XV

By Iacopo d'Albizzotto Guidi

Qui si vedrà se llo tuo intelletto

sarà copioso di discrezïone,

ché in questo dir non cometta difetto

a seguir oltre questa elezïone,

secondo ch'è 'l costume a tal tratato

e loro usanza ha tal condizione.

Tra lor niun'altra persona è entrato,

ma loro stessi sì s'hano ordinato

di far tre principali a tale stato;

e a' più antichi e' dànno el mandato

tra gli altri, ché di tal cosa abin cura,

di quel che per costor fia nominato;

du' altri soficienti alla scrittura,

più giovan', che ricolghino el partito

ben lïalmente, colla mente pura.

E po' che hanno questo stabilito,

questi tre principal' fanno sentare

tutto l'avanzo, ciascuno a suo sito

più basso a questi tre, sanza fallare.

E questi per le sorte metton parte

a quel che tocca prima a nominare;

e poi el secondo – e questo è scritto in carte –,

el terzo e 'l quarto sino al compimento,

e così dànno a cciaschedun suo parte

d'elegger chi pare a suo sentimento:

e così vanno tal ordin seguendo,

e di tal modo è ciaschedun contento.

Per che nello 'ntelletto mio comprendo

che cciaschedun vorrebe tale ufizio

non cura altru' che se vada aleggendo,

perché cciascun ha me' tal benifizio:

così ognuno, a chi tocca la sorta,

mette suo volontà all'esercizio.

E di tal voglia ciascun si conforta

a voler nominar chi più li piace,

ma spesso avien che va per la via torta;

se non è di vertù molto verace,

li vien fallato cotale intenzione,

perch'a' compagni questo tal dispiace.

Qualunque è quel che a prima lezione

si vien chiamato, e questo tal va fuora

di tutti li altri, per discrezïone,

inn una camera, e quivi dimora

insino a tanto ched e' vien chiamato

ben per ispazio più d'una gross'ora;

e un de' tre maggior' sì ha parlato

a tutto quanto el resto in generale,

s'alcun vuol contradire al nominato.

E cciaschedun dè dire el bene e 'l male

di quel che sa della vita di quello

ch'è per l'adrieto a questo cotale;

e s'egli avien che si dica mal d'ello,

per alcun si vien messo inn iscritura

per que' duo gentiluomini in libello.

Ma se gli è detto ben di suo natura,

di questo non si nota alcuna cosa,

perch'è chiarita la suo fama pura.

E a cciò che suo infama non si' ascosa,

sì vien chiamato questo tale eletto,

ché faccia scusa che di lui si chiosa:

e così li vien detto el suo difetto

di quel ch'alla suo fama viene oposto,

sì che risponda sanza alcun sospetto.

E quand'egli ha a tututto risposto,

ed e' va fuori e torna in quel lato

dov'era prima istato nascosto;

e poi tra gli altri e' vien ballotato

se questo è soficiente a tale impresa

d'essere eletto a tal principato.

Ma s'egli avien che sanz'altra difesa

venticinque ballotte d'un volere

abia, o da indi in su sanza contesa,

a questo non bisogna altro parere:

costui è fatto doge a tale stato,

né bisogna per altro provedere.

Ma se non è el numer mentovato

di venticinque o da lì in giuso,

convien che si ritorni al primo stato;

e di tale onoranza egli è schiuso

e vassi poi a la lezion seconda

e tiensi el modo che per l'altro è uso.

Ma se costui in miglior grazia abonda

di buona fama e di migliore stato,

al ballotar per costu' si ritonda;

e s'egli avien che non abi acquistato

la quantità c'ho detto d'un volere,

si è per questo indarno lavorato.

E spesso avien che non son d'un parere

e che tra lor non si può accordare:

vien tolto loro el mangiare e 'l bere

e tanto sì serrati egli hanno a stare,

sanza dar loro niun agio o riposo,

ch'un doge infra di loro egli hano a fare

con questi modi che in questo ti chioso:

che d'un voler sia el numer perfetto

di venticinque e più, el dire i' t'oso.

Com'han compiuto di far quel c'ho detto,

bussan la porta e fanno asapere

a la lor Signoria con gran diletto

el doge c'hanno fatto con dovere;

e s'egli è quivi, l'acompagnan tutti

dentro in San Marco, ch'ognun può vedere:

femine e uomini e garzone e putti,

e' fanno a quel giurare a l'altare

d'esser lïale e conservare e frutti.

Delle ragion' di San Marco arà a fare

contra a cciascuno che volesse quelle,

sanza ragion, volerle usurpare.

E poi vien oltre molte gente belle,

ch'è tutti marinar' di grand'afare,

patron' di navi e di galie con elle.

E questo, fatto doge, hanno a portare

di peso messo inn un pergoletto,

con gran magnificenza, a non fallare,

perché non sia dalla gente stretto,

ché quivi è tanto popolo asembrato

per veder quello che di sopra ho detto.

Al primo luogo che l'hanno portato

siè quel patto a capo della scala

ch'entra in palazo, e quivi l'han posato.

Quivi la calca fortemente cala,

ché tutti si riducon nel cortile,

ché ' gentiluomini a que' dàn di pala.

E qui la Signoria con atto umìle

vanno notificando al popol tutto

del doge c'hanno eletto sì verile

ch'a cciaschedun sarà onore e frutto;

e lui favella co·lla mente pia

che sian contenti a questo costrutto.

Tutti rispondon e dicon: “Così sia!”,

con una boce tutti in concordanza,

che non s'ode tra loro altra risia.

E fatto questo, per seguir l'usanza,

la Signoria lo pone a sedere

con gran magnificenza e onoranza,

dove quelli di propio fan dovere:

e qui el sagramento li hanno dato

che manterrà ragione a suo potere,

di tutto el civile intro 'l suo dogato,

a vedove e popilli e orfanelli

e a cciascuno che fosse oppressato.

A questo non bisogna ch'i' favelli,

ché debi creder che tutto promette

di fare a cciaschedun sanza libelli.

Quindi si parte, e non con poche strette

di gente, per veder la fin di questo:

come in la Signoria costor lo mette.

E po' più oltre vanno molto presto

intro la sala ch'è del cherminale,

ove truovi una sedia a seder destro;

e pongollo a seder come reale,

e fangli el cherminal quivi giurare

che manterrà ragion ben naturale.

A questo non bisogna d'altro fare,

e viene acompagnato insino in sala,

dove a sedere è posto, a non mancare;

e poi ciascuno sen va per la scala

e lui rimane intro la Signoria

dogal, com'è usanza. E qui si cala

ogn'altro detto a la mia fantasia,

ma i' vo' ritornare ad altro dire,

per seguir oltre alla voglia mia.

I' non vorrei però quici fallire

perché sì presto i' t'abia contato

come si fanno e dogi, a non mentire.

Non una volta, ma più s'è trovato

che quel ch'è fatto doge è stato asente,

ch'è per la Signoria altrove andato.

Se quel che fanno non fosse presente,

vien fatto in piè di lui un vegedoge,

che 'nsin che torna diligentemente

siede in la sedia e ha la suo boce

in mezo e consiglier' co·riverenza,

per far risposta umìle e non feroce,

come fosse del doge suo presenza,

insino a tanto che quello è tornato

dentro in Vinegia co·magnificenza.

E come questo doge nominato

è ritornato, e questo va a palagio

per far le cirimonie c'ho contato,

non sì in fretta, ma non però adagio:

per lui vien fatto tutta quel'usanza,

sanza che porti in sé nesun disagio.

Così vien messo in tale onoranza,

com'i' ti dico avanti in questo dire:

si riman questo in tal nominanza.

Di cotal' cose più non vo' seguire

lo scriver mio, sol per non far tedio

a tutti quelli che stanno a udire;

e per dare a chi ode un po' rimedio

sì vo' mutar mio dire ad altri fatti

e a più forte dir metto l'asedio.

Per non uscire di questi contratti,

ti vo' contare di suo perminenza,

che son di grande onore e non d'imbratti.

È questo doge di gran riverenza

intro l'abito suo e suo sembianza

e di gran degnità e di clemenza.

È 'l consüeto suo e sua usanza

che quante volte egli esce di palagio

ha sempre drieto gran cittadinanza,

tutti vestiti di seta e doagio

e di scarlatti e chi di panni d'oro,

c'ha farli compagnia non han disagio

e a vedere l'adorneza loro,

di questi cittadin' lor qualità,

e quanta umanità regna in costoro!

Or ti vo' dire con che degnità

el doge va e con che eccellenza,

acciò che 'ntenda ben la verità.

Inanzi a lui per magnificenza

va più comandator', sanza fallare,

che stanno tutti a sua ubidienza;

e drieto a questi sì si fa portare

otto gonfalonetti colorati,

e dirotti e color', sanza mancare:

duo bianchi e duo vermigli, stu gli guati,

e due azurri e duo son morelli

che a quatro virtù son figurati.

E altre genti si va drieto a quelli,

che son suo uficiali di più mani:

per farli onore tutti van con elli.

Èvi el suo cancelliere e più scrivani

e 'l suo castaldo e quel che ha bollare

tutte lor lettre che lli vien per mani.

Po' drieto a questi sì si vede andare

un suo donzel con un cuscino in collo

di velluto di grana, a non fallare;

un altro ha una sedia e seguitollo,

qual è dorata e fatta a maestria,

che dir la suo fazion già non potrollo.

E drieto a questo, pure a questa via,

un altro porta un cero tutto bianco,

per degnità della suo signoria;

è drieto a questo, che non pare stanco,

un gentiluom con una spada in mano,

la qual tien dritta e non cinta al fianco.

Quest'è in una guaina per certano,

la quale è lavorata di fin oro,

e inanzi al doge istà prossimano.

Imprima, avanti a tutti costoro,

suona più trombe e pifferi assai,

tutte d'argento con un bel lavoro.

Ancor mi resta a dir quel che non sai

d'una magnificenza tanto bella

che a pochi signor' vedesti mai:

sopra suo testa si porta un'ombrella,

per un famiglio che drieto gli sta,

acciò che 'ntenda ben questa novella.

Sotto di quella sempre el doge va,

in ogni parte, quando lui va fuori,

per gran magnificenza e maestà.

Ancor mi resta a dir cose magiori

d'un'altra perminenza c'han costoro,

a volerti cavar di più errori:

bollan lor lettere in piombo e oro,

come fa el papa con bolle pendente,

over lo 'mperadore in simil coro.

Perché tu veggia no·m'esce di mente

di racontarti altre condizioni

c'ha questa Signoria più ch'altra gente

– tutte acquistate in buone operazioni

c'han fatto e Vinizian' nel tempo antico,

per Santa Chiesa co·molt'afezioni –,

acciò che 'ntenda bene quel ch'i' dico:

hanno costoro questa degnità,

la quale in questi versi ti riprìco:

e a volerti direla verità,

ha questa Signoria tal previlegio

c'ha di riputazion gran quantità.

E no·ll'abia nessuno in suo dispregio

ch'a' Viniziani si possa aguagliare

di quel ch'i' ti dirò, ch'è di gran pregio:

fu conceduto lor dal Santo Pare

tal perminenza e tal libertà

che èn signori e domino el mare.

Con questa perminenza el doge va

e sposa el mare con un anel d'oro

fuori in sul porto con gran degnità,

in sun un piatto ch'è di bel lavoro,

con una sedia tanto trïonfale:

e vien chiamato questo el bugentoro,

qual è maraviglioso e sì reale

con tante banche intorno da sedere,

fatte con uno ingegno naturale.

Sopra di questo che si può vedere

va molti cittadini in compagnia,

e altre genti per aver piacere.

E vo' che 'ntenda ben la voglia mia,

ch'a volerti contar le suo adorneze,

convien ch'i' sforzi la mia fantasia.

Sopra di questo piatto ha tal' riccheze

ch'egli è coperto d'u·panno di seta,

fatto di cremisì le sue fatteze.

E anche mia lingua non staria cheta

s'i' non dicessi un'altra condizione,

per far di ciò la mia mente lïeta:

a mezo questo piatto è un gonfalone

alto, che dentro v'è el Vangelista

d'oro in figura, a modo di lïone.

A me conviene avere or miglior vista,

s'i' vorò ritornare a magior' fatti

e al mio dire vo' mutar la lista,

acciò che per dir altro i' no·m'imbratti.