XV26
Siede su ’l lago e imperioso i mari
vagheggia e i monti ampio palagio adorno;
tramutar vede le stagioni e in vari
volti sotto apparir la notte e ’l giorno.
Egli è in stabil riposom e da’ contrari
sì gioia accresce al suo dolce soggiorno
come è soave il rimirar da terra
nave che ’n mar cruccioso aggira ed erra.
Non hanno (sì il desio gli affretta e punge)
essi a tante vaghezze alcun riguardo,
poi che ’l mostro custode appar da lunge
su la gran porta in minaccievol guardo.
D’uomo è in lui quel di sopra, a cui congiunge
poscia da’ fianchi in giù membra di pardo,
salvo che serpentina orribil coda
nel deretano suo ripiega e snoda.
Con quella fère impetuoso e crudo
sì che ne fende e f¢ra il ferro e i marmi.
Elmo non ha, non ha corazza o scudo
che ne la pugna l’assecuri e l’armi,
ma la velocitate al corpo ignudo
e la destrezza sua vaglion per armi:
tre dardi ha ne la destra, e la ritorta
spada di fina tempra al fianco porta.
Contra gli armati duo sol con sì fatte
difese vien, né l’orme in terra imprime;
e correria sovra le spighe, intatte
lasciando lor le tremolanti cime,
e porteria per mezzo ’l mar le ratte
piante su l’onde tumide sublime,
senza punto bagnarle. Or come fue
vicin, lanciò l’armi volanti sue.
E di tre colpi i duo guerrier con esse
percosse: piagò Ubaldo a mezzo ’l petto,
Carlo non piagò già, però che resse
due punte, onde fu colto, il forte elmetto.
Quinci d’intorno a lor tesse e ritesse
suoi corsi in giro, e fende a suo diletto;
e sono spesso anco colpiti a un punto,
ché l’un la coda e l’altro il ferro ha giunto.
Non se fosser tra mille in mezzo accolti
fòran sì lor battuti i petti e i fianchi,
le cave tempie, i larghi omeri e i volti,
come un sol gli combatte e gli ha già stanchi.
Essi, non mai cogliendo e sempre colti,
temon che indarno sparso il vigor manchi;
giunger le spalle e far costretti furo
ciascun co ’l petto e il tergo altrui securo.
Con tutto ciò per sì diverse strade
or l’uno or l’altro assale e sì repente,
e in lor de’ colpi la tempesta cade
de le doppie armi sì grave e frequente,
c’hanno al parar più ch’al ferir le spade
con tutte l’arti de lo schermo intente;
e se nulla temenza han di morire,
n’han dubbio almen, né scema il dubbio ardire.
Ubaldo al fine argomentò con arte
nova vincer la dubbia aspra contesa:
il rotto scudo suo gitta in disparte
sì ch’abbia la sinistra atta a far presa;
quando la coda poi ch’incide e parte
le dure piastre è sovra lui discesa,
l’afferra sì che ’l mostro a sé non puote
ritrarla, e ferma le veloci rote.
L’una stringe la coda e l’altra mano
difende ambi duo lor da le percosse;
ché tentò il mostro di troncar, ma in vano,
or l’una or l’altra; in van si torse e scosse:
rotar non può, non gir da lor lontano,
né da far resistenza have armi o posse,
talché senza contrasti e senza schermi
fesse e trafitte son le membra inermi.
Carlo tre volte a lui la spada immerse
dove l’umano era al ferin consorte,
ed altrettante il capo e più gli aperse,
e bastava assai meno a la sua morte.
Poi co ’l compagno suo l’orme converse,
già curata sua piaga, invèr le porte;
e quando presso fur, lucido e vago
trasse allettando a sé lor vista il lago.