XVII.

By Auteur inconnu

A Quel che d'ogni grazia è donatore

chi col Suo nome si regge e governa

ed a quella superna

Madre per cui si dice “Ave Maria”,

ricorro, e priego che la mente mia

riduchi e 'ngegni sì la mia memoria,

che effettuosa gloria

pervenga a dichiarar del vero amico;

bench'io sia certo quello ch'io riplíco

riputato sarà presunzïone

da uom sanza ragione:

ma pur la fantasia a ciò mi tira.

Dico che amistà di primo spira

dal vero Iddio, e questo è 'l fondamento,

perché il conoscimento

a cui l'ha' tu, se tu non l'hai da Dio?

E dopo cotal grazia, al parer mio,

conoscer déi virtù e puo'la usare.

E vo'ti ricordare

dir non si può virtù s'è sanza amore:

e questo te'l chiarisce il gran dottore

san Tommaso d'Aquino, chiaro e certo,

pruova e dice di certo:

«Vertù ch'è sanza amor si chiama vizio».

D'amor discende il glorioso ufizio

di carità e mischiasi con loro

in questo concestoro.

Apresso a carità ne segue due:

fede e speranza, che sempremai fue

con carità e con amore insieme,

e sanza questo seme

non si può dir che virtù sia perfetta.

Dunque questa amicizia benedetta

s'usa pel vertudioso, al parer mio,

ben dico, vien da Dio

per la ragion che di sopra ti dico.

Ancora ti ricordo che l'amico

al sovenir non vuole esser corrente

d'aiutare ogni gente,

secondo t'amaestra il buon Platone

(e 'l simile ti dice Salamone):

«Innanzi ti disponga d'aiutarlo

tu de' prima provarlo;

se 'l truovi buono allora e tu l'aiuta».

E se il truovi cattivo e tu il rifiuta,

perché indarno il tempo perderesti

e anche peccheresti,

secondo ci amaestra il sommo Iddio.

Ora in che modo dico, al parer mio,

si debbe il buono amico sovenire

secondo il riferire

di san Tommaso: onorarlo in presenzia,

apresso déï lodarlo in assenzia

e sì servillo a tutti i suoi bisogni;

questo de' far con ogni

sollecita e perfetta e buona cura.

I' potrei bene e con maggior misura

scrivere d'amicizia, perché molti

sarebbono i raccolti

di que' che sopra a ciò han detto e scritto.

Ma vo' far fine e alla man rispitto

vo' dar, per non dar tedio a chiunche sia

lettor di questa mia

opera debol, fragil, perché stata

da uomo 'dioto e grosso compilata.