XLVII. ELEGIA PRIMA.

By Vincenzo Monti

Or son pur solo; e in queste selve amiche

Non v'è chi ascolti i miei lugubri accenti

Altro che i tronchi delle piante antiche.

Flebile fra le tetre ombre dolenti

Regna il silenzio, e a lagrimar m'invoglia

Rotto dal cupo mormorío de' venti.

Qui dunque posso piangere a mia voglia,

Qui posso lamentarmi e alla fedele

Foresta confidar l'alta mia doglia.

Donde prima degg'io, ninfa crudele,

Il tuo sdegno accusar? donde fia mai

Ch'io cominci le mie giuste querele?

Sai che d'amore io son perduto, e sai

Per chi porta il mio cor queste catene,

Che sì dolci e gradite io mi sperai;

E qual rupe dell'arida Cirene

Tu il suon deridi de' lamenti miei,

Ed esulti al rigor delle mie pene.

Già non voglio per questo, e non potrei

Lasciar d'amarti; ch'anche dispietata

T'amo, come pietosa io t'amerei.

Ma dimmi almeno, in che t'offesi, ingrata:

Dimmi il delitto e la cagion per cui

Questo fasto quest'ira ho meritata.

Fido ogn'istante su le tracce io fui

Del tuo bel piede; e sol per te negletti

Furo i vestigi e le lusinghe altrui:

A te sola donai tutti gli affetti;

E or m'è dolce il penar pel tuo sembiante,

Più che il gioire di mill'altri oggetti.

E perchè dunque dal mio cor costante

Così diverso è il tuo? perchè le parti

Di nemica tu compi ed io d'amante?

Qual natura qual dio potè crearti

Sotto aspetto sì mite alma sì dura,

Che non giunga l'altrui pianto a toccarti?

Ve' ch'io ne verso per quest'ombra oscura

Un rio dagli occhi, e sol dal tuo rigore

Han le lagrime mie fonte e misura.

Per te, per que' bei lumi, onde il mio core

Senza mercede, ahi rimembranza amara!,

Sì forte apprese a sospirar d'amore;

Per quella bocca di parole avara,

Che vestirsi talor d'un dolce accento

Figlio della pietà mai non impara;

Pace, pace una volta al mio tormento.

Stanco di più partir, de' suoi legami

Fugge il mio spirto, e di dilegua al vento.

Già non chieggo, mia vita, che tu m'ami:

Degno io non son di tanto ben; nè speri

Ottenerlo il cor mio, benchè lo brami.

Su le penne d'Amor sciolti e leggieri

Vadan cercando pur, ch'io ti perdono,

Oggetto più felice i tuoi pensieri.

Chieggo meno da te. Misero dono

Fammi d'un guardo sol che mi conforte;

Dimmi sol che non m'odii; e pago io sono.

Di' che non vuoi nè cerchi la mia morte;

Di' che se t'amo non t'offendo, e ch'io

Deggio sperar che cangi la mia sorte.

Tacete, o venticei; tàciti, o rio,

Lascia che del mio ben la voce io senta;

Lascia che parli a me l'idolo mio.

Sì, che pietoso al mio pregar diventa;

Sì, che vinto s'arrende a' miei martìri,

E del primo rigor par che si penta.

Oh soavi speranze! oh bei desiri!

Oh Amor cortese! e in questo orror solingo

Oh ben sparsi finor pianti e sospiri!

Misero! che ragiono? a che lusingo

La mia barbara doglia, e una gioconda

Larva di bene al mio pensier dipingo?

Ahi che non odo che tra fronda e fronda

Il gemere dell'aure sussurranti,

Misto al doglioso strepitar dell'onda!

Amiche aurette, ruscelletti amanti,

V'intendo, oh dio! v'intendo: ah voi non siete

Come questa crudel, sordi a' miei pianti:

Col roco mormorar voi mi volete

Dir che al mondo per me tutto è perduto,

E che vicino il mio finir scorgete.

Vien dunque, o Morte; in me quel ferro acuto

Vibra pietosa: e la mia polve omai

Abbia pace in sepolcro oscuro e muto.

Del cammin della vita io non passai

Pur anco il mezzo: ma finor s'io vissi

Sol fra gli affanni, ho già vissuto assai.

Degli allori di Pindo all'ombra io scrissi

Carmi non vili; ed in lontana arena

Il suon talvolta del mio nome udissi,

Pronta il ciel mi donò mente serena,

E d'ingegno a me fece e d'intelletto

Non infeconda scaturir la vena.

Felice me, se un cor diverso in petto

Dato m'avesse, o gli occhi miei rendea

Ciechi al bel raggio d'un fallace aspetto!

Ah che incauto mirarlo io non dovea!

Ma nella calma d'un amabil viso

Tanta procella chi temer potea?

Quel ritenuto lusinghier sorriso,

Quei lenti sguardi, quel parlar soave,

Quel dolce non so che di paradiso;

Ecco l'armi fatali, ecco la chiave

Che il sen m'aperse e al giogo di costei

Trasse le voglie mie legate e schiave.

Insultatrice degli affetti miei,

Che farai di quel cor freddo e restìo,

Se a chi t'adora sì crudel tu sei?

Amar vuoi forse chi t'aborre? Oh dio!

Al barbaro pensier l'alma rifugge;

E pria d'odiarti di morir desío.

Forse, stolta, seguir vuoi chi ti fugge?

Ah ch'io nol posso! e se lo tenta il piede,

Amor m'arresta e le mie forze strugge.

Perfidissimo nume! alla mia fede,

A tanti affanni, a tanto ardor, tu rendi

Questo premio inuman questa mercede?

Perchè, iniquo, perchè pungi e raccendi

Uno spirto già domo, e in chi rigetta

Il temuto tuo giogo arma non prendi?

Piglia l'arco, o codardo, e la saetta;

Punisci la nemica d'ambidui,

E congiungi alla mia la tua vendetta;

Versa in quella proterva anima i tui

Voraci incendi: e trovi alle sue pene

La pietà che l'ingrata ebbe d'altrui;

Arda senza conforto e senza spene;

E del tuo foco la tremenda possa

Fianchi le strugga e nervi e polsi e vene;

E tutta ancor n'avvampi entro la fossa.