XVII

By Pietro Bembo

Or che non s´odon per le fronde i venti,

né si vede altro che le stelle e ´l cielo,

poi che scampo non ho dal mio bel sole,

se non quest´un, del suo celeste lume

conven ch´io parli, e come foco e ghiaccio

fa di me spesso fuor d´usanza e tempo.

Forse fia questo aventuroso tempo

a le mie voci, e gli amorosi venti,

ch´io movo di sospiri al duro ghiaccio,

faran del mio languir pietate al cielo:

a Madonna non già, ché tanto lume

a le tenebre mie non porta il sole.

Or dico che di me, sì come il sole

muta girando le stagioni e ´l tempo,

fa l´altero fatal mio vivo lume:

ch´or provo in me sereno, or nube, or venti,

or pioggie, e spesso nel più freddo cielo

son foco e nel più caldo neve e ghiaccio.

Foco son di desio, di tema ghiaccio,

qualor si mostra agli occhi miei quel sole,

ch´abbaglia più che l´altro, ch´è su in cielo:

seren la pace e nubiloso tempo

son l´ire e ´l pianto pioggia, i sospir venti,

che move spesso in me l´amato lume.

Così sol per virtù di questo lume

vivendo ho già passato il caldo e ´l ghiaccio,

senza temer che forza d´altri venti

turbasse un raggio mai di sì bel sole

per chinar pioggia o menar fosco tempo,

grazia e mercé del mio benigno cielo.

E prima fia di stelle ignudo il cielo

e ´l giorno andrà senza l´usato lume,

ch´io muti stile o volontà per tempo;

né spero già scaldar quel cor di ghiaccio,

per provar tanto, ai raggi del mio sole,

foco, gelo, seren, nube, acque e venti.

Quanto soffiano i venti e volge il cielo,

non vide il sol giamai sì chiaro lume,

pur che ´l ghiaccio scacciasse un caldo tempo.