[XVI]
O voi, qualunque iddii, abitatori
delle superne e belle regioni,
di tutti i ben cagioni e donatori,
che noi e' ciel' con etterne ragioni
reggete e correggete, disponendo
sempre a buon fine i tempi e le stagioni,
e te massimamente, a cui intendo,
o sommo Giove, i voti dirizzare
focosi del disio ond'io m'accendo,
con quella voce ch'io posso più dare
divota, vi ringrazio di tal bene
qual v'è piaciuto agli occhi miei mostrare.
Tantalo, Tizio o qualunque altro tene
di Dite la città, vedendo queste,
sentiria gioia, obliando le pene.
Voi le creaste e belle le faceste
con virtù liete, savie e graziose,
e a' nostri piacer le disponeste:
adunque a' prieghi miei sempre gioiose,
servando lor la bellezza e l'onore,
le fate, sì come son, disiose.
E tu, da me non conosciuto, Amore,
da poco tempo in là, il qual m'hai tratto
dalla vita selvaggia e dallo errore,
istato rozzo infino allora e matto,
ché col suo canto e con gli occhi la via
m'aperse Lia a darmiti con atto
non istinguibil della mente mia,
non notar ciò che la mia voce canta,
ma ciò che 'l cuor, subietto a te, disia.
Io rendo grazie al tuo valor con quanta
virtù si puote esprimer nella voce,
umile sempre a tua deità santa;
e bench'io senta il raggio tuo, che coce
me, per la forza degli occhi di quella
ch'alla tua via rozzissimo mi doce,
son io disposto sempre la tua stella
come duce seguir, fermo sperando
a buon porto venir, guidandomi ella.
L'arco, li strali e il cacciar lasciando
le paurose fiere, e' vo' seguire
le belle donne, sempre omai amando,
maladicendo il tempo che reddire
non puote indietro, nel qual già diletto
ebbi, faccendo le bestie fuggire,
sì ch'i' 'l potessi spender nello effetto
de' tuoi servigi; ma s'e' me ne avanza,
darolti tutto quel ch'omai aspetto.
Qual selva fu o qual lieta speranza
col seguitato ben, mi desse mai
tanto di gioia, o quale ombrosa stanza,
quant'ho sentita, poi ch'io rimirai
di prima Lia e ch'io vidi costoro
le quali, in ben di me, raccolte ci hai?
Certo nessuna; e credo, se nel coro
fossi de' tuoi regni, i' non starei
la metà ben che rimirando loro.
Per ch'io ti priego pe' meriti miei,
s'alcun ne feci o debbo fare o posso,
e teco insieme tutti gli altri dèi,
che dal mio domandar non sia rimosso
tosto l'effetto, ma compiutamente
segua il disio che da pietate è mosso:
il qual si è che noi etternalmente,
come noi siam, tegnate in questo loco,
sanza ch'alcun se 'n parta mai niente,
giovani, lieti e in festa e in gioco,
sanza difetto sempre mai accesi,
ognora più ferventi nel tuo foco.
Deh, se o Danne o Mirra furo intesi
da voi ne' lor bisogni, non si nieghi
a me che contra voi mai non offesi.
Né sia bisogno ch'io a voi lo spieghi
quanti nimici vostri abbiate uditi,
con diligenza dando effetto a' prieghi,
sì come 'l ciel ne mostra a lui saliti,
e ancora la terra il fa palese
e il mar simigliante e i suoi liti.
Adunque siate al mio priego cortese
benigni acciò che, con etterno ingegno
lodando voi, le menti faccia intese
di chi vive qua giù al vostro regno.