XVI – Berni
Quivi era, non so come, capitano
Un certo buon compagno fiorentino.
Fu fiorentino e nobil; benché nato
Fusse il padre e nutrito in Casentino:
Dove il padre di lui gran tempo stato
Sendo, si fece quasi cittadino,
E tolse moglie, e s'accasò in Bibbiena,
Ch'una terra è sopr'Arno, molto amena.
Costui ch'i dico, a Lamporecchio nacque,
Ch'è famoso castel per quel Masetto:
Poi fu condotto in Fiorenza, ove giacque
Fin a diciannove anni poveretto:
A Roma andò di poi, come a Dio piacque,
Pien di molta speranza e di concetto
D'un certo suo parente cardinale,
Che non gli fece mai né ben né male.
Morto lui, stette con un suo nipote;
Dal qual trattato fu come dal zio:
Onde le bolge trovandosi vote,
Di mutar cibo gli venne disio;
E sendo allor le laude molte note
D'un che serviva al Vicario di Dio
In certo oficio che chiaman Datario,
Si pose a star con lui per secretario.
Credeva il pover uom di saper fare
Quello esercizio; e non ne sapea straccio:
Il patron non poté mai contentare.
E pur non uscì mai di quello impaccio:
Quanto peggio facea, più avea da fare:
Aveva sempre in seno e sotto il braccio,
Dietro e innanzi, di lettere un fastello;
E scriveva, e stillavasi il cervello.
Con tutto ciò viveva allegramente,
Né mai troppo pensoso o tristo stava.
Era assai ben voluto da la gente;
Di quei signor di corte ognun l'amava:
Ch'era faceto, e Capitoli a mente
D'orinali e d'anguille recitava,
E certe altre sue magre poesie,
Ch'eran tenute strane bizzarrie.
Era forte collerico e sdegnoso,
De la lingua e del cor libero e sciolto;
Non era avaro, non ambizioso;
Era fedele ed amorevol molto,
De gli amici amator miracoloso:
Così anche chi in odio aveva tolto
Odiava a guerra finita e mortale:
Ma più pronto era amar ch'a voler male.
Di persona era grande, magro e schietto:
Lunghe e sottil le gambe forte aveva;
E 'l naso grande; e 'l viso largo; e stretto
Lo spazio che le ciglia divideva;
Concavo l'occhio aveva, azzurro e netto:
La barba folta quasi il nascondeva,
Se l'avesse portata; ma il padrone
Aveva con le barbe aspra quistione.
Nessun di servitù già mai si dolse,
Né più ne fu nimico di costui.
E pure a consumarlo il diavol tolse:
Sempre il tenne fortuna in forza altrui.
Sempre che comandargli il padron volse,
Di non servirlo venne voglia a lui:
Voleva far da se, non comandato;
Com'un gli comandava, era spacciato.
Cacce, musiche, feste, suoni e balli,
Giochi, nessuna sorta di piacere
Troppo il movea. Piacevangli i cavalli
Assai: ma si pasceva del vedere;
Ché modo non avea da comperalli.
Onde il suo sommo bene era in iacere
Nudo, lungo, disteso; e 'l suo diletto
Era non far mai nulla, e starsi in letto.
Tanto era da lo scriver stracco e morto;
Sì i membri e i sensi aveva strutti ed arsi;
Che non sapeva in più tranquillo porto
Da così tempestoso mar ritrarsi,
Né più conforme antidoto e conforto
Dar a tante fatiche, che lo starsi,
Che starsi in letto, e non far mai niente,
E così il corpo rifare e la mente.
Quella diceva che era la più bella
Arte, il più bel mestier che si facesse:
Il letto er'una veste, una gonnella
Ad ognun buona che se la mettesse:
Poteva un larga e stretta e lunga avella,
Crespa e schietta, secondo che volesse:
Quando un la sera si spogliava i panni,
Lasciava in sul forzier tutti gli affanni.