XV
Nel mio piccol prencipio, mezzo e fine,
se mai in prieghi mortal grazia s'infuse,
o re del cielo, o tutte alme divine,
o sacre, o sante, o glorïose Muse,
o spiriti gentili, o peregrine
ricerche in caldi dicitor racchiuse,
porgete priego al mie dir tal favore
ch'a voi sie gloria, a me fama ed onore!
O elevata, o glorïosa impresa,
o spirito supremo, o chiaro ingegno,
o ripien tutto di carità accesa,
o di quest'opra colonna e sostegno,
o inventor che ti muovi a difesa
del vulgar idïoma d'onor degno,
in varî stili, in diverse manere,
sien benedette le tuo cagion vere!
Le qua' cagion, pel tuo degno destino,
perito essendo in ogni facultate
quant'altro sommo, gentil, peregrino
si truovi ingegno in questa nostra etate,
dove il giudicio tuo vie più raffino
che non fa l'oro nel foco in bontate,
ridotte ci hanno in tal congregazione
con laude di vulgar commendazione.
Singularmente un vulgar ben tessuto,
terso e ripien di vera leggiadria,
con un verso sonor, degno e compiuto
d'arte supprema, qual vuol poesia,
colla sentenza è fondato e fronzuto,
in forma tal che l'uditore stia
attento e lieto all'opera gentile,
per la ricerca di sì dolce stile.
Appresso al tuo voler tanto perfetto
fare' sperimentar questa matera
sotto tre don nel tuo proprio concetto,
a laude tutto di chi meglio impera,
diliberando ogni spesa in effetto
di tuo pagar; così il pensier ne spera,
quand'uno spirto gentil sopravvenne,
d'amore acceso e di virtù solenne.
Sentendo d'un tant'uom sì calda voglia,
po' del suo degno fin costrutto volse;
e perché la virtù sempre germoglia
dopo lo 'nteso, ta' parole sciolse:
«O maggior mio, deh, non passar la soglia
ch'i' non sie teco — in sentenzia raccolse —
nel seguir la magnanima tuo 'mpresa,
grazia impetrando di me sia la spesa,
ch'io non so quando ancor negli anni miei
cosa sentissi più degna o più grata».
Rispose il gentil uom, qual saper dei
suo degno nome e suo casa onorata,
né con silenzio tacer lo potrei,
sendo inventor di sì dolce giornata;
quest'è messer Batista degli Alberti,
a Pier di Cosmo pe' suo degni merti,
e disse: «Piero e' non m'è or sol noto
la tuo virtù, la tuo magnificenza,
veggendo te sì fervente e devoto;
ch'i' dal ciel abbi favore e credenza!
Né alla voglia tua romper vo' il voto
a laude della nostra alma Fiorenza».
Così uniti rimason d'accordo.
Or vo' seguire il mio fedel ricordo.
D'ogni cagion cagion Primo Motore,
estupefatto all'opera tua vegno:
gli angioli, i ciel pel tuo sommo vigore
prima crïasti in sì fermo sostegno;
po' giù il terrestre e 'l di drento e 'l di fore,
l'uno e l'altro emisper faccendo degno,
sendo un caos, e di poi il sesto giorno
facesti alla tuo 'mmagine ritorno,
criando il nostro primo padre Adamo
alla 'mmagine tua, Signore etterno,
faccendol possessor per tuo richiamo
delle create cose in sempiterno.
Te dunque invoco, te supplico e chiamo,
ch'a me die lume, perch'i' non discerno,
dopo tanto mister, di tua clemenza
nascer potesse tal disubbidenza.
Prevaricando il tuo comandamento,
pel gustar sol di quel vietato pomo,
ch'ogni suppremo lume gli fu spento,
brutto, vile animal fatto, sendo uomo
cacciandol fuor con sì greve spavento
del paradiso, al qual pensando il como,
colla faccia turbata e con furore
dicesti: «Viverai del tuo sudore».
Così per tal peccato originale,
privati fumo di tuo gloria immensa,
fuor di redenzïon, ché nulla vale
in riparare alla 'nfinita offensa.
O del ciel Re, invisibile e immortale,
per te, come tu sai, poi si dispensa
mandarne il tuo Figliuol, ch'altro n'avanza
per sapïenza, a purgar l'ignoranza.
Sì strabocchevol, sì tenero amore
il Criator mostrò alla criatura,
volendo esser del fallo redentore:
incomprensibil fu senza misura.
Di quinci nasce, o mio caro uditore,
il tema dato, se ben ci pon cura.
Della vera amicizia il testimonio
fu il buon Gesù, e non c'è altro conio.
Tutt'altre impronte e tutt'altri suggelli
escon del vero e natural suggetto
artificiati, alla virtù ribelli,
avendo l'amicizia un sol ricetto.
Nota, se mai di lei pensi o favelli,
perch'ogni altro veder sarie 'mperfetto,
duo corpi in un voler per grazia infusa
vuol con un'alma innestata e 'nterchiusa.
Quivi è 'l suo vero e glorïoso seggio,
né più quïete sotto il ciel non trova;
quivi in trïunfo e 'n tal fama la veggio,
solo esprimer lo può chi 'l sa per prova.
Il perché, degno uditor, ti richieggio
ch'or la tua gran fantasia non si mova,
notar volendo qui la differenza
d'alcun, che varia in fallace credenza.
Tenendo ch'amicizia e caritate
sieno una propria cosa, un proprio effetto
esca di loro e di lor facultate;
questo tenere, uditor, è imperfetto:
sol l'amicizia produce in bontate
duo fidi amici. ognun col casto petto;
se pur per accidente alcun si piega,
la carità gli riunisce e lega.
E per questa cagion niun mai ti faccia
dal ver giudicio torcere o piegare;
ogn'altro fabuloso parlar taccia;
sol per virtù, la virtù debbe amare.
E chi, fingendo, tentando altra traccia
va, puossi e dêsi mendace chiamare.
Né storico t'inganni, né poeta,
se la virtù coll'onestà tel vieta.
Io ho sentito già il particulare
del greco Omero e del buon Mantovano,
di Tulio ancor, che seppe e dire e fare,
Valerio ed altri come noi sappiàno;
ognun diffusamente in suo trattare
n'han detto e mostro quel che ne leggiàno,
singularmente ancora i tuoi moderni,
Dante e 'l Petrarca, sol per fama etterni.
Né credo che tu creda che, raccolto,
come fa l'ape, di tutti il fioretto,
sed io non son dall'ignoranza involto,
istando alla ragion sempre suggetto,
derogar possa, o che mai ne sie tolto
quel vero conio, che di sopra è detto,
di quella immensa carità sincera,
che 'l seggio tien dell'amicizia vera.
Qui vo' far punto e qui silenzio porre,
qui vo' lasciar di tanta opera il dire,
d'ogni torto veder giù mi vo' tôrre,
avendo in voi la speranza e 'l disire,
alle cui leggiadrie non si può apporre,
faccendo questo edïoma fiorire,
e voglio attento star, tacito e lieto,
e gustar d'amicizia ogni segreto.
Né vo', né chieggio esser qui messo in sorte,
né venir in cimento al paragone
tra oro fin, rubin, balasci, il forte
di questa tanta e tal congregazione,
serafini, del ciel propri consorte.
Io per contrario in tal declinazione,
con artificio son rame dorato,
o doppio vetro in caston d'or legato.
Sol nella superficie colorare
posso, o potrei sotto un divin furore,
caldo nel dir, senza considerare,
o senza averne alcun gusto o sapore.
Per la qual cosa i' vo' ratificare
suggetto e pazïente star di fore,
pur che 'l mio buon voler non mi sie tolto
del far poi trïunfar questo raccolto.
Di tali e tanti dicitori in versi,
illustri e degni di fama supprema,
sotto tant'alti, leggiadri e diversi
solenni stili, pur all'eccelso tema
già sento di dolcezza i sensi persi,
tanto licor mi par giù dal ciel prema
in laude propria della lingua nostra,
come la vera esperïenza mostra.
Poi il fronte di quell'uom tanto eccellente
incoronar del glorïoso dono
veder vorrei sì magnificamente
che per tutta Europa andasse il sòno,
sendo tra' dicitor tanto eminente;
s'i' trasandassi ancor, vaglia perdono.
Vorrei vederlo uscir poi del Duom fori,
con tutti e venerandi dicitori;
ciascun con vaghe grillandette in testa,
piccole e peregrine, il secondasse
di laüro o di mirto per più festa,
con tanti suon che l'aire ne tonasse;
con quella compagnia degna ed onesta
insino al proprio suo seggio s'andasse,
per più sublime sua commendazione.
E qui sie fine al mio fatto sermone.