XV24
E la memoria di tant’opre in breve
ne gli abissi d’oblio tuffar si deve.
E questo ei vuol, perché la gloria integra
del gran trovato il trovator poi n’aggia;
ma de l’oblivion tacita e negra
ancor tempo verrà ch’altri la traggia,
e la spieghi volando per l’allegra
aura soave che dal sol s’irraggia,
quando ancor fia chi rinovelli e cante
la giusta guerra e le fatiche sante.
E ciò sarà ne’ secoli maligni
che per tutto fia svelto il mirto e ’l lauro,
e muti languiran su ’l Tebro i cigni
e in Arno e in Mincio e in Taro e in Metauro.
Solo fra i corni del gran Po ferrigni
avranno i nidi più belli che d’auro,
avranno gli antri e l’acque e l’ombra e l’erba:
oh glorioso chi gli accoglie e serba! –
Così dicendo e trascorrendo, il legno
la fatal duce a un promontorio accosta.
Gli inospitali Antropofàgi il regno
han quivi, e quindi stesa è la gran costa
per lunghissimo tratto incontra ’l segno
al quale è l’Orsa d’Aquilone opposta,
benché talor si pieghi alquanto e torca
verso le parti dove il sol si corca.
Giungon poi dove un fiume al mar confina,
che tante dal gran vaso acque diffonde
che ’l ceruleo color de la marina
segna un lungo sentier di torbide onde.
Né il Danubio sì grande o ’l Po dechina,
né quel che ’l fonte a l’un de’ poli asconde
ed a l’altro la foce, né sì grande
l’Eufrate o ’l Gange mai si gonfia e spande.
Sette isolette ha ne la bocca e tiene
più suso una provincia infra due corna,
ricca di preziose argentee vene
ond’ella ha il nome e ’l fiume anco n’adorna.
La lunga spiaggia de le salse arene
non è di borgo o di castello adorna:
rare case e disperse, e spesso scorti
son da lor fiumi e promontori e porti.
Venner dopo gran corso al sen che detto
ha di San Giulian l’Ibero audace:
loco a’ legni opportun, se non che ’l letto
pieno di sirti e innavigabil giace.
Si volser quivi a un improviso obietto
(è di Tifei, d’Enceladi ferace
quivi la terra): orribili muggianti
scopron su ’l lido i Patagon giganti.
Era in Gemelli il sol quando più breve
qui l’ombra annotta e i dì maggiori alluma,
ma là ’ve il suo valor non si riceve
verna stagion di tenebre e di bruma.
Scopron da lunge al fin monti di neve
carichi, ov’ella mai non si consuma;
poi tra lor chiuso il varco angusto appare
che parte il mar del sud da l’altro mare.
Spettacol quivi al nostro mondo ignoto
vider di strana e d’incredibil caccia:
volare un pesce, un altro girne a nòto.
Fugge il volante, il notatore il caccia
e ne l’ombra ch’è in acqua osserva il moto
che quel fa in aria e segue ognor la traccia,
fin che quel, che non regge a volo il peso
per lungo spazio, in mar cadendo è preso.
Escon del breve stretto ad oceano
vasto ed immenso il qual co’ venti ha tregua,
sì ch’onda pur non disagguaglia il piano
cui stabil calma e quasi eterna adegua.
Or perché ’l corso, che da senno umano
retto non è, rapidamente segua,
spinge sempre soave e sempre eguale
gli aventurosi erranti aura fatale.
A destra è lungo tratto, e quivi è il Guito
e co ’l ricco Perù l’aurea Castiglia;
ma la nave seguendo il manco lito
vèr la terra anco ignota il camin piglia,
e trova un mar sì d’isole fornito
che l’Egeo con le Cicladi somiglia.
E già da che lasciàr l’arene ibere
eran dieci albe scorse e dieci sere.
Loco è in quell’erme piagge assai riposto:
porto con l’arti sue natura il rende.
Si curva il lido, e tra due corna ascosto
fa un ampio seno; un’isola il difende,
ch’a lui la fronte e ’l tergo a l’onda ha opposto
che vien da l’alto e la respinge e fende.
Quivi e quindi è gran rupe e torreggianti
fan duo gran scogli segni a i naviganti.
Tacciono sotto i mar securi in pace,
sovra ha di negre selve opaca scena;
contra pendente una spelunca giace,
d’edere e d’ombre e di dolci acque amena.
Fune non lega qui, né co ’l tenace
morso le stanche navi ancora frena;
qui in vece de le vele e de le sarte
raccolse ella le chiome a l’aura sparte.