XVI. ALLA MEDESIMA, QUANDO RECITÒ LA PARTE DI CLARICE NELLA TRAGICOMMEDIA DI QUE...

By Vincenzo Monti

Fiamma gentil dell'anime,

Periglio d'ogni cor,

Odi, o Clarice, un libero

Di Pindo abitator.

Questa d'avorio e d'ebano

Cetra che un dio mi diè,

Là su quel fresco margine

Io la temprai per te.

Maravigliando taciti

I boschi l'ascoltâr,

E di Lisetta appresero

Il nome a risuonar.

Dal tronco lor le Driadi

Col verde capo uscîr,

E innanzi a te d'invidia

Men belle impallidîr.

Fauni cessaro e satiri

Al suono repentin

Di sdrucciolar sul lubrico

Ghiaccio del rio vicin;

Ed aguzzando attoniti

L'orecchio al mio cantar

Fer plauso, e poi tornarono

Sul rivo a saltellar.

Mentre di tue mirabili

Pupille allo splendor

L'etra d'intorno empieasi

D'insolito chiaror;

E dall'antica e rigida

Fronte scuotendo il gel

Gli olmi stillar parevano

Di rugiadoso mèl.

Tal dalle sue bell'isole

Se a riveder l'april

Vine su la conca lucida

Del mar la dea gentil;

Sciolgono a gara i zefiri

Dalla collina il vol;

Ridono i mirti, e smaltasi

Di fior leggiadri il suol;

Ella si allegra; e il placido

Girando occhio divin

Odor d'ambrosia e balsamo

Sparge dall'aureo crin.

Ma perchè mai, bellissima,

Il tuo gioir sparì?

E perchè tanto in lagrime

Ti struggi in questo dì?

Que' tuoi begli occhi fulgidi,

Dolce albergo d'amor,

In fonti si conversero

Di pianto e di dolor.

Quei labbri, che soleansi

Di riso in pria vestir,

Ohimè, di lunghi or suonano

Singulti e di sospir.

La fallace l'instabile

Lisetta or dove andò?

Sparve la scena ignobile,

E in altra si cangiò.

Qui le scherzanti Grazie

Condur Talìa non sa,

Non tradimenti o immagini

Di varia infedeltà.

Ma per dolce dell'anime

Amabile terror

I palchi empie Melpomene

Di lugubre squallor.

Aura feral che mormori

Sì dolente fra te

E vien in tuon patetico

A sospirar con me;

Ferma quel roco sibilo

Che l'alma mia ferì,

E di Clarice i gemiti

Non mi turbar così.

Parla, infelice: il fremere

Del vento si chetò.

Parla: a stato sì flebile

Qual colpa ti dannò?

— Son rea, perchè quest'anima

Arse d'un giusto amor:

Son rea, perchè fu tenero

A un fido amante il cor. —

Cielo, che dènno attendere

Le ingrate alme da te,

Se questa d'un magnanimo

Affetto è la mercè?

Plácati alfin: sì misera

Non sia tanta beltà:

Essa è tuo don: l'offenderla

È troppa crudeltà.

Ohimè!, che indarno io pregoti

Pietoso, o donna, il ciel:

Egli non m'ode; e aggràvati

Il destino crudel.

Tutto ei ti tolse instabile:

E solo ti restò

Quella virtù che i palpiti

Del cor non secondò.

Tu piangi, è ver: ma debole

Il pianto tuo non è,

Se amor di madre esprimerlo

Dagli occhi tuoi potè.

Veder, delle tue viscere

Prima e miglior metà,

Teco il tuo figlio squallido

Perdura povertà

Rende il feral spettacolo

Sì giusto il tuo dolor,

Che trar d'alpina selice

Potrebbe il pianto ancor.

Pur fra cotante lagrime

Sei bella ancor così:

Ma quanto, ohimè, dissimile

Da quel che fosti un dì.

Lo stuol leggiadro e candido

De' Silfi tuoi dov'è?

Ahi, che smarriti e queruli

Or piangono con te;

Piangon l'amara istoria

Del tuo fato crudel,

Sordo chiamando e barbaro

Con gl'innocenti il ciel;

Piangon l'indegno eccidio

De' vezzi, ahi rio destin,

Ed il fatal disordine

Del tuo dorato crin.

Ei delle varie e tremole

Sue piume si spogliò,

E delle guance squallide

La doglia accompagnò.

Di Silfi nuda e vedova

Resta la faccia e il sen;

Di Silfi inconsolabili

L'aere dolente è pien.

Parte il parlar coi gemiti

Interrompendo va,

Parte coll'ale copresi

Il volto per pietà:

Qual lascia il pianto pioversi

Sul petto alabastrin,

Qual sulle ciglie asciugalo

Con bianco pannolin.

Tali d'intorno a Venere

Pianser gli Amori un dì,

Quando in Adon l'orribile

Cinghiale incrudelì:

Essa nel fianco tenero

La piaga gli cercò;

La vide; e freddo esanime

Il cor le si gelò:

Tre volte incerta e pallida

Diè segno di cader,

Tre volte all'uopo accorsero

I pargoletti arcier;

Alfin svenuta immobile

Giacque tra l'erba e i fior:

Meste qua e là tremarono

Le selve al suo dolor,

E le colombe e i passeri

Che il carro suo guidâr,

La prima volta udironsi

Gemere e singhiozzar.

Oh mali, oh scene tragiche

Ove in dolce amistà

Sospirando passeggiano

L'orrore e la pietà!

Chi può mirarvi e ascondere

Un cor sì duro in sen,

Che nieghi gli occhi aspergere

Di poche stille almen?

Io no: molle e pieghevole

Delle belle al penar

I vati han l'alma e facile

Il pianto a secondar.

Tel dica il tristo e lugubre

Canto che in questo dì

In tronco suon difficile

Dalla mia cetra uscì;

O chiaro incomparabile

D'illustri scene onor,

Meglio di cui non plorano

Le Grazie e il dio d'amor.