XVII
Volgasi il ciel con disusato giro
e porti il sol de la sua luce spento,
né mai qua gi` vago splendor dimostri,
e torni ghiaccio il foco ond'io sospiro,
e 'l foco ghiaccio, ogni piacer tormento.
Nutrisca sol la terra orrendi mostri,
né mai pi` fior l'inostri;
anzi, invece di belle e vaghe rose,
produca stecchi e velenose spine.
E le dorate brine
si convertano in piogge furiose,
corra indietro ogni fiume al proprio fonte
e diventi ogni piaggia alpestro monte.
Sian l'onde sempre da rabiosi venti
turbate, e sovra il mar nascan i faggi.
Ardente il verno sia, fredda la 'state
e gli augelletti a languir solo intenti;
e sian i cor benigni aspri e selvaggi,
né si scorgan pi` voglie innamorate
ma ritrose e spietate.
E ognun pianto dal suo petto sgombri
con dogliosi concenti e rei martìri,
né cosa altra rimiri;
che 'l miser petto d'allegrezza ingombri,
ma cangi in duro il suo felice stato,
ché così vuol al fin l'acerbo fato.
Poscia che 'l cieco Amor, l'empio tiranno
– come quel che d'altrui doglia si pasce,
e come fiume rapido e profondo,
da cui sdegni, sospiri, infamia e danno
e ogni rio martì sorge e rinasce,
e fiamma ch'arde dolcemente il mondo –
or fiero e or giocondo
tempra la breve gioia e i lunghi affanni;
e di false speranze ogni pensiero
il disperato arciero
nudre, con sempre novellar gli inganni;
e con amare tempre, ahi fiera sorte,
or ti mantiene in vita e or in morte!
D'ira e di sdegno e d'alta invidia pieno
de la libera mia tranquilla vita,
allor ch'armava freddo ghiaccio il petto
né m'accendea cocente fiamma il seno,
fu da' suoi inganni cruda rete ordita
e femmi di sua legge umil soggetto,
ch'un bel divino oggetto
mi dimostrò, composto in paradiso,
venuto a dimostrar quant'è nel mondo
di bello e di giocondo.
E fu l'adorno e lampeggiante viso,
che drizzando ver' me l'almo splendore,
d'una piaga mortal mi ponse il core.
E di quel crespo crin, di quel fin auro
– che toglie il pregio e 'l vanto al biondo Apollo,
crin da cui la mia pena ognor rinasce,
ond'io non spero aver mai più restauro
e dislegar dal greve giogo il collo,
la cui soma crudel mi nudre e pasce –
Amor le dure fasce
e la forte mortal empia catena
fece, e strinse di me la meglior parte.
E con mirabil arte
de la fronte tranquilla, alma e serena,
fe' lo speglio in cui tien seggio e impero
vago, leggiadro, onesto e bel pensiero.
De le altere, tranquille e negre ciglia
fe' l'arco donde uscì l'acuto strale,
che m'impiagò soavemente il fianco
e mi sculse con alta meraviglia
al cuor un volto a cui null'altro eguale
di leggiadria non fu veduto unquanco.
E 'n lodar sarei stanco,
il bel naso, anzi il vago e puro scoglio
di bianca neve, che 'n mirando intenta
– avendo l'ira spenta –
l'Invidia dice ch'ogni fier cordoglio
acqueta, in sì gentil, degno lavoro
di pi` valor che gemme e ostro e oro.
Que' lucidi, sereni e chiari lumi
– che come soli di tranquilli giorni
giunsero a le mie notti oscure e adre –
ponno scaldar i pi` gelati fiumi;
ove tanta dolcezza par ch'aggiorni
che m'insegna poggiar ne l'alte squadre.
E le menti leggiadre
col vago raggio Amor non solo incende,
ma ogni alpestre cor, duro e maligno,
far può molle e benigno.
E tanto lungi il folgorar s'estende
ch'i bramosi occhi in contemplar intenti
restaro nel veder pi` bello spenti.
Sovra falda d'intatta e bianca neve
si veggion campeggiar rose e viole
e tra loro scherzar gli onesti amori.
La dolce bocca, ond'escono parole
d'accender Giove, e i preziosi odori
fan ch'io sempre gli onori
e scorga il ben qua gi` del paradiso.
E tra perle e rubin nasce il concento
ch'assai lieto e contento
lo spirto mi tenea dal cor diviso,
che mentre esser vedermi in tale stato
mi tenea fra gli amanti il pi` beato.
La rilucente e cristallina gola
e pi` ch'avorio bianco il largo petto
mostran casti pensier, santi desìri.
O beltà veramente al mondo sola
e di vera onestà fermo ricetto,
sola cagion de' miei lunghi martìri!
Che lodar, lingua, aspiri?
Le mamme, anzi, i duo pomi còlti in cielo?
il ritondetto piè, la dolce mano?
o ver quel che, lontano,
al tuo pensier si mostra e cuopre il velo?
ché 'n veder tanto ben l'anima vaga
ogni dolor soavemente appaga!
Tai giorni mi segnava lieta stella,
mentre l'ingiusto Amor non m'ebbe a sdegno.
Ma quel breve gioir passò volando,
ch'a l'acerba fortuna, empia e ribella,
piacque di doglia farmi ultimo segno
e por me stesso d'ogni pace in bando.
E perch'io lagrimando
viva, tolsemi i rai de la mia donna,
anzi lo scudo di mia afflitta vita,
e di beltà inudita,
gloriosa, gentil, ferma colonna
in cui s'appoggia senno, alto valore,
tema di scorno e bel desìo d'onore.
Ma s'a tòrla fu presta agli occhi miei,
la segue pur il mio stanco pensiero.
S'io parlo o taccio o muovo il piede o seggio,
lei miro cui mirar sempre vorrei.
Così morendo vivo e temo e spero,
e conforto al mio mal, lasso, non chieggio.
Né cosa al mondo veggio
che mi sospinga ad altro ch'a trar pianto
per ampie selve inabitate e strane;
e tigri e fier ircane
benigne rendo col mio tristo canto.
Così doglioso, e d'uno in altro scempio,
vo biasimando il destin fallace ed empio,
e con le pene i campi misurando.
«Ahi lasso, privo son d'ogni mio bene
– dico gridando – e secca è la speranza!
Il seren de' miei giorni è posto in bando
e con doppia ombra orrida notte viene,
né altro già che sospirar m'avanza!
O d'amor prava usanza,
o senza legge vita degli amanti,
questa mercè di ben servir si coglie?
Or sbrama le tue voglie,
Amor, con involarmi i lumi santi,
che gran tempo mi diêr benigna sorte
e or vita mi dan peggior morte!».
Poi ch'altro che versar pianti non fai,
canzon, rimanti fra gli oscuri boschi,
simil a' tuoi pensier noiosi e foschi!