XV
Viva viva oramai, viva l'onore,
viva la gloria della santa fede,
poi che Dio tal concede
franco duca e campione a suo difesa!
Viva viva la santa madre Ecclesia,
viva Eugenio quarto el pastor santo,
più ch'altro del gran manto
del glorïoso appostol Pietro degno!
Viva chi ama di libertà il segno
e chi con quel s'abbraccia e si congrega;
viva la santa lega,
per cui fie 'Talia fuor di tirannia!
Viva la illustre e ducal signoria
delli eccellenti signor viniziani,
dritti spirti romani
in esaltar lor patria e con giustizia!
Viva con gaudio eterno e con letizia
Fiorenza, eccelsa patria alma florente,
fatta da Dio potente
contr'ogni averso alla suo libertate!
Viva con gaudio e con gioconditate
il seme degno del famoso Isforza,
il cui ardire e forza
ma' fie intelletto uman ch'appien discriva!
O tu, per cui i' canto or viva viva,
vitturïoso e glorioso conte,
eletto a purgar l'onte,
le composture inique e' falsi aguati,
che contro a' giocondissimi narrati
son messi da chi cerca Italia in prede,
o del car padre erede
per alto ingegno, ardire, gloria d'armi!
O buon conte Francesco, a te voltarmi
omai dispongo, poi ch'appieno è giunto
il tempo, l'ora e 'l punto
da' tuoi veri fedel tanto aspettato!
O gran signor, tu hai ben dimostrato
con ogni effetto la tuo gran prudenza!
Tu diverrai semenza,
se germogliato in preminente frutto.
Al gran prencipio, mezzo e fine e tutto
hai dato modo di perfezïone
con forza e con ragione,
ché 'n cielo altra di qua gloria s'acquista,
perché il buon Pietro e Marco e 'l buon Batista
oran per te nella superna corte
perché in vita e pos morte
tu sia del tanto ben retrebuito.
Tu Gedeon del popol madianito
sommergitor sarai chiamato e detto,
tu Maccabeo eletto
contro allo 'niquo popul filisteo.
Tu Gesuè contro al malvagio e reo
popul di Tericon sarai tenuto;
fia tuo consiglio e aiuto
qual di Santippo contro al grande Attilio.
Contro a' nimici nostri il tuo ausilio,
sol sentito spiegato il tuo vesillo,
fia come il buon Cammillo
giunto fra' Galli e da lui vinti e spersi;
né con maggior furor di Grecia e Persi
dal gran Temistocle cacciati fùro
che già certo e sicuro
mi rendo simil tu far de' nimici.
E non sol tralli di nostre pendici
speranza ho certa, ma che vinti loro
lor forze e tenitoro
occuperai con sì somma vittoria
ch'etterna fia di te fatta memoria,
qual d'opere di Cesar o Marcello
o di Scipio o di quello
Claudio Neron, per cui perì Asdruballe.
Pirro, Allesandro, Amilcare, Aniballe,
famosi d'arme e numero infinito
col magno Sforzo ardito
invisibili teco sempre stanno,
dicenti: «O caro padre, ogni tuo affanno
per esaltar tua patria or si converte
in dolce, poi ch'aperte
vedi al tuo gran disio tutte le strade!
Quante lance operasti e quante spade,
quanti affanni e pericoli hai passati
per vedere e tuo nati
al colmo, ov'or gli vedi in forma e 'n guisa,
colle gran cose che facesti a Pisa
e prima e poi ancora in Lombardia,
domar l'alpi e tôr via
da' signor fiorentini ogni sospetto!
Or ti ritorna in gaudio e in diletto,
e similmente i fatti di Romagna,
di Roma e di Campagna,
colle amirande prove poi del regno,
le quali ancora con istil più degno
tu sentirai cantar da tal che brama
che tuo lucente fama
suoni per fin che duri il mortal mondo.
Canterà finché prima sie giocondo
el tuo car conte per alzar tuo chioma,
che fu quando di Roma
pingesti il gran famoso signor Braccio,
che non pensavi allor ch'ancor sì avaccio
esso facessi noto il suo ardimento,
né quando, con secento
cavai, esso Calavria sottomise,
presa la degna sposa, che divise
morte da lui, contessa di Montalto,
allor mirabil salto,
preso del vece re la degnitate.
Canterà qual mostrotti in quella etate,
che potea dirsi ancor pegli anni acerbo
suo ardir, quando a Viterbo,
con cavai cinquecento, el ti soccorse;
cui giugner fu cagion, sanz'alcun forse,
di sgomentar per forza gli aversari,
che, visti i gran ripari,
partîrsi sbigottiti, istanchi e lassi;
che poi il mandasti a pigliar presto i passi
del gran reame, perché 'n quel tuo schiere
colle magne bandiere
del re Luigi entrassero a tuo posta.
Il qual con franco core e a suo posta
nulla mancò di quanto gl'imponesti,
perché poi tu facesti
sulle porte di Napoli gran cose.
E canterà fra l'altre opre famose
quando agramente il vedesti ferito,
tu smorto e esso ardito,
parer contento di sì fatto sdegno.
Canterà tuo forza, ardire e 'ngegno,
quando rompesti il gran re di 'Ragona
con far di tuo persona
prove, qual dette mai di paladino.
Canterà che mai a tal domino
noll'aspettavi o a sì degno grado,
il dì ch'al mortal guado
rapì il tuo corpo il gran Nettunno e Marte,
per più degno sepulcro, onde 'n tal parte
con noi tu fussi e che vedessi spresso
quanto esso per se stesso,
vedendosi perir, fu sì verile
che, cacciato da sé ogn'atto vile,
tutti e veri Sforzeschi a sé chiamati
e liber cancellati,
fece di ciò che a te eran tenuti,
chiedendo i lor consigli e loro aiuti,
che poi, qual propio te, seguiti l'hanno
e non con poco affanno
con lor tornossi in Terra di Lavoro.
Poi, traversar volendo il tenitoro
con pochi suoi armati dall'Acerra
da gran gente a tal serra
fu messo, ch'avrien fatto vile Ettorre.
Esso, per forza spintogli, accorre
e' suoi fé seco nella terra, in quale
l'assediaron con tale
forza, ch'averlo credien quivi stretto.
Ma ei, quando gli piacque, in lor dispetto
indi partì, tornando alle suo terre.
E canterà le guerre,
dopo altre molte, all'Aquila e l'assedio
al qual non si vedea alcun rimedio
che non andasse in fondo santa Chiesa,
se non fusse la 'mpresa
che fé papa Martin, visto e suo mali;
ché lui soldò con altri molti equali,
col signor Braccio a battaglia condotti,
già vinti essendo e rotti
quasi e più reputati e più gagliardi,
isbarattati e 'n terra gli stendardi,
equai per lupi pecore fuggenti
parendo quelle genti,
el pennacchio alto sol di tuo figliuolo.
Gli Sforzeschi, raccolti all'altro stuolo,
fatti a quel segno tutti un capo grosso,
al signor Braccio addosso
tornando, il rupper con sì gran furore
che pochi ne scamparon, e quel signore
ferito si morì poi poco stante.
E canterà avante
oltre a molt'opre, di ch'è fama il merto.
E canterà come gli fu oferto
con gran condotta e gran riputazione
il famoso bastone
del magno eccelso popul fiorentino,
qual già tu sì bramasti, ma Martino
quinto non volse, anzi a mano a mano
col duca di Milano
fermollo. E canterà quel che n'avenne,
che esso solo el suo stato mantenne
che rovinava già da ogni canto;
né di ciò si diè vanto:
null'altro è cui veggiàn più premiato.
L'acquisto canterà di Monferrato,
fatto da lui con sì mirabil prove
che chi vedesse dove
si misse e vinse e per forza cedere,
nollo potea per nessun modo credere;
e similmente in che aspro paese
si misse in Genovese
per forza o per amor tutto vincendo;
quel che pel duca a Lucca fé, venendo
coll'infinito numer de' fiorini,
che a' signor fiorentini
lasciò con ogni suo stato e grandezza,
che allor era chiamata in tant'altezza
da non poter ritribuirsi mai.
Altre molte opre assai,
fatte per lui, ancor farà sentire;
e similmente il suo da lui partire
liberamente e con suo tanto onore
che dal grande al minore
di fede e lealtà cantan suo lode.
E ogni suo fedel s'allegra e gode
come di grazia è don dato dal cielo
con sì costante zelo
che par ciascun gustasse il paradiso.
E cantar sentirai con quanto aviso
di qua passasse, e come ancor non visto
el fece el grande acquisto,
del qual tu vedi ha tanta signoria
benché sia poco a quel ch'appresso fia
in onta e 'n duol di chi storpiare il volse,
ché di poi li si dolse
dinanzi in fugga e con gran vitupero,
di santa Chiesa gran gonfaloniero
e duca general d'arme in un punto,
perché qui poi sì assunto
non è da quei, ch'or son per lui sicuri;
ma perch'esso sollicito proccuri
al ben di santa Chiesa e' suoi seguaci
e ch'agli inniqui audaci,
contrari ai lor voler, si metta il freno,
purgando ogni sospetto, ogni veneno
che potesse sturbar sì santo bene.
Credine, il tempo vène
ch'esso, ridotto Italia in un volere
di santa Chiesa gli stendardi e schiere
del grande imperio e della lega santa
conducerà con tanta
forza fra gl'infedel che 'l grande acquisto
ancor vedren del sepulcro di Cristo,
fatto a suo tempo e per suo proprie mani,
gran gaudio de' cristiani.»
O signor mio, col padre tuo di questo
parlan questi famosi, e però presto
fa' di venire omai coll'opre a' fatti!
Tu per ragion combatti:
però Dio ti farà vittorïoso.
In cibi, in ozio non si vien famoso.
Voglia or che 'l nome del gran Sforza viva.
Al colmo non si arriva,
o degno signor mio, per altro modo.
Orsù, orsù, che già m'allegro e godo,
perché veggio che mai sotto la luna
non si mostrò Fortuna
quanto a te lieta! Or segui tuo virtute,
se vuoi nel mondo fama e 'n ciel salute.