XV
Qui si vedrà se llo tuo intelletto
sarà copioso di discrezïone,
ché in questo dir non cometta difetto
a seguir oltre questa elezïone,
secondo ch'è 'l costume a tal tratato
e loro usanza ha tal condizione.
Tra lor niun'altra persona è entrato,
ma loro stessi sì s'hano ordinato
di far tre principali a tale stato;
e a' più antichi e' dànno el mandato
tra gli altri, ché di tal cosa abin cura,
di quel che per costor fia nominato;
du' altri soficienti alla scrittura,
più giovan', che ricolghino el partito
ben lïalmente, colla mente pura.
E po' che hanno questo stabilito,
questi tre principal' fanno sentare
tutto l'avanzo, ciascuno a suo sito
più basso a questi tre, sanza fallare.
E questi per le sorte metton parte
a quel che tocca prima a nominare;
e poi el secondo – e questo è scritto in carte –,
el terzo e 'l quarto sino al compimento,
e così dànno a cciaschedun suo parte
d'elegger chi pare a suo sentimento:
e così vanno tal ordin seguendo,
e di tal modo è ciaschedun contento.
Per che nello 'ntelletto mio comprendo
che cciaschedun vorrebe tale ufizio
non cura altru' che se vada aleggendo,
perché cciascun ha me' tal benifizio:
così ognuno, a chi tocca la sorta,
mette suo volontà all'esercizio.
E di tal voglia ciascun si conforta
a voler nominar chi più li piace,
ma spesso avien che va per la via torta;
se non è di vertù molto verace,
li vien fallato cotale intenzione,
perch'a' compagni questo tal dispiace.
Qualunque è quel che a prima lezione
si vien chiamato, e questo tal va fuora
di tutti li altri, per discrezïone,
inn una camera, e quivi dimora
insino a tanto ched e' vien chiamato
ben per ispazio più d'una gross'ora;
e un de' tre maggior' sì ha parlato
a tutto quanto el resto in generale,
s'alcun vuol contradire al nominato.
E cciaschedun dè dire el bene e 'l male
di quel che sa della vita di quello
ch'è per l'adrieto a questo cotale;
e s'egli avien che si dica mal d'ello,
per alcun si vien messo inn iscritura
per que' duo gentiluomini in libello.
Ma se gli è detto ben di suo natura,
di questo non si nota alcuna cosa,
perch'è chiarita la suo fama pura.
E a cciò che suo infama non si' ascosa,
sì vien chiamato questo tale eletto,
ché faccia scusa che di lui si chiosa:
e così li vien detto el suo difetto
di quel ch'alla suo fama viene oposto,
sì che risponda sanza alcun sospetto.
E quand'egli ha a tututto risposto,
ed e' va fuori e torna in quel lato
dov'era prima istato nascosto;
e poi tra gli altri e' vien ballotato
se questo è soficiente a tale impresa
d'essere eletto a tal principato.
Ma s'egli avien che sanz'altra difesa
venticinque ballotte d'un volere
abia, o da indi in su sanza contesa,
a questo non bisogna altro parere:
costui è fatto doge a tale stato,
né bisogna per altro provedere.
Ma se non è el numer mentovato
di venticinque o da lì in giuso,
convien che si ritorni al primo stato;
e di tale onoranza egli è schiuso
e vassi poi a la lezion seconda
e tiensi el modo che per l'altro è uso.
Ma se costui in miglior grazia abonda
di buona fama e di migliore stato,
al ballotar per costu' si ritonda;
e s'egli avien che non abi acquistato
la quantità c'ho detto d'un volere,
si è per questo indarno lavorato.
E spesso avien che non son d'un parere
e che tra lor non si può accordare:
vien tolto loro el mangiare e 'l bere
e tanto sì serrati egli hanno a stare,
sanza dar loro niun agio o riposo,
ch'un doge infra di loro egli hano a fare
con questi modi che in questo ti chioso:
che d'un voler sia el numer perfetto
di venticinque e più, el dire i' t'oso.
Com'han compiuto di far quel c'ho detto,
bussan la porta e fanno asapere
a la lor Signoria con gran diletto
el doge c'hanno fatto con dovere;
e s'egli è quivi, l'acompagnan tutti
dentro in San Marco, ch'ognun può vedere:
femine e uomini e garzone e putti,
e' fanno a quel giurare a l'altare
d'esser lïale e conservare e frutti.
Delle ragion' di San Marco arà a fare
contra a cciascuno che volesse quelle,
sanza ragion, volerle usurpare.
E poi vien oltre molte gente belle,
ch'è tutti marinar' di grand'afare,
patron' di navi e di galie con elle.
E questo, fatto doge, hanno a portare
di peso messo inn un pergoletto,
con gran magnificenza, a non fallare,
perché non sia dalla gente stretto,
ché quivi è tanto popolo asembrato
per veder quello che di sopra ho detto.
Al primo luogo che l'hanno portato
siè quel patto a capo della scala
ch'entra in palazo, e quivi l'han posato.
Quivi la calca fortemente cala,
ché tutti si riducon nel cortile,
ché ' gentiluomini a que' dàn di pala.
E qui la Signoria con atto umìle
vanno notificando al popol tutto
del doge c'hanno eletto sì verile
ch'a cciaschedun sarà onore e frutto;
e lui favella co·lla mente pia
che sian contenti a questo costrutto.
Tutti rispondon e dicon: “Così sia!”,
con una boce tutti in concordanza,
che non s'ode tra loro altra risia.
E fatto questo, per seguir l'usanza,
la Signoria lo pone a sedere
con gran magnificenza e onoranza,
dove quelli di propio fan dovere:
e qui el sagramento li hanno dato
che manterrà ragione a suo potere,
di tutto el civile intro 'l suo dogato,
a vedove e popilli e orfanelli
e a cciascuno che fosse oppressato.
A questo non bisogna ch'i' favelli,
ché debi creder che tutto promette
di fare a cciaschedun sanza libelli.
Quindi si parte, e non con poche strette
di gente, per veder la fin di questo:
come in la Signoria costor lo mette.
E po' più oltre vanno molto presto
intro la sala ch'è del cherminale,
ove truovi una sedia a seder destro;
e pongollo a seder come reale,
e fangli el cherminal quivi giurare
che manterrà ragion ben naturale.
A questo non bisogna d'altro fare,
e viene acompagnato insino in sala,
dove a sedere è posto, a non mancare;
e poi ciascuno sen va per la scala
e lui rimane intro la Signoria
dogal, com'è usanza. E qui si cala
ogn'altro detto a la mia fantasia,
ma i' vo' ritornare ad altro dire,
per seguir oltre alla voglia mia.
I' non vorrei però quici fallire
perché sì presto i' t'abia contato
come si fanno e dogi, a non mentire.
Non una volta, ma più s'è trovato
che quel ch'è fatto doge è stato asente,
ch'è per la Signoria altrove andato.
Se quel che fanno non fosse presente,
vien fatto in piè di lui un vegedoge,
che 'nsin che torna diligentemente
siede in la sedia e ha la suo boce
in mezo e consiglier' co·riverenza,
per far risposta umìle e non feroce,
come fosse del doge suo presenza,
insino a tanto che quello è tornato
dentro in Vinegia co·magnificenza.
E come questo doge nominato
è ritornato, e questo va a palagio
per far le cirimonie c'ho contato,
non sì in fretta, ma non però adagio:
per lui vien fatto tutta quel'usanza,
sanza che porti in sé nesun disagio.
Così vien messo in tale onoranza,
com'i' ti dico avanti in questo dire:
si riman questo in tal nominanza.
Di cotal' cose più non vo' seguire
lo scriver mio, sol per non far tedio
a tutti quelli che stanno a udire;
e per dare a chi ode un po' rimedio
sì vo' mutar mio dire ad altri fatti
e a più forte dir metto l'asedio.
Per non uscire di questi contratti,
ti vo' contare di suo perminenza,
che son di grande onore e non d'imbratti.
È questo doge di gran riverenza
intro l'abito suo e suo sembianza
e di gran degnità e di clemenza.
È 'l consüeto suo e sua usanza
che quante volte egli esce di palagio
ha sempre drieto gran cittadinanza,
tutti vestiti di seta e doagio
e di scarlatti e chi di panni d'oro,
c'ha farli compagnia non han disagio
e a vedere l'adorneza loro,
di questi cittadin' lor qualità,
e quanta umanità regna in costoro!
Or ti vo' dire con che degnità
el doge va e con che eccellenza,
acciò che 'ntenda ben la verità.
Inanzi a lui per magnificenza
va più comandator', sanza fallare,
che stanno tutti a sua ubidienza;
e drieto a questi sì si fa portare
otto gonfalonetti colorati,
e dirotti e color', sanza mancare:
duo bianchi e duo vermigli, stu gli guati,
e due azurri e duo son morelli
che a quatro virtù son figurati.
E altre genti si va drieto a quelli,
che son suo uficiali di più mani:
per farli onore tutti van con elli.
Èvi el suo cancelliere e più scrivani
e 'l suo castaldo e quel che ha bollare
tutte lor lettre che lli vien per mani.
Po' drieto a questi sì si vede andare
un suo donzel con un cuscino in collo
di velluto di grana, a non fallare;
un altro ha una sedia e seguitollo,
qual è dorata e fatta a maestria,
che dir la suo fazion già non potrollo.
E drieto a questo, pure a questa via,
un altro porta un cero tutto bianco,
per degnità della suo signoria;
è drieto a questo, che non pare stanco,
un gentiluom con una spada in mano,
la qual tien dritta e non cinta al fianco.
Quest'è in una guaina per certano,
la quale è lavorata di fin oro,
e inanzi al doge istà prossimano.
Imprima, avanti a tutti costoro,
suona più trombe e pifferi assai,
tutte d'argento con un bel lavoro.
Ancor mi resta a dir quel che non sai
d'una magnificenza tanto bella
che a pochi signor' vedesti mai:
sopra suo testa si porta un'ombrella,
per un famiglio che drieto gli sta,
acciò che 'ntenda ben questa novella.
Sotto di quella sempre el doge va,
in ogni parte, quando lui va fuori,
per gran magnificenza e maestà.
Ancor mi resta a dir cose magiori
d'un'altra perminenza c'han costoro,
a volerti cavar di più errori:
bollan lor lettere in piombo e oro,
come fa el papa con bolle pendente,
over lo 'mperadore in simil coro.
Perché tu veggia no·m'esce di mente
di racontarti altre condizioni
c'ha questa Signoria più ch'altra gente
– tutte acquistate in buone operazioni
c'han fatto e Vinizian' nel tempo antico,
per Santa Chiesa co·molt'afezioni –,
acciò che 'ntenda bene quel ch'i' dico:
hanno costoro questa degnità,
la quale in questi versi ti riprìco:
e a volerti direla verità,
ha questa Signoria tal previlegio
c'ha di riputazion gran quantità.
E no·ll'abia nessuno in suo dispregio
ch'a' Viniziani si possa aguagliare
di quel ch'i' ti dirò, ch'è di gran pregio:
fu conceduto lor dal Santo Pare
tal perminenza e tal libertà
che èn signori e domino el mare.
Con questa perminenza el doge va
e sposa el mare con un anel d'oro
fuori in sul porto con gran degnità,
in sun un piatto ch'è di bel lavoro,
con una sedia tanto trïonfale:
e vien chiamato questo el bugentoro,
qual è maraviglioso e sì reale
con tante banche intorno da sedere,
fatte con uno ingegno naturale.
Sopra di questo che si può vedere
va molti cittadini in compagnia,
e altre genti per aver piacere.
E vo' che 'ntenda ben la voglia mia,
ch'a volerti contar le suo adorneze,
convien ch'i' sforzi la mia fantasia.
Sopra di questo piatto ha tal' riccheze
ch'egli è coperto d'u·panno di seta,
fatto di cremisì le sue fatteze.
E anche mia lingua non staria cheta
s'i' non dicessi un'altra condizione,
per far di ciò la mia mente lïeta:
a mezo questo piatto è un gonfalone
alto, che dentro v'è el Vangelista
d'oro in figura, a modo di lïone.
A me conviene avere or miglior vista,
s'i' vorò ritornare a magior' fatti
e al mio dire vo' mutar la lista,
acciò che per dir altro i' no·m'imbratti.