XVII. NUOVO AMORE.
Era ormai già scorso un anno,
Che il mio cor riposo avea
Dai tormenti del tiranno
Garzoncel di Citeréa.
Libertà di pace amica
In gentil faccia serena
Sciolta e rotta avea l'antica
Amorosa mia catena:
E adunando a sè gli sparsi
Multiformi erranti affetti,
Tutti alfine ritirarsi
Nel mio sen gli avea costretti;
Tranne alcun che per follía
Dietro al viso e alle pupille
Qualche volta sen fuggía
Della candida Amarille.
Quindi io l'arte dei sospiri
Tutta omai smarrita avea,
E d'amore ai bei deliri
Ritornar più non sapea.
La mia cetra, in Pindo avezza
Delle ninfe più vezzose
A cantar la gentilezza
E mill'altre belle cose,
Pendea a un tronco derelitta
D'armonía, d'onor già priva;
E l'Inerzia zitta zitta
Dentro ascosa vi dormiva.
Ma il figliuol dell'aurea Venere,
Ch'ognor strugge alla sua face
De'poeti l'alme tenere
Nè giammai le lascia in pace,
Dalla benda c'ha sul ciglio
Fuori un giorno il guardo mise;
E in cert'aria di periglio
Biecamente in me l'affise.
Non men dentro che di fuore
Mi squadrò coll'occhio acuto;
Vide starsi in ozio il core
Già di ghiaccio divenuto;
Un per uno i miei nascosi
Vari affetti esaminò;
Duri tutti e rugginosi,
Tutti inerti li trovò.
Arse il nume allor di sdegno
Più di quel ch'io possa dirti:
Arse l'aria; e d'ira in segno
S'agitaro i sacri mirti.
Poi, qual uom che via cercando
Di compir le sue vendette
Per le strade va girando
Più secrete e men sospette;
Là 've d'acque onusto e grosso
Il Lamon col corno incalza
Il bel ponte che sul dosso
Le due torri al cielo innalza,
Entro un chiostro di ciarliere
Solitarie monachelle,
Ch'ognor stan su l'uscio a bere
Del bel mondo le novelle,
Cheto cheto Amor celosse
Meditando un tradimento.
Nè stupir che ardito ei fosse
D'appiattarsi colà drento.
Anche in mezzo a sacre mura
Ei di freccia a trar si pone,
Nè si piglia più paura
Di salteri e di corone.
Veli e bende spesso assetta
Alle vergini romite,
Chè non son moda e toletta
Or dai chiostri più sbandite.
Sta lontan dalle vegliarde
Che lo guardano in cagnesco;
Ma nel fianco investe ed arde
Quelle poi c'han volto fresco.
Ad ognuna egli provvede
Qualche amabile profano:
Mette lor, se l'uopo il chiede,
Penna e carta nella mano.
Di piacer con lor favella,
Di diletti e vanità,
Invocando invan la bella
Già perduta libertà.
Fra li salmi e le novene
Temerario il naso ficca,
Ed a tutte su le schiene
La tristezza e il tedio appicca.
Va con esse al letto, e dorme
Dolci sonni lusinghieri:
Poi scompiglia in varie forme
I pudichi lor pensieri,
Che languenti e smorti in faccia
Fuggon via, quai calabroni
Che il villan col foco scaccia
Dagli antichi covaccioni.
Alla cella al refettorio
Al giardino all'orto al coro
Alla porta al parlatorio,
Da per tutto, è Amor con loro.
Colà dunque quell'astuto
Traditor si mise al varco
Dietro all'uscio, e ben acuto
Adattò lo stral su l'arco.
Al medesmo loco intanto,
E quel furbo lo sapea,
Una ninfa prima alquanto
Di lui tratto il piede avea;
Una ninfa, a cui fra l'altre
Del Lamon donzelle amabili
Largì il ciel bellezza e scaltre
Grazie oneste incomparabili.
Ella, assisa sul secondo
Limitar del monastero
Su di cui fatale al mondo
Stride il cardine severo,
D'una tenera e gentile
Sua sirocchia in compagnia
Varie cose in dolce stile
Ragionando con lei gìa.
Mia fortuna o mio peccato
Colà incauto ancor me trasse.
Chi avría detto che in aguato
Ivi il tristo s'occultasse?
Come gli occhi a primo aspetto
In quel volto s'incontraro,
Che quant'era più negletto
Apparía più vago e caro;
Fe' volare Amor le penne
Della freccia; e sì spedita
Fu, che quasi al sen mi venne
Pria del colpo la ferita.
— Poi, vedrem, gridò, se questa
Saprà farti un po' più molle,
E di piaga alta e molesta
Trapassarti le midolle. —
Sì dicendo, dai begli occhi
Di colei che a me s'offria
Fa che un ratto un guardo scocchi
Che del sen prenda la via,
E comincia dolcemente
A cercarmi in petto il core,
Che spogliossi di repente
D'ogni vecchio suo rigore.
Così al soffio d'austro amico
Soglion spesso i duri monti
Liberar dal gelo antico
Le canute alpine fronti.
Al tremor che in sen mi scosse
Nervi e fibre tutte quante,
Come s'urto e assalto fosse
D'aspro foco elettrizzante;
Dall'elastiche cellette
Del cerèbro a mille a mille
Scoppiâr fuori insiem ristrette
Le poetiche faville.
E la cetra, o fosse il vento
Od un nume, ch'io nol so,
Dal suo tronco in quel momento
Due o tre volte s'agitò.
Quando il murmure l'ascosa
Pigra Inerzia allor n'udì,
Dal pertugio frettolosa
Scappò fuori e via fuggì.
Poichè alfin dal peso indegno
Sentì il grembo disgombrarsi;
Cominciò l'arguto legno
Tosto all'aria a dondolarsi,
E con certo mormorío
Sibilando piano piano
Parea dir che avea desío
Di venirmi nella mano.
Diedi a pena a lui di piglio
E il toccai, che allegri e snelli
Dal lor tacito coviglio
Sbucâr Fauni e Satirelli.
In udir le laudi intorno
Risuonar di questa bella
Dai pastor nomata un giorno
La vezzosa Toscanella,
Plauser tutti; e vergognose
L'altre ninfe si celarono,
Che men vaghe e graziose
Al confronto si mirarono.
Io non posso a parte a parte,
Come al merto si conviene,
Di costei spiegarti in carte
I bei pregi, o mia Climene.
Lungo folto nereggiante
Fiocca il crine, che la moda,
Secondando il bel sembiante,
In più buccole rannoda.
Giusta aperta e ben distesa
È la fronte signorile,
Che al di fuor mostra e palesa
La bell'alma e il cor gentile.
Gli occhi neri, da cui piovere
Vedi un dolce ardente foco,
Son pietosi e lenti a movere,
E fan strage in ogni loco.
Ivi i dardi arroventare
Pria di batterli all'incude
Suol Cupido, e puoi piagare
La Lamonia gioventude.
Ivi ei parla ed eloquenti
Rende i guardi più furtivi;
Ivi ordisce i tradimenti,
E castiga i cuor più schivi.
Un color che alquanto è bruno
Su le guance le si mesce;
Che non porta oltraggio alcuno
Al suo bello, anzi l'accresce:
Tal fra i duri mietitori
È la Dea d'Eleusi ancora,
Tal dell'arme in fra gli orrori
Di Gradivo è pur la suora.
Dolce dolce in giù declina
Il gentil collo tornito,
E sul petto indi confina;
Che in via giusta compartito,
Mollemente, a trar del fiato,
Qual liev'onda or sale or scende,
Come quando il mar calmato
Placid'aura increspa e fende.
Nodo e vena non eccede
Su la liscia sottil mano,
Che li baci aspetta e chiede
Mille miglia da lontano.
Disinvolta agile e franca
Tutta è poscia nella vita,
Sì che par che dentro all'anca
Abbia zolfo e calamita.
Ma tai pregi e che son mai,
Se alla bocca io li pareggio,
Ove Amore ed i più gai
Suoi fratelli han posto il seggio?
Cede a lei la fronte il ciglio
E la guancia e ogni altra cosa,
Come il fior giacinto e il giglio
Di beltà cede alla rosa.
Questo labbro delicato,
Questo labbro così bello,
Non pensar che travagliato
Sia degli altri in sul modello.
La natura industre e saggia
D'una stampa al mondo il diede
Che tra noi su questa spiaggia
Rado in uso andar si vede.
Essa, il dì che finalmente
Di formarlo destinò,
Per far l'opra più eccellente,
In soccorso Amor chiamò.
Nel materno almo boschetto
Corse allor di Pafo e Gnido
A raccogliere un vasetto
D'aurei favi il buon Cupido:
E, deposte l'armi usate,
Colle mani sue divine
Lo stillò su queste amate
Vaghe labbra porporine.
Quindi è poi che tutto mele
Escon fuori i gravi accenti,
Che far molle il cor crudele
Potrían d'orsi e di serpenti.
Quindi è poi che di là sfuggono
Tante amabili graziette,
Tanti vezzi che ti struggono,
Tante dolci parolette.
Io che in petto ho un cuor nascosto
Più solubil della neve
Che su l'alpi il sol d'agosto
Co' suoi raggi investe e beve,
Puoi pensarti, o mia Climene,
S'or mi trovo a mal ridotto,
Se del foco ho nelle vene,
Se d'amor son arso e cotto.
Nè prestar poss'io conforto
All'ardor che mi distrugge;
Chè la cruda mi vuol morto,
E davanti ognor mi fugge.
Ferma, o ninfa mia vezzosa,
Per pietà deh ferma il piè!
E cotanto frettolosa
Non fuggir lungi da me.
O pur fuggi agli occhi miei
In quel modo che ritrose
Il soffiar de' venticei
Talor fuggono le rose;
Che piegandosi da un lato
L'urto sembrano schivarne,
Ma di poi col capo alzato
Vanno i baci ad incontrarne.