XVI. ALLA MEDESIMA, QUANDO RECITÒ LA PARTE DI CLARICE NELLA TRAGICOMMEDIA DI QUE...
Fiamma gentil dell'anime,
Periglio d'ogni cor,
Odi, o Clarice, un libero
Di Pindo abitator.
Questa d'avorio e d'ebano
Cetra che un dio mi diè,
Là su quel fresco margine
Io la temprai per te.
Maravigliando taciti
I boschi l'ascoltâr,
E di Lisetta appresero
Il nome a risuonar.
Dal tronco lor le Driadi
Col verde capo uscîr,
E innanzi a te d'invidia
Men belle impallidîr.
Fauni cessaro e satiri
Al suono repentin
Di sdrucciolar sul lubrico
Ghiaccio del rio vicin;
Ed aguzzando attoniti
L'orecchio al mio cantar
Fer plauso, e poi tornarono
Sul rivo a saltellar.
Mentre di tue mirabili
Pupille allo splendor
L'etra d'intorno empieasi
D'insolito chiaror;
E dall'antica e rigida
Fronte scuotendo il gel
Gli olmi stillar parevano
Di rugiadoso mèl.
Tal dalle sue bell'isole
Se a riveder l'april
Vine su la conca lucida
Del mar la dea gentil;
Sciolgono a gara i zefiri
Dalla collina il vol;
Ridono i mirti, e smaltasi
Di fior leggiadri il suol;
Ella si allegra; e il placido
Girando occhio divin
Odor d'ambrosia e balsamo
Sparge dall'aureo crin.
Ma perchè mai, bellissima,
Il tuo gioir sparì?
E perchè tanto in lagrime
Ti struggi in questo dì?
Que' tuoi begli occhi fulgidi,
Dolce albergo d'amor,
In fonti si conversero
Di pianto e di dolor.
Quei labbri, che soleansi
Di riso in pria vestir,
Ohimè, di lunghi or suonano
Singulti e di sospir.
La fallace l'instabile
Lisetta or dove andò?
Sparve la scena ignobile,
E in altra si cangiò.
Qui le scherzanti Grazie
Condur Talìa non sa,
Non tradimenti o immagini
Di varia infedeltà.
Ma per dolce dell'anime
Amabile terror
I palchi empie Melpomene
Di lugubre squallor.
Aura feral che mormori
Sì dolente fra te
E vien in tuon patetico
A sospirar con me;
Ferma quel roco sibilo
Che l'alma mia ferì,
E di Clarice i gemiti
Non mi turbar così.
Parla, infelice: il fremere
Del vento si chetò.
Parla: a stato sì flebile
Qual colpa ti dannò?
— Son rea, perchè quest'anima
Arse d'un giusto amor:
Son rea, perchè fu tenero
A un fido amante il cor. —
Cielo, che dènno attendere
Le ingrate alme da te,
Se questa d'un magnanimo
Affetto è la mercè?
Plácati alfin: sì misera
Non sia tanta beltà:
Essa è tuo don: l'offenderla
È troppa crudeltà.
Ohimè!, che indarno io pregoti
Pietoso, o donna, il ciel:
Egli non m'ode; e aggràvati
Il destino crudel.
Tutto ei ti tolse instabile:
E solo ti restò
Quella virtù che i palpiti
Del cor non secondò.
Tu piangi, è ver: ma debole
Il pianto tuo non è,
Se amor di madre esprimerlo
Dagli occhi tuoi potè.
Veder, delle tue viscere
Prima e miglior metà,
Teco il tuo figlio squallido
Perdura povertà
Rende il feral spettacolo
Sì giusto il tuo dolor,
Che trar d'alpina selice
Potrebbe il pianto ancor.
Pur fra cotante lagrime
Sei bella ancor così:
Ma quanto, ohimè, dissimile
Da quel che fosti un dì.
Lo stuol leggiadro e candido
De' Silfi tuoi dov'è?
Ahi, che smarriti e queruli
Or piangono con te;
Piangon l'amara istoria
Del tuo fato crudel,
Sordo chiamando e barbaro
Con gl'innocenti il ciel;
Piangon l'indegno eccidio
De' vezzi, ahi rio destin,
Ed il fatal disordine
Del tuo dorato crin.
Ei delle varie e tremole
Sue piume si spogliò,
E delle guance squallide
La doglia accompagnò.
Di Silfi nuda e vedova
Resta la faccia e il sen;
Di Silfi inconsolabili
L'aere dolente è pien.
Parte il parlar coi gemiti
Interrompendo va,
Parte coll'ale copresi
Il volto per pietà:
Qual lascia il pianto pioversi
Sul petto alabastrin,
Qual sulle ciglie asciugalo
Con bianco pannolin.
Tali d'intorno a Venere
Pianser gli Amori un dì,
Quando in Adon l'orribile
Cinghiale incrudelì:
Essa nel fianco tenero
La piaga gli cercò;
La vide; e freddo esanime
Il cor le si gelò:
Tre volte incerta e pallida
Diè segno di cader,
Tre volte all'uopo accorsero
I pargoletti arcier;
Alfin svenuta immobile
Giacque tra l'erba e i fior:
Meste qua e là tremarono
Le selve al suo dolor,
E le colombe e i passeri
Che il carro suo guidâr,
La prima volta udironsi
Gemere e singhiozzar.
Oh mali, oh scene tragiche
Ove in dolce amistà
Sospirando passeggiano
L'orrore e la pietà!
Chi può mirarvi e ascondere
Un cor sì duro in sen,
Che nieghi gli occhi aspergere
Di poche stille almen?
Io no: molle e pieghevole
Delle belle al penar
I vati han l'alma e facile
Il pianto a secondar.
Tel dica il tristo e lugubre
Canto che in questo dì
In tronco suon difficile
Dalla mia cetra uscì;
O chiaro incomparabile
D'illustri scene onor,
Meglio di cui non plorano
Le Grazie e il dio d'amor.