XVI – Berni

By Giacomo Leopardi

Quivi era, non so come, capitano

Un certo buon compagno fiorentino.

Fu fiorentino e nobil; benché nato

Fusse il padre e nutrito in Casentino:

Dove il padre di lui gran tempo stato

Sendo, si fece quasi cittadino,

E tolse moglie, e s'accasò in Bibbiena,

Ch'una terra è sopr'Arno, molto amena.

Costui ch'i dico, a Lamporecchio nacque,

Ch'è famoso castel per quel Masetto:

Poi fu condotto in Fiorenza, ove giacque

Fin a diciannove anni poveretto:

A Roma andò di poi, come a Dio piacque,

Pien di molta speranza e di concetto

D'un certo suo parente cardinale,

Che non gli fece mai né ben né male.

Morto lui, stette con un suo nipote;

Dal qual trattato fu come dal zio:

Onde le bolge trovandosi vote,

Di mutar cibo gli venne disio;

E sendo allor le laude molte note

D'un che serviva al Vicario di Dio

In certo oficio che chiaman Datario,

Si pose a star con lui per secretario.

Credeva il pover uom di saper fare

Quello esercizio; e non ne sapea straccio:

Il patron non poté mai contentare.

E pur non uscì mai di quello impaccio:

Quanto peggio facea, più avea da fare:

Aveva sempre in seno e sotto il braccio,

Dietro e innanzi, di lettere un fastello;

E scriveva, e stillavasi il cervello.

Con tutto ciò viveva allegramente,

Né mai troppo pensoso o tristo stava.

Era assai ben voluto da la gente;

Di quei signor di corte ognun l'amava:

Ch'era faceto, e Capitoli a mente

D'orinali e d'anguille recitava,

E certe altre sue magre poesie,

Ch'eran tenute strane bizzarrie.

Era forte collerico e sdegnoso,

De la lingua e del cor libero e sciolto;

Non era avaro, non ambizioso;

Era fedele ed amorevol molto,

De gli amici amator miracoloso:

Così anche chi in odio aveva tolto

Odiava a guerra finita e mortale:

Ma più pronto era amar ch'a voler male.

Di persona era grande, magro e schietto:

Lunghe e sottil le gambe forte aveva;

E 'l naso grande; e 'l viso largo; e stretto

Lo spazio che le ciglia divideva;

Concavo l'occhio aveva, azzurro e netto:

La barba folta quasi il nascondeva,

Se l'avesse portata; ma il padrone

Aveva con le barbe aspra quistione.

Nessun di servitù già mai si dolse,

Né più ne fu nimico di costui.

E pure a consumarlo il diavol tolse:

Sempre il tenne fortuna in forza altrui.

Sempre che comandargli il padron volse,

Di non servirlo venne voglia a lui:

Voleva far da se, non comandato;

Com'un gli comandava, era spacciato.

Cacce, musiche, feste, suoni e balli,

Giochi, nessuna sorta di piacere

Troppo il movea. Piacevangli i cavalli

Assai: ma si pasceva del vedere;

Ché modo non avea da comperalli.

Onde il suo sommo bene era in iacere

Nudo, lungo, disteso; e 'l suo diletto

Era non far mai nulla, e starsi in letto.

Tanto era da lo scriver stracco e morto;

Sì i membri e i sensi aveva strutti ed arsi;

Che non sapeva in più tranquillo porto

Da così tempestoso mar ritrarsi,

Né più conforme antidoto e conforto

Dar a tante fatiche, che lo starsi,

Che starsi in letto, e non far mai niente,

E così il corpo rifare e la mente.

Quella diceva che era la più bella

Arte, il più bel mestier che si facesse:

Il letto er'una veste, una gonnella

Ad ognun buona che se la mettesse:

Poteva un larga e stretta e lunga avella,

Crespa e schietta, secondo che volesse:

Quando un la sera si spogliava i panni,

Lasciava in sul forzier tutti gli affanni.