XVI. - La canzona del chericotto
Lassa me isventurata,
ch'i' mi moro di dolore:
nel principio del mio amore
da un prete son vagheggiata
E' mi pare esser cagione
d'un peccato molto rio,
perché la riligione
costui lascia per amor mio:
ma e' non sa ben che io
mi piglio di lui piacere,
ma i' non lo vorre' vedere
a digiun quand' i' son levata.
S'e' sapessi il mio volere
e quant' i' l'amo di core,
non mi verrebbe a vedere;
ma e' direbbe tutte l'ore:
el mattutino del Signore,
terza e nona, vespro e compieta;
ed i' mi vivere' lieta,
che di dolor son consumata.
Se gli avessi pur tal viso
che paressi criatura!
Ma quand' io lo guardo fiso
in verità mi fa paura.
I' credo che la natura
lo facessi per sollazzo;
or udite se gli è pazzo,
che si crede ch' i' gli sie data.
Al suo poco intendimento
gli par bene essere amato;
gli ha sì poco sentimento
che non conosce ch'egli è gabbato.
Ben are' dello svogliato
chi 'l volessi per amante,
contadina o schiava o fante
o pulzella o maritata.
Non vi dico quant'egli è atto.
Oltr'al suo leggiadro viso,
egli è pur tanto mal fatto
che dagli altri egli è diviso;
e' mi sguarda e fa un riso
con quella suo bocca sciocca,
che par che gli esca di bocca
le budella e la curata.
Deh,piacciavi d'ascoltare
di questo mie chericotto
ch'a vedello nell'andare
e' par pure un granchio cotto;
sempre pare istracco e rotto,
tanto va sopr'a sé male,
e par propio un vetturale
quando finisce la giornata.
Risguardando alcuna fiata
un ch' e' mena in compagnia,
son di lui innamorata
come vuole Amor ch' i' sia.
I' gli ho dato in suo balia
il mie cor d'Amor ferito:
s'i' l'avessi per marito,
mi terrei d'Amor beata.
Andranne, ballata mia,
riverente al mie signore
e parlando umile e pia
di' ch' i' 'l priego di buon cuore;
che se lui mi porta amore,
a quel prete die licenza
e non venga in mie presenza
più con lui nessuna fiata.