dura.

Di lagrime nel letto un fiume spande,

e così il dì, se già non mi racquista

la fantasia, ch'è mista

di dubbio e speme, d'ardire e paura.

Sopragiugne talor chi m'assicura:

e questa è il mio signore,

che in spirito d'amore

m'appar, turbata della doglia mia,

e dice: «Ecco follia;

perché da tanto affanno e da dolore

non togli alquanto il core?

Vedi ch'io sono in cielo e porto pena

del tuo martir: dunque il pianto raffrena!»

Con questo imaginar, diverse cose

sospirando mi volgo per la mente,

e parmi esser presente

alla mia donna, allor ch'io son più a lunge;

e veder parmi due branche focose,

raggianti fuor d'una nube lucente,

e rapir prestamente

quest'angelica imago, che 'l cor punge.

Apresi il ciel a un tratto, e dentro giunge

con tutti i cori nove

delli angeli con Iove,

cantando osanna, e mia donna fra loro,

sopra una sedia d'oro;

ed io rimango sconsolato altrove.

Così al desir mi move

privarmi io stesso d'esta vita grama,

pur che l'alma credesse ir dove brama.

— Canzon, se senti aver forza nell'ali,

che basti a sì gran volo,

vanne, ché Amor ti scorgerà la via.

Come afflitto mi lasci, intra i mortali

sconsolato e solo,

pietosamente di' alla donna mia

e che spera e desia

l'anima mia trovarla in quella spera

dov'è del giusto amor l'imprenta vera.