XLVII

By Giosue Carducci

O nata quando su la mia povera

casa passava come uccel profugo

la speranza, e io disdegnoso

battea le porte de l'avvenire;

or che il piè saldo fermai su 'l termine

cui combattendo valsi raggiungere

e rauchi squittiscon da torno

i pappagalli lusingatori;

tu mia colomba t'involi, trepida

il nuovo nido voli a contessere

oltre Apennino, nel nativo

aere dolce de' colli tóschi.

Va' con l'amore, va' con la gioia,

va' con la fede candida. L'umide

pupille fise a vel fuggente,

la mia Camena tace e ripensa.

Ripensa i giorni quando tu parvola

coglievi fiori sotto le acacie,

ed ella reggendoti a mano

fantasmi e forme spiava in cielo.

Ripensa i giorni quando a la morbida

tua chioma intorno rogge strisciavano

le strofe contro a gli oligarchi

librate e al vulgo vile d'Italia.

E tu crescevi pensosa vergine,

quand'ella prese d'assalto intrepida

i clivi de l'arte e piantovvi

la sua bandiera garibaldina.

Riguarda, e pensa. De gli anni il tramite

teco fia dolce forse ritessere,

e risognare i cari sogni

nel blando riso de' figli tuoi?

O forse meglio giova combattere

fino a che l'ora sacra richiamine?

Allora, o mia figlia, —nessuna

me Beatrice ne' cieli attende—

allora al passo che Omero ellenico

e il cristiano Dante passarono

mi scorga il tuo sguardo soave,

la nota voce tua m'accompagni.