XVI. - La canzona del chericotto

By Bernardo Giambullari

Lassa me isventurata,

ch'i' mi moro di dolore:

nel principio del mio amore

da un prete son vagheggiata

E' mi pare esser cagione

d'un peccato molto rio,

perché la riligione

costui lascia per amor mio:

ma e' non sa ben che io

mi piglio di lui piacere,

ma i' non lo vorre' vedere

a digiun quand' i' son levata.

S'e' sapessi il mio volere

e quant' i' l'amo di core,

non mi verrebbe a vedere;

ma e' direbbe tutte l'ore:

el mattutino del Signore,

terza e nona, vespro e compieta;

ed i' mi vivere' lieta,

che di dolor son consumata.

Se gli avessi pur tal viso

che paressi criatura!

Ma quand' io lo guardo fiso

in verità mi fa paura.

I' credo che la natura

lo facessi per sollazzo;

or udite se gli è pazzo,

che si crede ch' i' gli sie data.

Al suo poco intendimento

gli par bene essere amato;

gli ha sì poco sentimento

che non conosce ch'egli è gabbato.

Ben are' dello svogliato

chi 'l volessi per amante,

contadina o schiava o fante

o pulzella o maritata.

Non vi dico quant'egli è atto.

Oltr'al suo leggiadro viso,

egli è pur tanto mal fatto

che dagli altri egli è diviso;

e' mi sguarda e fa un riso

con quella suo bocca sciocca,

che par che gli esca di bocca

le budella e la curata.

Deh,piacciavi d'ascoltare

di questo mie chericotto

ch'a vedello nell'andare

e' par pure un granchio cotto;

sempre pare istracco e rotto,

tanto va sopr'a sé male,

e par propio un vetturale

quando finisce la giornata.

Risguardando alcuna fiata

un ch' e' mena in compagnia,

son di lui innamorata

come vuole Amor ch' i' sia.

I' gli ho dato in suo balia

il mie cor d'Amor ferito:

s'i' l'avessi per marito,

mi terrei d'Amor beata.

Andranne, ballata mia,

riverente al mie signore

e parlando umile e pia

di' ch' i' 'l priego di buon cuore;

che se lui mi porta amore,

a quel prete die licenza

e non venga in mie presenza

più con lui nessuna fiata.