XVII
Quando l'alta bontà lascia in sua forza
uom mortale e riman di dargli aita,
sì il van desio la miglior parte sforza
che vinta ella riman, non che smarrita;
e se quel vivo raggio in lui s'amorza,
sì cieco resta in tutta la sua vita
che fa vedere, a manifesto segno,
che la mente offuscata ave e l'ingegno.
E ciò talor la providenza eterna
lascia avenire, acciò che l'uom conosca
che mente così chiara in questa inferna
parte non è che non si trovi fosca,
se non l'illustra la virtù superna,
sì che mirando sé si riconosca
e lasciate le cose umane e frali,
rivolga ogni suo studio a l'immortali.
E spesso avien che quanto più s'immerge
ne le cose lascive alma ben nata,
tanto al lume divin poscia si terge
che mostra che dal ciel viene illustrata,
che l'ali del pensier lieta al vero erge
bramosa sol di divenir beata
e affissa così i rai nel sommo sole
ch'altro non brama più, né altro più vuole.
E se ben, mentre è ne la mortal veste,
tocca è talor da qualch'umana voglia,
resister non potendo a le tempeste
ch'assaglion l'uom ne la caduca spoglia,
mai del folle pensier sì non si veste,
né del lume miglior così si spoglia
ché come mortal salma il prema e aggreve,
ricada sì che più non se ne lieve.
Visto Ercol dunque ne i piacer sepolto
(se piaceri però si posson dire
le delizie che l'uomo han di sé tolto,
e l'han dal ver camin fatto partire)
Giove, perché fusse al suo meglio volto,
cercò di farlo in guisa risentire
ché conoscesse ch'ogni mortal, gioia
altro non era alfin ch'affanno e noia.
Onde vedesse così espresso il vero
che s'egli ben talor, come fral uomo,
alquanto traviasse dal sentiero
si ricovrasse e fusse in tutto domo
il van desire e l'animo sincero
sprezzasse costo, nardo, cassia, amomo
e tutte quante le delizie basse
come chi mortal cosa guardi e passe.
Quindi Mercurio a sé venir fa Giove
e gli impon ch'a chiamare Arezia vada;
postesi l'ale, il messaggier si move
ed a lei se ne va per dritta strada,
che non gli bisognò dimandare ove
stesse anima sì illustre e così rada,
ché non pur nota ell'è a tutti gli dei,
ma a chiunque desire abbia di lei.
Sorge nel mezzo de la terra un monte
che detto da gli antichi era Parnaso,
al qual s'avien ch'uomo mortal sormonte;
non è che tema più d'ire a l'occaso
perché son l'opre sue mai sempre conte,
quantunque senza spirto ei sia rimaso
che di morte virtù nemica acerba,
il tragge del sepolcro e 'n vita il serba.
A' pié del monte stan sette donzelle
ch'accendon gli altrui cori a la strad'erta,
di faccia onesta e 'n ogni parte belle
e promettono a ognun mercede certa:
felice è ben chi s'invaghisce d'elle
che gli è la strada del salire aperta
a l'alto colle per sì bel camino
che si fa di mortal, ch'egli è, divino.
Siede su il monte un bel palagio altiero
da far maravigliare ogni architetto,
però che di mirabil magistero
le mura sono, il pavimento e il tetto;
dinanzi, a destra, di diamante vero
sorge una torre con un bel poggetto,
a la sinistra un'altra di smeraldo
cui fa corona un zafir puro e saldo.
Da la parte di dietro similmente
ne sorgon due, non men de l'altre belle
di cui la destra è di piropo ardente,
l'altra di pietra simile a le stelle;
il tetto del palagio è sì lucente
ch'uopo non vi hanno fiaccole, o fiammelle,
il sostengon colonne di pur'oro,
di molto prezzo e di sottil lavoro.
Di lauri verdi e di fiorite palme,
circondato è il palagio e di bei mirti,
d'erbe verdeggia il pian ch'a le rare alme
(con pregio via maggior ch'io non so dirti)
corona fanno se, per virtuti alme,
s'alzano al par de i più onorati spirti
e con le voglie, al vero onore intese,
si danno a chiare e gloriose imprese.
A l'entrar de la porta sta custode
l'onor di verde lauro coronato,
vestito d'ostro e a destra ave la lode
e la gloria compagna a l'altro lato,
di scorrer tutto il bel paese gode
l'ingegno, da l'industria accompagnato,
ed il nobil desire apre la via
a chi nel bel palagio entrar desia.
La fama illustre, con le dorate ali,
battendo intorno le superbe piume,
accoglie le chiare opre de i mortali
che di ascendere il monte han per costume
e gli fa divenir tutti immortali,
tal che la morte e il tempo invan presume
di avergli in preda, che gli fa sicuri
l'eternità da i loro assalti duri.
L'eternità che de l'età reina
a sé medesma le bell'opre affige
come a ferma colonna adamantina,
sì che non temon del nocchier di Stige
non che ne faccian gli anni aspra rapina,
ch'a lei termine il tempo non prefige
e quel che passa a la caduca gente,
a lei si trova sempre esser presente.
Nel mezzo sorge una sublime stanza
ove Arezia è su ricca base assisa,
Astrea quivi con lei, quivi Andria stanza
e con Sofrosignia sempre è Frognisa,
e di star sempre insieme han per usanza
Agapia intorno a lei Pesti ed Elpisa
tutte hanno grave ed onesta presenza,
piena di maestà, di riverenza.
Tra queste Arezia sta come star suole
Diana tra le sue ninfe minori,
o come se ne va superbo il sole
tra il chiaro lume de i celesti ardori;
ella ciascuno che la inchina e cole,
non pure essalta a dignitadi, a onori,
ma paga lor con or sì puro e schietto
che tra noi non si trova il più perfetto.
Se ne sta Apollo con le nove dive
intorno al seggio de la donna illustre,
e fanno andare al ciel, con voci vive,
ogni bell'alma ch'a virtù s'industre,
e non vi è alcun ch'a quella strada arrive
che non l'essalti Apollo e non l'illustre
facendolo tra gli altri alto e sublime,
con dolci versi e con pregiate rime.
Qui cornici non han luoco né corbi
che fan co' canti lor strepiti strani
che gli scaccia indi Arezia e cari a gli orbi
esser gli lascia ed a giudici insani
che non vuol che il costor gracchiare ammorbi
le grate voci e i canti alti e sovrani
de i cigni, che cantando i fatti egregi,
danno a gli uomini chiari eterni pregi.
Mentre la mercé dunque, Arezia dava
a chi de l'alto monte la via presa,
a lei, sprezzata ogni fatica, andava
ed il premio chiedea de la sua ascesa
e Febo con le muse lui lodava
di così bella e gloriosa impresa,
entrò Mercurio ed ad Arezia disse
ch'ella a Giove con lui tosto venisse.
Da la sede real la donna sorse
e a Giove se n'andò spedita e lieve
e da l'aspetto suo bene s'accorse
che chiesta non l'avea per cosa lieve;
tosto che il sommo padre, Arezia scorse
le disse: – Tu non sai che male aggreve
ora Ercol mio, poscia ch'egli è mancipio,
di chi tel volse tor sin da principio.
Egli che Idonia già tanto a schifo ebbe
come tu chiaro sai, come so anch'io,
per Giunon che veder morto il vorrebbe,
over sepolto nel profondo oblio,
a cui che te seguito avesse increbbe
come così ardente e così bel desio,
s'è dato a Idonia ed ella preso il mena
come servo legato a la catena.
Idonia in Lidia, l'ave or ne la corte
de la figlia di Iardano.Tu tosto
va a trarlo fuor di quelle gioie torte,
u' sotto ombra di ben, colei l'ha posto! –
Arezia allor da le celesti porte,
ratta là andò con l'animo disposto
di trarre Ercole fuor del van diletto
e di essequir quanto le ha Giove detto.
Era ne la stagion che i rai cocenti
al leone menato aveva il sole,
quando Onfale, con tutte le sue genti,
sul meriggio a posar (come si suole)
ita era ed Ercol, pien di fiamme ardenti,
coglieva nel giardin rose e viole
per farne don, poi che fusse destata,
a la donna da lui più che sé, amata.
Il misero avea intorno allor la gonna
che soleva portar per lo palagio,
colei che si era fatta di lui donna
e 'n vil ozio il teneva ed in vil agio;
tal che dal viso infor parea una donna
così concio l'avea l'amor malvagio
e l'oro avea a le braccia e l'oro al collo
col qual già la bell'Onfale legollo.
Arezia nel giardino a l'improviso
giunse e trovollo accorre a l'ombra fiori
e a la severità composto il viso,
mandò sdegnosa queste voci fuori:
– Dunque Ercole ha sì te, da te diviso
questa donna e sì pien di sciocchi ardori
che vergogna non hai di te a vederti
in queste infamie, in questi scorni aperti?
Mutato hai del leon dunque lo spoglio
in questa gonna e l'animo virile,
ora legato in questo molle invoglio,
hai dato in preda ad una donna vile?
Ai quanto de la sorte tua mi doglio,
poi che sì mutato hai pensiero e stile
che tu, che sopponevi a te i più crudi,
d'esser servo a costei dì e notte studi.
Non si conface già col bello inicio
de la tua vita questo ignobil mezzo,
né già a me ti chiamai perché il tuo officio
fusse di accor rose e viole al rezzo
e sepolto ti stessi sì nel vicio
che ne venisse insino a Giove il lezzo
e s'avesse a doler che di lui nato
fusse uom sì fuor di sé, sì effeminato.
Dunque se ti è di te tanto rimaso
che la memoria de' tuoi fatti serbe,
qualor ti viene a mente, ch'a l'occaso
mandati i tiranni hai, le bestie acerbe,
e che vinto hai qualunque fiero caso,
ne la tua prima età quando eri inberbe,
non ti vergogni di trovarti involto
in veste feminil con viril volto?
Deh, avess'io in mano ora duo bei cristalli
di cui l'un te fanciullo a te scoprisse,
l'altro riposto ora tra giuochi e balli,
con le catene al collo e a le man fisse,
vergognarti farei sì de' tuoi falli
ch'alcuno uomo tra noi giamai non visse
che rossor tanto avesse quanto avresti
ch'allor tu fussi quegli ed ora questi.
Ma a che ricerco io or specchi, per mostrarti
quali i tuoi fatti or son, quai prima foro?
Le braccia, il collo, i crin, tutte le parti
ch'avinti tieni ora di gemme e d'oro,
pon far di te medesmo vergognarti
e farti abbandonar sì vil lavoro:
questi omeri coperti ora di velo,
son forse quei che fian colonna al cielo?
Erano forse queste braccia tali
quando cingesti il collo a quel leone
che non per dar ria morte a gli animali,
ma a la ruina tua mandò Giunone,
vinti avrai dunque i mostri aspri e mortali
in ogni luoco ed in ogni stagione
e palme riportate e gran trionfi
perché Onfale, te vinto, ora trionfi?
Io veggo ben che ti ha levato il lume
la mia nemica Idonia, sol per porte
in ozio vile, tra le molli piume,
in sì lasciva e effeminata corte,
perché lasciando il tuo primo costume,
tu te ne giunga a vergognosa morte,
né l'avria fatto senza la Noverca
che il tuo disnore e la tua morte cerca.
Ella ha mandata Idonia con inganni,
con finta vista ad appannarti gli occhi,
per farti consumare i migliori anni
in lascivi piaceri e 'n pensier sciocchi,
onde il padre celeste, che i tuoi danni
visto ha dal ciel perché desio ti tocchi
d'onor, mandato ha me, che la maligna
voglia interrompa de la tua matrigna.
E come madre affezionata al figlio,
il danno e l'error tuo veder ti faccia
e fuor ti tragga di sì gran periglio,
facendoti lasciar questa rea traccia,
perché mente mutata ora e consiglio
come di fuor ti mostri, Ercole, in faccia,
così te stesso dentro anco ricovri
e il valor, come prima e il senno adovri.
Dunque, figliuol, tempo è che ti vergogni
di questa vita e a la primiera torni
e lasciando le false ombre ed i sogni
faccia ch'Idonia se ne strugga e scorni;
e ch'ove Onfale aver sol ora agogni
per viverti con lei tutti i tuoi giorni,
alzi la mente ad aver merto uguale
a le prime opre e aver vita immortale.
E perché sia la mortal piaga salda,
per cui già del tuo fin timida fui,
lascia le traccie di questa ribalda
che con faccia benigna, ancide altrui;
né la vesta non ha piega, né falda
che non sia piena de gli inganni sui
e quanto mostra più vita serena,
tanto più amorba l'uom più l'avenena! –
Qual costumato figlio che trascorso
per l'età giovenile, in error sia,
e per aver troppo allentato il morso,
si vegga uscito de la dritta via,
se il padre che gli vuol porger soccorso
e trarlo fuori de la strada ria,
l'error gli mostri con severa faccia
piena a un tratto d'amore e di minaccia.
Non solo non è ardito alzar la voce,
ma timidetto sta tutto e demesso,
e sì ardente vergogna il cor gli cuoce
che ne dimostra il viso indizio espresso,
tal, udito Ercol quel che sì gli nuoce,
tutto pentito de l'error commesso,
più che fuoco vermiglio in viso venne
e gli occhi vergognoso a terra tenne.
Allor soggiunse Arezia: – Figlio, i' veggio
che tu ti penti e chiaramente vedi
che mi ha mandato, insin dal sommo seggio,
Giove, perché tu quindi tragga i piedi;
dunque tempo è che il me tu scorga e il peggio
lasci da canto e poscia che ti avedi
avere errato, torni a l'opre buone,
a malgrado d'Idonia e di Giunone! –
Come corsier che 'n agio per la pace
stato sia lungo tempo, s'avien ch'oda
sonar la tromba, tanto il suon gli piace
che seco di legato esser si roda,
e star nel primiero agio sì gli spiace,
come, che sol del travagliar si goda,
che brama il cavalier che su vi monte
e col nemico a far guerra s'affronte.
Tal Ercol venne e la nodosa mazza
prese con la robusta e forte mano
e il cuoio si vestì che per corazza
usato aveva in ogni caso strano;
se dea non era, diveniva pazza
Giunon, vistol depor l'abito vano
e che per trarlo fuor di quella rea
via, Arezia a lui Giove mandato avea.
Pensò di opporsi a Giove e 'n uno instante
(ch'opera tosto chi ha poter divino)
a l'occaso n'andò, n'andò al levante,
al polo boreale ed a l'Austrino
e da gli immondi luochi accolse quante
Idonia genti avea sotto il domino,
e 'n una nube quella torma involse
e verso Lidia poi tutta la volse.
E qual talor veggiam piover dal cielo
limace e rane, in nube opaca avolte,
ch'a lo squarciar del nubiloso velo,
se ne vengono a terra in schiere folte,
tale allor quelle genti di mal pelo
scesero da la nube, in che fur tolte,
e si sparsero tutte in un momento,
ove Onfale avea e Idonia allogiamento.
Avevan strana e abominevol ciera
le genti accolte in quelle sozze torme,
che devean guerra fare ad Ercol fiera,
perché ei d'Idonia non lasciasse l'orme,
a l'altro l'un di lor simil non era
che capo e faccia avean tutti deforme:
quei buffalo parea, quel can, quell'orco,
orso, lupo, leon, grifo, angue, porco.
Qual maninconico uom vede talora
se si pone a dormir, sozze figure
che gli si fan dinanzi, ad ora, ad ora,
con corpi strani e faccie orride e oscure,
tal si vedevan quelle genti allora,
avendo giunte in un varie nature;
Idonia fatta da Giunone accorta,
le dispone in bell'ordine a la porta.
E volendo già uscire Arezia e Alcide,
con le sue squadre Idonia lor si oppose,
acciò che la nemica sua nol guide
a mercé aver de l'opre virtuose,
ma tosto che la gente Arezia vide
che Idonia a guerreggiare ivi dispose:
– Sta forte Ercole – disse – e il tronco afferra
ch'uscir quindi non puoi senza far guerra!
Né ti sgomentin questi mostri, o quelli
ch'ancor che sian forti e crudeli tutti,
nondimen perché a me sono rubelli,
essi, presente me, siano distrutti
e fuor te n'uscirai di questi ostelli,
di vizii pieni e di essercizii brutti
de' quai, tosto ch'uscito serai fore
tutta la vita tua fia pregio e onore! –
Come fier leon che viva in gabbia
od in catena chiuso in luoco angusto,
che dimostrar non può che valore abbia,
benché forte egli sia, benché robusto
s'avien che sfogar possa la sua rabbia,
ricovra a un tratto il suo valor vetusto
e strazio fa di tutte quelle belve
che incontra in spiaggie, in monti, in piani, in selve.
Così Ercol fe' poi che fu fuor de i lacci
co' quali egli già fu da Idonia preso
e acciò ch'ella il cor più non gli impacci,
col tronco in man contra que' mostri acceso
fe' com'uom fa che libertà procacci
e di servitù scuota il grave peso;
né tanto con la lancia fe' o col brando
Marte giamai, né Giove fulminando.
Qual suol talor ne la stagione estiva,
densa grandine por le biade a terra,
tal ovunque, col tronco, Ercole arriva
quell'empia e abominevol turba atterra
e di lor tanti de la vita priva
ch'a Idonia duole essersi messa in guerra,
che 'n guisa scompigliò quel sozzo stuolo,
che 'n pugna pur non ne rimase un solo.
Idonia, visto lo spietato strazio,
che de' suoi fece il gran figlio di Giove,
a porsi in fuga non trappose spazio
e non guardò come fuggisse od ove,
ma Alcide, del color scompiglio sazio,
perché via più il valor suo Arezia approve
per seguitare Idonia volge i passi,
ma Arezia il tien, né vuol che più oltra passi.
Però ch'ella sapea che sono tali
l'arti d'Idonia e c'han ne l'uom tal forza
ch'ancor ch'ella al fuggir finga aver l'ali
tosto che il viso volta, altri ave in forza,
se gli è lontan chi da le cose frali,
a la vita miglior l'alletta e inforza,
onde da lei non vuol ch'Ercol si tolga
perché Idonia di nuovo anco nol colga.
Gli dice ben: – Poiché guardi le spalle
di costei che sì bella già ti parve,
mira come ora è brutta e quanto falle
chi ingannato è da sue mentite larve! –
Tal vide in lei bruttezze che a miralle
veder l'inferno aperto ad Ercol parve,
e per dar morte a mostro così brutto,
era di seguitarla acceso tutto.
Ed ad Arezia disse: – Deh, ti piaccia
ch'io tolga questa ria peste dal mondo,
poich'è sì sozza e tanto bella in faccia
si mostra, per cacciar gli uomini al fondo! –
Basta, caro figliuol, ch'ella ti spiaccia,
– rispose Arezia – poscia che il suo immondo
hai visto e come già di lei ti calse,
così a schifo abbi or le sue forme false.
Ché il padre tuo non vuol che costei mora
perch'abbia guerra l'uom sempre con lei
che poca loda al virtuoso fora,
se non avesse a superar costei;
e se l'uom perde ben con lei talora,
s'egli è come tu, caro a i sommi dei,
s'erge con l'alma a lei tanto rubella,
ch'egli è vittorioso e sen fugge ella.
E non sono, figliuol, questi nemici
da seguitar, quando essi in fuga vanno,
bastiti che conosca gli artifici
suoi chiari e da lei più non tema inganno;
né ch'ella, con lusinghe adulatrici
più t'induca a disnore, o induca a danno,
poiché il sommo rettor di tutto il cielo
ti ha mandato a levar da gli occhi il velo. –
Ciò detto, Arezia gli occhi in Ercol fissi
e acceso lui d'alto desio d'onore,
come raggio, o balen tosto partissi
e al ciel poggiando andò al sommo fattore,
che mandata l'avea, come vi dissi,
a trar de la mollizie Alcide fore
e gli narrò, come l'aveva sciolto
e a seguitare i pregi eterni volto.
Ercole sciolto da quel dur legame,
onde, per la bella Onfale fu preso,
come non curi più se l'odi, o l'ame,
o ch'appò lei sia in pregio, o vilipeso
per seguire altro amore ed altre trame,
aveva ad uscire indi il camin preso
quand'Onfale, vedutolo partire,
piangendo, così a lui cominciò a dire:
– Sei dunque, Ercole mio, così crudele
e così hai l'amor mio posto in oblio,
che per esser a te stata fedele
e aver me in tua man posto e il regno mio,
ora, come sleale ed infedele,
abbia a fuggir da me volto il desio?
Vuoi tu Ercol, forse che la tua partita
sia la cagion del fin de la mia vita?
Non mi promise già questo Giunone
ch'esser suol dea de' matrimoni santi,
allor, ch'ella m'apparve in visione
e il tuo amor, per mio ben, mi pose inanzi,
dicendo ch'egli mi seria cagione
d'util, di molto onore e di ben tanti
che me n'andrei al par di quante mai
ebber tempo felice e giorni gai.
Questo mal fia, mal fia, onne, Alcide, questo
se tu ora mi abbandoni e se mi lassi
che non fu stato mai sì rio e funesto,
che il mio misero (oimé ) molto nol passi,
tutto dolor fia di mia vita il resto
e tutti i giorni miei di gioia cassi
se pur possibil fia ch'io me ne viva,
s'io mi rimango (oimé ) qui di te priva.
L'aver sopposta a te l'onestà mia
che via più cara a me che la vita era,
per la qual sino al cielo andar solia,
famosa, fra lo stuol muliebre e altiera,
moverti a pietà aver di me devria,
se crudo fusti ben più d'ogni fiera,
veggendo c'ho ogni cosa, oimé, negletta,
per fare a te la Lidia e me soggetta.
Deh, per pietà s'è n te pietade mira
ch'oltra l'aver la mia onestà perduta,
a i re vicini e al popol loro in ira,
sol per aver te amato, i' son venuta,
tal ch'ad altro ognun d'essi or non aspira,
(poi che sì aversa m'è la sorte suta)
che tosto che tu fia da me partito,
voltare il poter lor contra me unito.
E se di me non vuoi pietade avere,
se cosa da me avuta non ti è grata,
deh, qualche mercé faccia ora ottenere
il commun figlio a questa sconsolata,
per lo qual io sperai sempre vedere
in sicuro la Lidia e me beata.
Deh fa, caro il mio Alcide, ch'io non veda
ch'ad altri io resti e il figlio e il regno in preda.
E se tu sprezzi il figlio anco e la madre
e nulla curi de la Lidia il regno,
riguarda te, che sei di Lamon padre,
e vedi quanto fora di te indegno,
che prigion stesse tra le ostili squadre;
te salvo.così caro e nobil pegno,
e che colei che tal figlio produsse,
te vivo serva e prigionera fusse.
Vorrai Ercole tu, vorrai tu forse,
tu, che sei nato a dare a ognun salute,
che perch'Onfale al tuo desio si porse,
inamorata de la tua virtute,
la sua vita, il suo stato ora sì inforse,
ch'o se ne mora, o sì sua sorte mute,
che sol per esser stata a te cortese,
qui resti a sostenere onte ed offese? –
Le chiuse sì il dolor ciò detto il core
e sì le tolse le parole ch'ella
non poté più trar spirto, o mandar fore
voce, o sospiro;ad Ercole vedella
in tale ambascia e 'n così gran dolore
increbbe e per pietà ch'egli ebbe d'ella,
per le cure lenir, ch'avuta al cor fisse,
con benigno parlar, così le disse:
è – Non negherò cara reina, mai
di non avere avuti benefici
singolari da voi cui sì pregiai,
ch'abbandonati i miei primieri offici,
tutto a l'arbitrio vostro i' mi lasciai,
e da le mie alte imprese, a gli essercici
lasciai condurmi che fur grati a vui,
posto tutto in oblio quel che già fui.
Ma non rimarrà già ch'a mia difesa
io non adduca a voi breve ragione,
la qual poscia che fia da voi compresa:
vedrete chiaro che la dea Giunone,
che giamai non cessò di farmi offesa,
di quanto avenuto è, stata è cagione,
e che Giove, mio padre che mi ha in forza
a far da voi partita ora mi sforza.
E s'io vi dico men ch'il ver, gli dei
tutti e le dee de le celesti spere,
sian sempre congiurate a' danni miei,
sì ch'io non possa di lieto vedere,
quando qui, per tor voi da casi rei;
venni, reina, i' non pensai d'avere
cagione alcuna d'esservi congiunto,
né credo ch'a ciò voi pensaste punto.
Ma Giunon poscia ch'ebbi occiso il drago
e i ladri debellati de l'Efeso,
fe' che il sonno mostrommi in falsa imago,
ch'esser del vostro amor deveva acceso,
perché quel Dio sol d'ingannarmi vago,
il sembiante di Giove in tutto preso
come fusse mio padre, ciò mostrommi
e di desio di voi tutto infiammommi.
Il simil (come da quel che già detto
m'avete accolgo) fe' con finte larve,
di voi che tolto di Giunon l'aspetto,
da lei sospinto, venne ad ingannarve
e che finto ciò fusse, ora l'effetto
il può (tacendo me) chiaro mostrarve
che s'avesse ciò allor Giove ordinato
non avrebbe pensiero ora mutato.
Né mandata avria Arezia il sommo Giove,
ad Idonia contraria in questa parte,
la qual mi comandasse che quindi, ove
Idonia mi legò, gissi in disparte
e l'essersi colei messa a le prove
contra Arezia, con quanta usar seppe arte
e il vederla non pur fugata e vinta,
ma che rimasa è poco men ch'estinta.
Apertamente dimostrar vi puote
che così il padre mio nel ciel dispose,
e se il motor de le superne ruote
per cagioni a lui note, a noi nascose,
vuol che ciò sia, come d'effetto vuote,
le cose far poss'io ch'ei si propose
ch'esser devesser, con saper secreto
e con fermo e inviolabile decreto?
S'io potessi disporre a voglia mia
di me medesmo, i' non starei sopposto
al duro arbitrio, a l'aspra signoria
d'Euristeo, a me, per fier destin, preposto;
or, poscia che il ciel vuol che così sia,
né posso quel mutar ch'egli ha disposto,
prego, reina, che ciò il duol v'acquieti,
né la partenza mia più v'inquieti.
Ché per lo capo mio, per quel del figlio,
che fia del nostro amor perpetuo pegno,
vi giuro, se potesse uman consiglio
farmi restar con voi, qui in questo regno,
mi vedreste accettar, con lieto ciglio,
l'occasion per tormi a quello indegno
tiranno che mi preme, ma conviemmi
seguir quel che il mio padre in sorte diemmi.
Ma fin mai che fian rette queste membre
da lo spirto, fin mai che piaccia al cielo,
che di me in questa vita i' mi rimembre,
non mi uscirà del cor l'ardente zelo
con cui legati fummo ambiduo insembre,
né l'imago di voi che nel cor celo
per averlavi viva in ogni tempo,
pora indi cancellar luoco, né tempo! –
Mentre ad Onfale Alcide ciò esponea
per acquetarle la gravosa doglia,
ella irata qua e là gli occhi volgea,
come chi acerbo sdegno irato accoglia
ed alfin, vinta da l'ambascia rea,
poiché contrario il vide a la sua voglia,
tutta piena di sdegno e di furore,
mandò dal petto queste voci fuore:
– Ai disleal, non ti fu padre mai
Giove, ma il crudo re de l'ombre bigie,
poiché nulla ti movono i miei guai,
né questo aspro dolor che m'ange e afflige,
né ti die donna alcuna il latte mai,
ma la furia più rea ch'avesse stige,
perché non debb'io dir, misera, il vero
poiché per te languisco e per te pero?
A che speme maggior più mi riserbo,
misera me? Poiché giuste querele
mosso punto non han questo superbo
ch'ogni dolcezza mia rivolta ha in fele?
Ve' che ragion, perché non formi verbo
più contra lui, più, oimé, non mi querele,
adduce questo ingrato, pien d'asprezza
che sen porta il mio onore e me disprezza.
Mandata Arezia or gli ha Giove che il toglia
da me e le fiamme spenga e tutti i lacci,
onde Idonia il legò, rompa e discioglia;
e il tragga fuor de gli amorosi impacci,
il sonno già sotto mentita spoglia,
ci ingannò, come chi altri in sogno impacci:
va pure ingrato, va poich'andar vuoi
e segui perch'io mora, i desir tuoi.
Questa la somma sia d'ogni tua lode
che ten porti le spoglie d'una Lida,
che tu ingannasti, con astuta frode,
perché l'onor perduto ella si uccida,
degno ben fia ch'ognun ti pregi e lode,
perché di una reina sii omicida,
che se l'onor, la vita e il regno diede,
a quella di ch'or manchi, infedel, fede.
Ma spero ancor se la bontà divina
cura, come cred'io, le cose basse,
che vendetta farà di me meschina,
che così afflitta e sconsolata lasse
e Giunon prego ch'a la tua ruina
usi ogni ingegno e pria che l'Egeo passe,
ti mandi così cruda e ria tempesta
che chiami il nome mio con voce mesta! –
Dal grave duol quivi Onfale sospinta,
se ne cade ciò detto inanzi Alcide,
non altramente che se fusse estinta
cosa che con dolor grave egli vide
e potea ogni sua forza restar vinta
da la pietà che n'ebbe, ma si avide
(poi che fu stato buona pezza in forse)
ch'era, l'ivi restare, a Giove opporse.
Onde miglior pregò ad Onfale mente
e lei lasciata a le donzelle in mano,
a l'apprestata nave incontinente
andò e trovò a l'entrar tutto il mar piano;
l'empia Giunon spinta da l'ira ardente,
non patì che pregasse Onfale invano
ed ad Eolo s'andò, piena di sdegno
perché turbasse di Nettuno il regno.
E giunta a lui disse: – Poi c'hai de i venti
Eolo l'impero e lor puoi comandare,
per impor fine a' miei duri lamenti,
ti son, dal ciel, venuta a ritrovare,
perché gli facci uscir tanto violenti
che volgan sottosopra l'Egeo mare,
ch'or solca, altiero, un gran nemico mio
e il conducan, tra l'onde, a fine rio.
Ti prometto se 'n ciò contenta i' fia
di darti moglie la più vaga e snella
ninfa, che 'n ciel mi tenga compagnia,
la qual ti faccia padre di una bella
prole, cui pare unqua forse non fia;
concita tu Eolo adunque tal procella
che il reo, che m'empie di pensier molesti,
per opra tua, nel mar sommerso resti! –
Eolo allor: – So che degno tu mi fai,
reina, de la mensa de gli dei,
e che se ti negassi cosa mai
che far potessi, troppo error farei,
però sicura sii che tu averai
in tuo servigio, tutti i venti miei
che solo i' son di sodisfarti vago,
e te contenta, i' mi terrò assai pago! –
Giunon sì parte ed Eolo la gran verga
spinge al lato del cavo, orrido monte,
perch'indi esca ogni vento e il mar disperga
sì che insino a le nuvole sormonte
ed Ercol (se possibil fia) sommerga
e di Giunon sian pareggiate l'onte:
usciro Euro, Aquilone, Africo e Noto,
onde il monte restò de i venti vuoto.
Sendo Ercol dunque al mar tutto in domino,
sì che da lato alcun non vedea sponda
pensando non aver turbo vicino,
ma solcar come pria, tranquilla l'onda,
vide mutarsi il lieto in rio camino
e la dolce aura che spirò seconda,
tacere e il vento rio con tal furore
soffiar ch'empiva ognun d'alto terrore.
Cominciò a farsi il mar turbido e nero,
il mar da tutti i quattro venti scosso,
mutaro i marinar tosto pensiero,
poiché si vider tal furore adosso,
d'ora, in ora si fe' il vento più fiero
e ne fu il mare insino al fondo mosso,
onde il ciel chiaro, più nero che pece,
per gli densati nuvoli si fece.
Da le nubi percosse escono tuoni,
d'insolito e incredibile rumore
e veggonsi apparir fuori co' suoni
lampi di vivo e spaventoso ardore
e par che tutto il cielo arda e risuoni,
qualor lampeggia e il fulmine esce fuore
e grandine dal ciel cade sì densa
ch'ognun che il fine suo sia giunto pensa.
I naviganti tutti ad usar l'arte
si danno con quanta han forza, od ingegno:
chi cala vele e chi racconcia sarte
e chi è al temone, onde si regge il legno,
chi va scorrendo in questa e 'n quella parte
e dà di ciò che far si deve, segno,
che non si udiva voce alcuna, tanto
era il furor del mar per ogni canto.
Al temon stando il buon maestro intento
cercava di scansar l'aspra procella,
or secondava, a sua salvezza, il vento,
e a questa parte si piegava e a quella
e quantunque gli fusse di spavento
la tempesta, ch'ognor crescea più fella,
non tralasciava cosa, onde la nave
si potesse salvar da l'onde prave.
Spezza l'arbore il vento e fa cadere
rotti ne l'onde balladore e gabbia
e cruda l'onda in ogni parte fere,
né giova al buon nocchier, che ben l'arte abbia,
s'apre talora il mare e il fa cadere,
con molti giri, insin suso la sabbia,
talora il leva e gire il fa tanto alto
che gli vien di paura il cor di smalto.
Colui che la cura ha di veder ove
il nemico furor spinga la barca,
da contemplar la carta non si move
e fa sapere a gli altri ove ella varca
e il commune parer, che molto giove,
gittar le robbe, onde la nave è carca
ed ad un tratto la gente smarrita
le dona a l'onde per salvar la vita.
I marinari a consigliarsi insieme
da gli altri si riducono lontani,
e mentre l'onda e il vento il legno preme,
consigli fan tra lor, ma tutti vani,
che così crudo e impetuoso freme
il mar che non vi pon discorsi sani,
onde non sanno in qual parte piegarsi
per potere in sicur luoco ritrarsi.
Chi a Nettuno immolar promette un toro,
se salvo fuor di quel pericolo esce,
chi dar nera agna a Borea e nera a Coro,
se men feroce il mar questo e quel mesce,
e chi a Giove promette imago d'oro,
se scampa dal furor che sì altier cresce,
chi a le dolci aure una bella agna bianca,
se, per lo favor lor, l'ira al mar manca.
Intanto quei che son ne la sentina
attendono a turar le fesse e questi
a prora corre, a poppe quei camina,
perché d'entrar l'acqua nemica resti,
altri sono a gittar l'onda marina
ch'è ne la nave ed altri sono presti
a porre in opra pece ed asse e chiovi,
ovunque il legno aperto si ritrovi.
Quando pensaro di vedere al fine
la ria tempesta, ella più fiera venne,
né valser voti a l'anime meschine,
né al legno non avere arbore e antenne,
perché, acciò che la nave a pien ruine
par ch'ad alzarsi l'onde abbian le penne,
le quali scendon poi con furor tale
che n'attende ciascun danno mortale.
Ercol che vede ognun pien di paura
cerca di aggiungere animo ed ardire
a chi di provedere ave la cura
per poter fuor de la tempesta uscire,
ma poscia che 'n van vede ch'assicura
e questo e quello e teme ognun morire,
si volge a Giove ed a lui porge preghi
che di dargli soccorso ora non neghi.
Sì che possa morir con l'arme in mano
e non resti nel mar preda de l'acque.
Giove non lasciò andare il prego vano,
ma così tosto ch'Ercole sì tacque
non essendo Mercurio indi lontano,
di subito mandarlo ad Eolo piacque
e gli fe' dir ch'i venti richiamasse
sì che nessun di lor più il mar turbasse.
E che non gliele avea dati in podesta
perché gli fesse contra Alcide gire,
e che se il lor furor tosto non resta,
egli il farà de la follia pentire
e chiaro gli farà veder che 'n questa
parte a Giunon non era da ubidire,
e ch'egli s'era appreso a mal consiglio
a concitare il mar contra suo figlio.
Vola Mercurio e l'ambasciata espone
ad Eolo ed ei, che Giove irato sente,
chiama i venti e nel carcer lor gli pone
sì che Greco non soffia, né Ponente,
e il mar si placa ed il furor depone
e il ciel Giove serena immantinente,
onde, poi ch'è il mar queto e il vento tace,
girare Ercol può il legno, ove gli piace.
Vedeasi un ampio luoco indi in disparte,
curvo come suriano arco di corno,
ove erano antri che pareano ad arte,
caro albergo a le ninfe e bel soggiorno,
eran sedi di marmo in ogni parte,
con soavi e dolci ombre d'ogni intorno,
quinci e quindi sorgean duo scogli in alto
cui dava indarno il mar turbato assalto.
Perché vi si rompea l'onda minace
e 'n se stessa tornava in varii seni,
onde il luoco sicuro era e capace
de le navi ch'a lui buon destin meni,
né bisogno ivi è d'ancora tenace,
né di chi leghi i legni, o gli incateni,
perché, senza altro, essi vi son sicuri
tra il queto molle de' cristalli puri.
Volta il nocchiero a quel bel luoco il legno
e face biancheggiar co' remi il mare,
il mar che dianzi era sì pien di sdegno
che ognuno di fin reo fe' dubitare;
si vider l'acque di letizia segno
a l'entrar de la barca, ad Ercol dare,
e de gli spechi uscir liete le ninfe
e Alcide accor tra quelle chiare linfe.
E le membra, dal mar tabide e infette,
con tepid'onde in guisa ristoraro
che non solo divenner monde e nette,
ma nel primo valor le ritornaro;
rese Ercol grazie a quelle ninfe elette
e poscia egli e i compagni se n'andaro,
scesa la nave a la nobil cittade
che Doliche diceasi in quella etade.
Ne l'andar a Doliche il forte Alcide
dal mare ondoso appresso il lito spinto,
un cadavero d'uomo giacer vide,
onde ne fu da molta pietà vinto,
ma da via più, dapoi ch'egli si avide
ch'Icaro quegli fu ch'ivi era estinto,
il quale, per fuggir dal re Minosse,
per l'aria l'ali, col suo padre, mosse.
Ché dopo l'adulterio empio di Creta,
di cui nel luoco suo memoria fia,
il re che seppe che, Pasife lieta
del mal compì per Dedal, l'opra ria,
con la mente turbata ed inquieta,
com'ha chi oltraggio vendicar desia,
dopo lungo pensar, prese consiglio
di dare aspra prigione al padre e al figlio.
E l'uno e l'altro in una forte torre
fece serrar, pien d'ira e di disdegno,
Dedalo che dal carcere disciorre;
sé col figliuolo suo fece disegno
con varie penne quattro ali a comporre
si die, per veder s'opra del suo ingegno
gli potea far di quella rocca uscire
ov'ambi i giorni lor devean finire.
Seco dicendo: – Ci ha Minosse chiuso
la terra e il mar col porci in questo loco,
ma egli vedrà che troverem dischiuso
l'aere e curerem la prigion poco,
così faran ch'ei rimarrà deluso
quest'ali ch'io compongo a poco, a poco,
e vedrà che s'uscir di questo ostello
com'uom non posso, i' porrò uscirne augello.
Poi con cera costrutte e con bitume
l'ali ch'esser deveangli di gran duolo,
a sé le addattò e al figlio e dal cacume
de la torre, ivi aperta, andaro a volo:
chi vide lor fuor de l'uman costume
come pennuti augei solcare il polo,
credettero che fusser dei celesti
che fendessero l'aria in mortai vesti.
Aveva il padre al suo figliuol commesso
che, per lo mezzo, lui sempre seguisse,
e non andasse tanto a l'onde appresso,
ch'umido e grave l'ala indi venisse;
né alzasse, nel poggiar, tanto se stesso
che vicin troppo al solar raggio gisse,
perché il calor le penne non sciogliesse,
e nel profondo mar, dal ciel, cadesse.
Il ricordo fu ben pieno di amore
ma fu la sorte al buon desir contraria
che il giovanetto di vivace core,
del poggiar vago, in guisa il volo varia,
e sì vicino va al celeste ardore,
che battendo le penne altiero in aria
si sciolgon tutte ed egli resta, quale
si rimarria nel cielo, augel senza ale.
Onde, il padre chiamando, in mar caddeo
e con la morte sua fe' veder chiaro
ch'i desir di quei figli hanno fin reo
che i paterni consigli disprezzaro;
tal Dedalo dolor del caso aveo
che per l'ambascia e per lo duolo amaro
fu per fermare il volo e lasciarsi ire
nel mare e col figliuolo, ivi morire.
Al miser padre, non più padre, dolse
che ad ale fabricare unisse penne
e ch'a gli umer del figlio e a i suoi le involse
poi ch'ad Icaro fin sì tristo avenne
e gli occhi al pianto e a le querele sciolse
la lingua e quasi nuda voce venne,
e mentre egli: – Icaro! Icaro! – chiamava,
Icaro il ciel, Icaro il mar sonava.
Icaro – diceva egli – estinto sei
Icaro estinto sei perch'io infelice
a la tua morte allor la via ti fei
che per fuggir del re la furia ultrice
de la rocca ad uscir l'ali ti dei
facendoti quel far ch'ad uom non lice?
Icaro, il padre, il padre male accorto
volendoti salvare, Icar ti ha morto! –
Di ta' querele il ciel Dedalo empiendo,
solcando l'aria se ne giunse a Cume
ed ivi fabricò un tempio stupendo
a Febo e dicò a lui le lievi piume
e l'istoria del caso ivi fingendo,
quando volse mostrar che il solar lume
l'ale avea tolte al figlio suo, la mano
meno li venne e fu il disegno vano.
Tre volte cominciò l'opra e tre volte
venne la man paterna a l'opra meno
che gli furo dal duol le forze tolte,
dal duol che gli occupava il cor nel seno
con sospiri versò lagrime molte
e non potendo al gran dolor por freno,
non poté ivi mostrar la nobil arte
che rimase imperfetta in quella parte.
Or, passando indi allora Ercole a sorte,
poscia ch'estinto il giovane visto ebbe,
il fine suo, la sua improvisa morte
gli dolse in guisa, in guisa gli rincrebbe
che pigliar fece quelle membra morte,
e come fatto a un suo fratello avrebbe
in Doliche, fermato ch'ebbe il piede,
sepultura di lui degna, gli diede.
E perch'eterna fusse la memoria
di caso tale, die a l'isola nome,
(come fede ne fa l'antica istoria)
d'Icaro e n'ebbe il mar anco il cognome,
tale che fama eterna, eterna gloria,
scarco che fu de le terrene some,
Icaro n'ebbe, poi ch'egli die spento
nome a un'isola intiera, a un elemento.
Dedalo ad Ercol per tal fatto erresse
poscia una statua fatta a la sua imago,
acciò che la futura età sapesse,
quanto Ercol di giovar sempre fu vago;
attese Ercol che il mare in calma stesse
e a piene vele entrò nel salso lago
e tornò a Tebe;ma i' vo' differire
a un altro dì quel che mi avanza a dire.