XVII

By Giovanni Alfonso Mantegna

Volgasi il ciel con disusato giro

e porti il sol de la sua luce spento,

né mai qua gi` vago splendor dimostri,

e torni ghiaccio il foco ond'io sospiro,

e 'l foco ghiaccio, ogni piacer tormento.

Nutrisca sol la terra orrendi mostri,

né mai pi` fior l'inostri;

anzi, invece di belle e vaghe rose,

produca stecchi e velenose spine.

E le dorate brine

si convertano in piogge furiose,

corra indietro ogni fiume al proprio fonte

e diventi ogni piaggia alpestro monte.

Sian l'onde sempre da rabiosi venti

turbate, e sovra il mar nascan i faggi.

Ardente il verno sia, fredda la 'state

e gli augelletti a languir solo intenti;

e sian i cor benigni aspri e selvaggi,

né si scorgan pi` voglie innamorate

ma ritrose e spietate.

E ognun pianto dal suo petto sgombri

con dogliosi concenti e rei martìri,

né cosa altra rimiri;

che 'l miser petto d'allegrezza ingombri,

ma cangi in duro il suo felice stato,

ché così vuol al fin l'acerbo fato.

Poscia che 'l cieco Amor, l'empio tiranno

– come quel che d'altrui doglia si pasce,

e come fiume rapido e profondo,

da cui sdegni, sospiri, infamia e danno

e ogni rio martì sorge e rinasce,

e fiamma ch'arde dolcemente il mondo –

or fiero e or giocondo

tempra la breve gioia e i lunghi affanni;

e di false speranze ogni pensiero

il disperato arciero

nudre, con sempre novellar gli inganni;

e con amare tempre, ahi fiera sorte,

or ti mantiene in vita e or in morte!

D'ira e di sdegno e d'alta invidia pieno

de la libera mia tranquilla vita,

allor ch'armava freddo ghiaccio il petto

né m'accendea cocente fiamma il seno,

fu da' suoi inganni cruda rete ordita

e femmi di sua legge umil soggetto,

ch'un bel divino oggetto

mi dimostrò, composto in paradiso,

venuto a dimostrar quant'è nel mondo

di bello e di giocondo.

E fu l'adorno e lampeggiante viso,

che drizzando ver' me l'almo splendore,

d'una piaga mortal mi ponse il core.

E di quel crespo crin, di quel fin auro

– che toglie il pregio e 'l vanto al biondo Apollo,

crin da cui la mia pena ognor rinasce,

ond'io non spero aver mai più restauro

e dislegar dal greve giogo il collo,

la cui soma crudel mi nudre e pasce –

Amor le dure fasce

e la forte mortal empia catena

fece, e strinse di me la meglior parte.

E con mirabil arte

de la fronte tranquilla, alma e serena,

fe' lo speglio in cui tien seggio e impero

vago, leggiadro, onesto e bel pensiero.

De le altere, tranquille e negre ciglia

fe' l'arco donde uscì l'acuto strale,

che m'impiagò soavemente il fianco

e mi sculse con alta meraviglia

al cuor un volto a cui null'altro eguale

di leggiadria non fu veduto unquanco.

E 'n lodar sarei stanco,

il bel naso, anzi il vago e puro scoglio

di bianca neve, che 'n mirando intenta

– avendo l'ira spenta –

l'Invidia dice ch'ogni fier cordoglio

acqueta, in sì gentil, degno lavoro

di pi` valor che gemme e ostro e oro.

Que' lucidi, sereni e chiari lumi

– che come soli di tranquilli giorni

giunsero a le mie notti oscure e adre –

ponno scaldar i pi` gelati fiumi;

ove tanta dolcezza par ch'aggiorni

che m'insegna poggiar ne l'alte squadre.

E le menti leggiadre

col vago raggio Amor non solo incende,

ma ogni alpestre cor, duro e maligno,

far può molle e benigno.

E tanto lungi il folgorar s'estende

ch'i bramosi occhi in contemplar intenti

restaro nel veder pi` bello spenti.

Sovra falda d'intatta e bianca neve

si veggion campeggiar rose e viole

e tra loro scherzar gli onesti amori.

La dolce bocca, ond'escono parole

d'accender Giove, e i preziosi odori

fan ch'io sempre gli onori

e scorga il ben qua gi` del paradiso.

E tra perle e rubin nasce il concento

ch'assai lieto e contento

lo spirto mi tenea dal cor diviso,

che mentre esser vedermi in tale stato

mi tenea fra gli amanti il pi` beato.

La rilucente e cristallina gola

e pi` ch'avorio bianco il largo petto

mostran casti pensier, santi desìri.

O beltà veramente al mondo sola

e di vera onestà fermo ricetto,

sola cagion de' miei lunghi martìri!

Che lodar, lingua, aspiri?

Le mamme, anzi, i duo pomi còlti in cielo?

il ritondetto piè, la dolce mano?

o ver quel che, lontano,

al tuo pensier si mostra e cuopre il velo?

ché 'n veder tanto ben l'anima vaga

ogni dolor soavemente appaga!

Tai giorni mi segnava lieta stella,

mentre l'ingiusto Amor non m'ebbe a sdegno.

Ma quel breve gioir passò volando,

ch'a l'acerba fortuna, empia e ribella,

piacque di doglia farmi ultimo segno

e por me stesso d'ogni pace in bando.

E perch'io lagrimando

viva, tolsemi i rai de la mia donna,

anzi lo scudo di mia afflitta vita,

e di beltà inudita,

gloriosa, gentil, ferma colonna

in cui s'appoggia senno, alto valore,

tema di scorno e bel desìo d'onore.

Ma s'a tòrla fu presta agli occhi miei,

la segue pur il mio stanco pensiero.

S'io parlo o taccio o muovo il piede o seggio,

lei miro cui mirar sempre vorrei.

Così morendo vivo e temo e spero,

e conforto al mio mal, lasso, non chieggio.

Né cosa al mondo veggio

che mi sospinga ad altro ch'a trar pianto

per ampie selve inabitate e strane;

e tigri e fier ircane

benigne rendo col mio tristo canto.

Così doglioso, e d'uno in altro scempio,

vo biasimando il destin fallace ed empio,

e con le pene i campi misurando.

«Ahi lasso, privo son d'ogni mio bene

– dico gridando – e secca è la speranza!

Il seren de' miei giorni è posto in bando

e con doppia ombra orrida notte viene,

né altro già che sospirar m'avanza!

O d'amor prava usanza,

o senza legge vita degli amanti,

questa mercè di ben servir si coglie?

Or sbrama le tue voglie,

Amor, con involarmi i lumi santi,

che gran tempo mi diêr benigna sorte

e or vita mi dan peggior morte!».

Poi ch'altro che versar pianti non fai,

canzon, rimanti fra gli oscuri boschi,

simil a' tuoi pensier noiosi e foschi!