XLVIII. ELEGIA SECONDA.
O dolci amiche di segreto speco,
Chi fia di voi che voli, aure pietose,
Fuor di quest'antro tenebroso e cieco?
Chi fia di voi che sopra ali gelose
Porti all'orecchio del bell'idol mio
La voce che su i labbri Amor mi pose?
Qualunque sei che al grato officio e pio,
Cortese auretta, il vol sciogliere or devi
E girtene là dove ir non poss'io;
Pria di spiccar da questo orror le lievi
Rapide piume, deh! che sian ben tutte
De' miei caldi sospir focose e grevi.
Deh! che sul dorso d'Appennin le brutte
Non ti riscontrin d'aquilone e noto
Perigliose a mirarsi orride lutte.
Deh! che smarrita per sentier remoto
Mai non t'assorba, aerea pellegrina,
Qualche caverna di dirupo ignoto.
Non accostarti troppo alla marina,
Ove sovente delle vaghe aurette
Fanno i nembi crudei strage e rapina.
Tienti alle basse amene collinette,
Contenta di libar sol le fragranti
Cime de' fiori e delle molli erbette.
E finchè a quella, a cui t'invìo, davanti
Tu non sia giunta, non fermai giammai
Le invisibili al guardo ale volanti.
Tu certo non ancor conoscerai
L'almo sembiante del mio ben; ma molto
Per rintracciarlo da vagar non hai.
Ove l'aria è più pura, ove più folto
È il suol di rose in solitaria parte,
Ivi è la luce del gentil suo volto.
Ma pria, nunzia fedel, di palesarte,
Guarda ben se opportuno è il tempo, il loco;
Guarda che alcun non venga ad ascoltarte.
Tenera madre, in fanciullesco gioco
S'ella trastulla il pargoletto figlio,
E or ride or finge corrucciarsi un poco,
Poscia ai begli occhi e al labbricciuol vermiglio
Con mille baci gli s'avventa e il sugge;
Di restartene indietro io ti consiglio.
Ma se soletta alla fresca ombra fugge
De' taciti boschetti, ed al cocente
Leon s'invola che in ciel arde e rugge,
Tu non smarrirti allor; ma dolcemente
Tra ramo e ramo sussurrando, e a lei
Ventilando la chioma leggiermente,
Dille donde ne vieni e chi tu sei
E chi ti manda; e poscia ad uno ad uno
Deponle tutti al piede i sospir miei.
Se Amor gli assiste, se di tanti alcuno
Le passa all'alma, se non have il core
Pur di tutta pietà vôto e digiuno;
Vedrai coprirsi di gentil pallore
Le rubiconde guance, e al suol chinarsi
Lo sguardo di sua doglia accusatore.
Forse ancor que' leggiadri occhi bagnarsi
Vedrai di pianto, e udrai dell'infelice
I gemiti pietosi al ciel levarsi.
Oh piacciati, mia fida ambasciatrice,
Parte recarmi delle sue querele,
Nè d'altro ritornarmi apportatrice;
Se agli amanti non sei sorda e crudele.