XLVII. ELEGIA PRIMA.
Or son pur solo; e in queste selve amiche
Non v'è chi ascolti i miei lugubri accenti
Altro che i tronchi delle piante antiche.
Flebile fra le tetre ombre dolenti
Regna il silenzio, e a lagrimar m'invoglia
Rotto dal cupo mormorío de' venti.
Qui dunque posso piangere a mia voglia,
Qui posso lamentarmi e alla fedele
Foresta confidar l'alta mia doglia.
Donde prima degg'io, ninfa crudele,
Il tuo sdegno accusar? donde fia mai
Ch'io cominci le mie giuste querele?
Sai che d'amore io son perduto, e sai
Per chi porta il mio cor queste catene,
Che sì dolci e gradite io mi sperai;
E qual rupe dell'arida Cirene
Tu il suon deridi de' lamenti miei,
Ed esulti al rigor delle mie pene.
Già non voglio per questo, e non potrei
Lasciar d'amarti; ch'anche dispietata
T'amo, come pietosa io t'amerei.
Ma dimmi almeno, in che t'offesi, ingrata:
Dimmi il delitto e la cagion per cui
Questo fasto quest'ira ho meritata.
Fido ogn'istante su le tracce io fui
Del tuo bel piede; e sol per te negletti
Furo i vestigi e le lusinghe altrui:
A te sola donai tutti gli affetti;
E or m'è dolce il penar pel tuo sembiante,
Più che il gioire di mill'altri oggetti.
E perchè dunque dal mio cor costante
Così diverso è il tuo? perchè le parti
Di nemica tu compi ed io d'amante?
Qual natura qual dio potè crearti
Sotto aspetto sì mite alma sì dura,
Che non giunga l'altrui pianto a toccarti?
Ve' ch'io ne verso per quest'ombra oscura
Un rio dagli occhi, e sol dal tuo rigore
Han le lagrime mie fonte e misura.
Per te, per que' bei lumi, onde il mio core
Senza mercede, ahi rimembranza amara!,
Sì forte apprese a sospirar d'amore;
Per quella bocca di parole avara,
Che vestirsi talor d'un dolce accento
Figlio della pietà mai non impara;
Pace, pace una volta al mio tormento.
Stanco di più partir, de' suoi legami
Fugge il mio spirto, e di dilegua al vento.
Già non chieggo, mia vita, che tu m'ami:
Degno io non son di tanto ben; nè speri
Ottenerlo il cor mio, benchè lo brami.
Su le penne d'Amor sciolti e leggieri
Vadan cercando pur, ch'io ti perdono,
Oggetto più felice i tuoi pensieri.
Chieggo meno da te. Misero dono
Fammi d'un guardo sol che mi conforte;
Dimmi sol che non m'odii; e pago io sono.
Di' che non vuoi nè cerchi la mia morte;
Di' che se t'amo non t'offendo, e ch'io
Deggio sperar che cangi la mia sorte.
Tacete, o venticei; tàciti, o rio,
Lascia che del mio ben la voce io senta;
Lascia che parli a me l'idolo mio.
Sì, che pietoso al mio pregar diventa;
Sì, che vinto s'arrende a' miei martìri,
E del primo rigor par che si penta.
Oh soavi speranze! oh bei desiri!
Oh Amor cortese! e in questo orror solingo
Oh ben sparsi finor pianti e sospiri!
Misero! che ragiono? a che lusingo
La mia barbara doglia, e una gioconda
Larva di bene al mio pensier dipingo?
Ahi che non odo che tra fronda e fronda
Il gemere dell'aure sussurranti,
Misto al doglioso strepitar dell'onda!
Amiche aurette, ruscelletti amanti,
V'intendo, oh dio! v'intendo: ah voi non siete
Come questa crudel, sordi a' miei pianti:
Col roco mormorar voi mi volete
Dir che al mondo per me tutto è perduto,
E che vicino il mio finir scorgete.
Vien dunque, o Morte; in me quel ferro acuto
Vibra pietosa: e la mia polve omai
Abbia pace in sepolcro oscuro e muto.
Del cammin della vita io non passai
Pur anco il mezzo: ma finor s'io vissi
Sol fra gli affanni, ho già vissuto assai.
Degli allori di Pindo all'ombra io scrissi
Carmi non vili; ed in lontana arena
Il suon talvolta del mio nome udissi,
Pronta il ciel mi donò mente serena,
E d'ingegno a me fece e d'intelletto
Non infeconda scaturir la vena.
Felice me, se un cor diverso in petto
Dato m'avesse, o gli occhi miei rendea
Ciechi al bel raggio d'un fallace aspetto!
Ah che incauto mirarlo io non dovea!
Ma nella calma d'un amabil viso
Tanta procella chi temer potea?
Quel ritenuto lusinghier sorriso,
Quei lenti sguardi, quel parlar soave,
Quel dolce non so che di paradiso;
Ecco l'armi fatali, ecco la chiave
Che il sen m'aperse e al giogo di costei
Trasse le voglie mie legate e schiave.
Insultatrice degli affetti miei,
Che farai di quel cor freddo e restìo,
Se a chi t'adora sì crudel tu sei?
Amar vuoi forse chi t'aborre? Oh dio!
Al barbaro pensier l'alma rifugge;
E pria d'odiarti di morir desío.
Forse, stolta, seguir vuoi chi ti fugge?
Ah ch'io nol posso! e se lo tenta il piede,
Amor m'arresta e le mie forze strugge.
Perfidissimo nume! alla mia fede,
A tanti affanni, a tanto ardor, tu rendi
Questo premio inuman questa mercede?
Perchè, iniquo, perchè pungi e raccendi
Uno spirto già domo, e in chi rigetta
Il temuto tuo giogo arma non prendi?
Piglia l'arco, o codardo, e la saetta;
Punisci la nemica d'ambidui,
E congiungi alla mia la tua vendetta;
Versa in quella proterva anima i tui
Voraci incendi: e trovi alle sue pene
La pietà che l'ingrata ebbe d'altrui;
Arda senza conforto e senza spene;
E del tuo foco la tremenda possa
Fianchi le strugga e nervi e polsi e vene;
E tutta ancor n'avvampi entro la fossa.