XV

By Michele del Giogante

Nel mio piccol prencipio, mezzo e fine,

se mai in prieghi mortal grazia s'infuse,

o re del cielo, o tutte alme divine,

o sacre, o sante, o glorïose Muse,

o spiriti gentili, o peregrine

ricerche in caldi dicitor racchiuse,

porgete priego al mie dir tal favore

ch'a voi sie gloria, a me fama ed onore!

O elevata, o glorïosa impresa,

o spirito supremo, o chiaro ingegno,

o ripien tutto di carità accesa,

o di quest'opra colonna e sostegno,

o inventor che ti muovi a difesa

del vulgar idïoma d'onor degno,

in varî stili, in diverse manere,

sien benedette le tuo cagion vere!

Le qua' cagion, pel tuo degno destino,

perito essendo in ogni facultate

quant'altro sommo, gentil, peregrino

si truovi ingegno in questa nostra etate,

dove il giudicio tuo vie più raffino

che non fa l'oro nel foco in bontate,

ridotte ci hanno in tal congregazione

con laude di vulgar commendazione.

Singularmente un vulgar ben tessuto,

terso e ripien di vera leggiadria,

con un verso sonor, degno e compiuto

d'arte supprema, qual vuol poesia,

colla sentenza è fondato e fronzuto,

in forma tal che l'uditore stia

attento e lieto all'opera gentile,

per la ricerca di sì dolce stile.

Appresso al tuo voler tanto perfetto

fare' sperimentar questa matera

sotto tre don nel tuo proprio concetto,

a laude tutto di chi meglio impera,

diliberando ogni spesa in effetto

di tuo pagar; così il pensier ne spera,

quand'uno spirto gentil sopravvenne,

d'amore acceso e di virtù solenne.

Sentendo d'un tant'uom sì calda voglia,

po' del suo degno fin costrutto volse;

e perché la virtù sempre germoglia

dopo lo 'nteso, ta' parole sciolse:

«O maggior mio, deh, non passar la soglia

ch'i' non sie teco — in sentenzia raccolse —

nel seguir la magnanima tuo 'mpresa,

grazia impetrando di me sia la spesa,

ch'io non so quando ancor negli anni miei

cosa sentissi più degna o più grata».

Rispose il gentil uom, qual saper dei

suo degno nome e suo casa onorata,

né con silenzio tacer lo potrei,

sendo inventor di sì dolce giornata;

quest'è messer Batista degli Alberti,

a Pier di Cosmo pe' suo degni merti,

e disse: «Piero e' non m'è or sol noto

la tuo virtù, la tuo magnificenza,

veggendo te sì fervente e devoto;

ch'i' dal ciel abbi favore e credenza!

Né alla voglia tua romper vo' il voto

a laude della nostra alma Fiorenza».

Così uniti rimason d'accordo.

Or vo' seguire il mio fedel ricordo.

D'ogni cagion cagion Primo Motore,

estupefatto all'opera tua vegno:

gli angioli, i ciel pel tuo sommo vigore

prima crïasti in sì fermo sostegno;

po' giù il terrestre e 'l di drento e 'l di fore,

l'uno e l'altro emisper faccendo degno,

sendo un caos, e di poi il sesto giorno

facesti alla tuo 'mmagine ritorno,

criando il nostro primo padre Adamo

alla 'mmagine tua, Signore etterno,

faccendol possessor per tuo richiamo

delle create cose in sempiterno.

Te dunque invoco, te supplico e chiamo,

ch'a me die lume, perch'i' non discerno,

dopo tanto mister, di tua clemenza

nascer potesse tal disubbidenza.

Prevaricando il tuo comandamento,

pel gustar sol di quel vietato pomo,

ch'ogni suppremo lume gli fu spento,

brutto, vile animal fatto, sendo uomo

cacciandol fuor con sì greve spavento

del paradiso, al qual pensando il como,

colla faccia turbata e con furore

dicesti: «Viverai del tuo sudore».

Così per tal peccato originale,

privati fumo di tuo gloria immensa,

fuor di redenzïon, ché nulla vale

in riparare alla 'nfinita offensa.

O del ciel Re, invisibile e immortale,

per te, come tu sai, poi si dispensa

mandarne il tuo Figliuol, ch'altro n'avanza

per sapïenza, a purgar l'ignoranza.

Sì strabocchevol, sì tenero amore

il Criator mostrò alla criatura,

volendo esser del fallo redentore:

incomprensibil fu senza misura.

Di quinci nasce, o mio caro uditore,

il tema dato, se ben ci pon cura.

Della vera amicizia il testimonio

fu il buon Gesù, e non c'è altro conio.

Tutt'altre impronte e tutt'altri suggelli

escon del vero e natural suggetto

artificiati, alla virtù ribelli,

avendo l'amicizia un sol ricetto.

Nota, se mai di lei pensi o favelli,

perch'ogni altro veder sarie 'mperfetto,

duo corpi in un voler per grazia infusa

vuol con un'alma innestata e 'nterchiusa.

Quivi è 'l suo vero e glorïoso seggio,

né più quïete sotto il ciel non trova;

quivi in trïunfo e 'n tal fama la veggio,

solo esprimer lo può chi 'l sa per prova.

Il perché, degno uditor, ti richieggio

ch'or la tua gran fantasia non si mova,

notar volendo qui la differenza

d'alcun, che varia in fallace credenza.

Tenendo ch'amicizia e caritate

sieno una propria cosa, un proprio effetto

esca di loro e di lor facultate;

questo tenere, uditor, è imperfetto:

sol l'amicizia produce in bontate

duo fidi amici. ognun col casto petto;

se pur per accidente alcun si piega,

la carità gli riunisce e lega.

E per questa cagion niun mai ti faccia

dal ver giudicio torcere o piegare;

ogn'altro fabuloso parlar taccia;

sol per virtù, la virtù debbe amare.

E chi, fingendo, tentando altra traccia

va, puossi e dêsi mendace chiamare.

Né storico t'inganni, né poeta,

se la virtù coll'onestà tel vieta.

Io ho sentito già il particulare

del greco Omero e del buon Mantovano,

di Tulio ancor, che seppe e dire e fare,

Valerio ed altri come noi sappiàno;

ognun diffusamente in suo trattare

n'han detto e mostro quel che ne leggiàno,

singularmente ancora i tuoi moderni,

Dante e 'l Petrarca, sol per fama etterni.

Né credo che tu creda che, raccolto,

come fa l'ape, di tutti il fioretto,

sed io non son dall'ignoranza involto,

istando alla ragion sempre suggetto,

derogar possa, o che mai ne sie tolto

quel vero conio, che di sopra è detto,

di quella immensa carità sincera,

che 'l seggio tien dell'amicizia vera.

Qui vo' far punto e qui silenzio porre,

qui vo' lasciar di tanta opera il dire,

d'ogni torto veder giù mi vo' tôrre,

avendo in voi la speranza e 'l disire,

alle cui leggiadrie non si può apporre,

faccendo questo edïoma fiorire,

e voglio attento star, tacito e lieto,

e gustar d'amicizia ogni segreto.

Né vo', né chieggio esser qui messo in sorte,

né venir in cimento al paragone

tra oro fin, rubin, balasci, il forte

di questa tanta e tal congregazione,

serafini, del ciel propri consorte.

Io per contrario in tal declinazione,

con artificio son rame dorato,

o doppio vetro in caston d'or legato.

Sol nella superficie colorare

posso, o potrei sotto un divin furore,

caldo nel dir, senza considerare,

o senza averne alcun gusto o sapore.

Per la qual cosa i' vo' ratificare

suggetto e pazïente star di fore,

pur che 'l mio buon voler non mi sie tolto

del far poi trïunfar questo raccolto.

Di tali e tanti dicitori in versi,

illustri e degni di fama supprema,

sotto tant'alti, leggiadri e diversi

solenni stili, pur all'eccelso tema

già sento di dolcezza i sensi persi,

tanto licor mi par giù dal ciel prema

in laude propria della lingua nostra,

come la vera esperïenza mostra.

Poi il fronte di quell'uom tanto eccellente

incoronar del glorïoso dono

veder vorrei sì magnificamente

che per tutta Europa andasse il sòno,

sendo tra' dicitor tanto eminente;

s'i' trasandassi ancor, vaglia perdono.

Vorrei vederlo uscir poi del Duom fori,

con tutti e venerandi dicitori;

ciascun con vaghe grillandette in testa,

piccole e peregrine, il secondasse

di laüro o di mirto per più festa,

con tanti suon che l'aire ne tonasse;

con quella compagnia degna ed onesta

insino al proprio suo seggio s'andasse,

per più sublime sua commendazione.

E qui sie fine al mio fatto sermone.