XVII
O d'un alpestre scopulo più rigido,
più del pelago sordo e inexpiabile,
più ch'orsa crudo et più che glacie frigido,
o Camillo superbo e inexorabile
a cui pabulo dan grato et dolcissimo
le mie angustie e il mio mal inenarrabile,
audi, ch'io vo' explicarti l'ardentissimo
mio amor, ch'il dì, la notte e al gallicinio
et al vespro mi dà tormento amplissimo,
tal che —Dio voglia ch'il mio vaticinio
sia vano —finalmente egli ha da essere
la mia fatal ruina e il mio exterminio.
Quando veggio a l'occaso il sol nigrescere
et paulatine nel nostro hemisperio
il bel splendor d'Apolline evanescere,
Amor, c'ha di me il mero et mixto imperio
et nel mio cor fa la sua residentia
et ha di trucidarmi desiderio,
accende in me tanta concupiscentia
di vederti ch'io tutto dentro sentomi
consumar di dolor et displicentia,
onde gemendo de i fati lamentomi
ad alta voce et exclamo et vocifero
et del fruir de le dolci aure pentomi.
Ma poi ch'intorno il suo carro stellifero
mena la notte et per lo mondo spatia
Morpheo spargendo il suo liquor somnifero,
quel rio, che del mio mal mai non si satia,
fa contra il somno un forte propugnaculo
e a modo suo mi lacera et mi stratia.
Pur se quello expugnando il fatto obstaculo
un tantillo talhor mi soporifica,
il che certo appellar si può miraculo,
con diri insomnij il crudel mi terrifica,
adeo ch'il somno breve et momentaneo
il mio tormento et la mia pena amplifica.
Ma quando poi, sì come è consentaneo,
la bella aurora fa il ciel roseo et glauco
et Phebo torna dal paese extraneo,
tal c'homai resta al giorno tempo pauco,
onde gli augelli cantan di letitia,
altri in suon dolce, altri in garrito rauco,
la speme alquanto a expergefarsi initia
et dice dentro il cor, ch'io ben la sentio,
per imbuirmi di nova tristitia:
«Surge, age, rumpe moras, o Fidentio,
va' pur, ritrova il tuo Camil pulcherrimo,
ch'egli ha cangiato in mel l'amaro assentio.
L'assiduo famulitio, il tuo miserrimo
tormento, i carmi et la pena terribile
han mollefatto il suo cor duro e asperrimo».
Con velocità alhor certo incredibile
lascio il cubile et la mia toga rapio
pien di dolcezza vana et irrisibile.
Heu me, heu me, qual dolor poi capio,
che ferite crudeli il cor m'offendono
—da exterrefare Hippocrate e Esculapio!—
quando io veggio ch'in ciel ancor risplendono
le stelle et ch'il residuo è lungo spatio
a l'hore ch'il mio bel Camil m'ostendono.
La culta coma alhor dissipo et stratio,
et per battermi meglio il petto spogliomi,
et nel mio stesso mal mai non mi satio.
Ad alta voce poi di Phebo dogliomi,
increpo et damno la sua lentitudine
et con le mie man proprie uccider vogliomi.
Al fin, dopo cotanta amaritudine,
dopo tanto clamare et tanto gemere,
dopo tanta et sì acerba inquietudine,
quando finito ha pur il sol di demere
le tenebre col santo luminario,
onde l'aratro il bue comincia a temere,
già non vado al mio ludo litterario,
già, ohimè, non vado più al divino offitio,
sì come era il costume mio antiquario,
ma corro recto tramite al tuo hospitio,
o inhuman, ch'un sì fedel mancipio
in malam crucem mandi e in precipitio.
Qui circum circa expectabundo incipio
deambular, excogitando interea
di salutarti qualche bel principio.
Ecco intorno il ciel ride, et l'aura etherea,
Venere lascia il bel cacume idalio
et s'adorna di fior la massa terea.
Tu su la ianua col decoro palio
sei giunto, a un dio, a un dio certo simillimo,
tanto in beltà ti lasci adietro ogni alio.
Io vengo alhora riverente e humillimo,
in croce al petto ambe le braccia postomi,
atto a la dignità mia dissimillimo;
a te tremante et tutto curvo accostomi
et t'impartio con voce pietosissima
le saluti c'ho pria fra me compostomi.
O cielo, o terra, o mar, o mente asprissima,
o cor marmoreo, o crudeltà biasmevole,
o anima superba et ingratissima!
Tu stando in atto crudo et spaventevole
guardature mi dai torve et viperee
et nieghi la risposta convenevole.
S'a questa glottochrisia mille altre aeree
lingue e tante altre bocche s'aggiungessero
che desser voci risonanti et feree,
non credo ch'in un seculo exprimessero
de' miei tormenti una sola particula,
ben ch'altro mai dì et notte non facessero.
Heu me, ch'alhor non resta in me una micula
ch'il dolor non exarda, onde il mio incendio
supera quel de la montagna sicula.
Recito qui il mio mal come in compendio,
poi che pur d'adombrarlo non son valido
s'io vi facessi ben d'un lustro impendio.
Ne gli occhi rubeo et ne la faccia palido
con testudineo gresso il domicilio
repeto tremebundo, egro et invalido.
Qui senza più sperar alcun auxilio
mi procumbo nel thoro, et sento un flumine
nascermi sotto l'uno et l'altro cilio,
perché, mentre Amor fa che meco i' rumine
il vilipendio et la collata iniuria,
ascendo d'ogni mal, lasso, il cacumine.
Di gridi et di sospir non fo penuria,
anzi in ciel gli ululati faccio ascendere
al sommo Giove e a la celeste curia.
Ognun si meraviglia, ognun intendere
cerca che duri casi empi et deterrimi
il forte animo mio possan sì offendere.
Vien il Vulpian di costumi integerrimi,
il Grisolpho, il Pantagatho, il Parthenio
e il Leporino, amici miei veterrimi;
vien il Iuntheo, il qual tanto al mio genio
s'assimiglia, et seco ha il dotto Trinagio,
e il nostro Viola pien di salso ingenio.
Et vedendo il mio misero naufragio
humanamente tutti con pronto animo
m'offron ogni loro opra, ogni suffragio,
dicendo: «Ohimè, tu ch'eri sì magnanimo,
Fidentio, hor lasci ch'il duol ti suppediti?
Deh, non esser cotanto pusillanimo,
ché noi siam tutti ad aiutarti dediti,
se ti possiamo trar di questo tedio...
Ché non rispondi a noi? che fai? che mediti?».
Al fine io così paucis gli expedio:
«Amici, andate, ch'Apollo quasi, o
Giove, al mio mal non potrian dar rimedio».
In questo l'erudito messer Blasio
vien anhelando, et narra ch'i discipuli
di tumulti referto hanno il gymnasio:
«Pugnano insieme le classi e i manipuli
—dice egli—, tal che si potrebbe ambigere
se sian nimici o pur sian condiscipuli.
Io volea pur in ordine redigere
il tutto, dar l'epistola et poi leggere,
ma voluto m'han quasi crucifigere!
Onde, vedendo non li poter reggere,
son venuto a chiamarvi, ma mi dubito
ch'a pena voi li potrete correggere».
«Heu, messer Blasio —alhor rispondo io subito –
s'al ciel cadente io potessi subsidio
dar, non mi moverei di qui un sol cubito,
perché quei che son già defunti invidio,
ma ben presto sarò, presto, lor sotio:
guardate ove venite per presidio».
Non voglio hora narrar, ch'io non ho otio,
quanto ei stupisca et qual a fargli credere
ch'io dica il ver sia alhora il mio negotio.
Interim giunta è l'hora del comedere;
io per dar cibo al corpo che n'ha inopia
già non mi posso dal planto discedere.
Amor et le capelle hanno una propia
natura, che di quel ch'essi appetiscono
non son mai satij, se ben n'han gran copia:
le petulce capelle più exuriscono
quando in un prato florido grandissimi
e ingenti acervi di frondi inglutiscono;
Amor, se ben da gli occhi fonti amplissimi
mi trahe, giamai non satura un exiguo
i suoi desir di lagrime avidissimi.
Ond'io, per non parlar obscuro e ambiguo,
dal matutino al vespertin crepusculo
faccio il mio volto di lagrime irriguo,
et questo mio languidulo corpusculo
macero e affligo, né lieto o tranquillulo
gli concedo giamai pur un puntusculo.
Questi, o fidenticida empio Camillulo,
sono i tormenti miei, che ben far piangere
i sassi pon, ma non sol un tantillulo
l'aspra duritie, ohimè, del tuo cor frangere.