XVII.
Signor la cui fiorita, e verde etate
Promette, ed apre sì leggiadro il frutto,
Che, anzi il dì, ne fa ingordo il mondo tutto,
Non pur la terra, che sì lieta fate;
Quel nome, ahimè, di frate
Che in bocca flebil vi risuona sempre,
Onde vi trae dal sen tanti sospiri,
E tant'acque dagli occhi, alto dolore,
Riponete nel core;
E basti, che mai tempo indi nol tiri,
Senza che lui chiamando si distempre:
Alta virtute alto cordoglio tempre.
Disconviensi a signor, ed a nipote
Di Alessandro, le gote,
Che pallido timor mai non coperse,
Sì spesso aver di molle pianto asperse.
Disconviensi a le man, che a spade e lance
Nacquer, da cui tanto si attende e spera,
Che il duol le occùpi da mattina a sera
Col velo a rasciugar l'umide guance.
Ma chi con giusta lance
Librerà le cagion del pianger vostro,
Che a raddoppiarne l'onde non v'esorti,
E a gridar: frate, frate, e giorno e notte?
Frate, che m'hai interrotte
Mille illustri speranze, e te ne porti
Il meglio, e 'l più di me nel sommo chiostro:
Frate, che l'arbor del bel nome nostro
Che ombrava Epiro un tempo, e Macedonia,
Sul bel terren d'Ausonia
Traslato cominciasti a far eterno:
Or per te teme di perpetuo verno.
Quanto il sol vede, ovunque scalda, e quanto
Nasconde ai raggi suoi la terra e 'l mare
Non dona a severo occhio il lagrimare.
In sì grave jattura, e in dolor tanto
Chi più vi vieta il pianto
Siete voi stesso, il cui valor divino
V'astringe a stimar lieve ogni uman pondo;
E del grand'avo la sembianza impressa
Che in voi vede oggi espressa,
Vie più che in altri dei nepoti, il mondo:
Così ci vedesse anco il buon destino!
Seguite dunque all'immortal cammino
Chi nel volto e nel cor simìl vi fue;
Dietro a le alte orme sue
Non pur movete le animose piante,
Ma fate sforzo di passargli innante!
E se v'è tolto il modo di avanzarlo,
Con soggiogar del mondo maggior parte,
Non che il valor in voi mancasse e l'arte,
O l'alto cor temesse di tentarlo;
Ma perché attende Carlo
Pien di scettri, e non voi sì altiera impresa;
Poiché fortuna invidiosa avara
Non volle a paro di natura darvi,
Cercate voi d'alzarvi
Con più degne armi a fama vie più chiara
Per quella strada che non vi è contesa;
Fate incontro agli estremi alta difesa.
Non vi vinca né doglia né diletto,
Né qualunque altro affetto,
Sotto il quale Alessandro cadde spesso;
Ed abbiate il trionfo di voi stesso.
A l'ira, ch'è sì rapida e sì forte,
Che la ragione atterra, e 'l mondo sforza,
Io vidi voi talor far tanta forza,
Che a mezzo del fervor le deste morte.
Amor, ne la cui corte
Messaggio di ragion raro pose orma,
(Perché dal torto, e dal voler si regge)
Sul più bel fior degli anni, in che siete ora,
Voi avete talora
Costretto a porsi in bocca il fren di legge,
Ed a cangiar natura, usanza, e forma.
O dei leggiadri amanti esempio, e norma,
Or languido dolor avrà la palma
Di vincer l'invitta alma?
Orsù le sparse sue virtù raccoglia;
Vinse l'ira, e 'l piacer; vinca la doglia.
Chi vinse due guerrier vieppiù possenti,
Ceder non deve a men gagliardo, e solo;
Altro impero ha il piacer, che non ha il duolo,
Ed altro l'ira ne l'umane menti.
Quanti a l'onde, ed ai venti
Dell'ira e del dolor fur saldo scoglio,
Che al foco del piacer poscia, qual molle
Fragilissima cera, venner meno?
Così questo veneno
Chi si gonfia di lui rend'ebbro e folle!
Unga man propria salutifero oglio,
Signor, sul vostro e su l'altrui cordoglio;
Di vostra alta eloquenza aprasi il fonte,
E cacciando la fronte
Fuor de le lane lagrimose ed adre
Consolate talor l'inclito padre.
Di lui, ch'era altro voi, la morte acerba
Porti il buon vecchio in pace, e gli occhi asciughe,
Forse il piè grave, e le onorate rughe
Pietà celeste a maggior ben riserba.
E se morte superba,
Acciocché il mondo non ne gisse allegro,
Partì sì cara, e sì leggiadra coppia,
E 'l mezzo, ladra, vi rubò di voi,
A' fieri colpi suoi
Lo splendor vostro in terra si raddoppia;
Non pur riman, com'era prima integro,
Dov'ella pensò farlo scemo, e negro.
Ornaste un mondo, ora due voi n'ornate,
Perché insieme vivrete,
Mentre l'un non si spoglia il mortal velo,
Ei con voi in terra, e voi con lui nel cielo.
Voi vivrete con lui sovra la terra
Malgrado di colei, che ne l'ha tolto,
Col membrar dei costumi e del bel volto,
Sopra cui pianse il marmo che l'atterra.
E quando in trita terra
Più fìa converso, in voi men sarà spento,
E col pensar al ben, che su possiede,
E col cantar, e col parlar di lui:
Ed ei vivrà con vui
Lassù, mercé del lume, in cui vi vede,
Con tener di voi guardia, e stare intento
Al viver vostro ogni ora, ogni momento.
E con pregar dinanzi al sommo Sole
Che vi dia chiara prole;
Che tardi a lui vi chiami; e in terra, e in onde
I bei vostri desir sempre seconde.
Canzon sovr'acque, e sovra legni nata
Fra disagi, rumor, perigli, e lezzo,
Vattene là, ove il mezzo
Dell'anima lasciai, riva beata,
Che tutte l'altre di delizie avanza;
Al giovinetto illustre, onde speranza
Verde, e secura ad ogni età riservo,
Dirai: devoto servo,
Mentre fra calme e venti or siede e or vola,
Così, Signor, da lunge vi consola.