XVIII

By Domenico da Prato

In una valle tra due montagnette,

dov'è un giardino adorno

con fonte in mezzo e intorno selve folte,

nel qual Gemini il caldo mai non mette,

perché orizzonte intorno

vi fan degli arbusce' le fronde molte,

da Eolo l'un monte il prato guarda,

sì che i fiori e l'erbette

non mutan mai la lor ridente vista;

non par per freddo aghiacci o per caldo arda.

In questo luogo strette

sente spesso da amor la mente trista.

Co' miei bracchetti giva un dì cacciando;

più presta che leoparda

innanzi mi si fece una cervetta:

a seguitar la incominciai sgridando.

La qual come gagliarda

ben dimostrava aver nel correr fretta,

e corso che avea alquanto, si volgea

nella vista spregiando

me e' miei cani, e poneasi a giacere.

E tanto fé così, che già m'avea

stracco, sì che ansando

lascia'la andare e puosimi a sedere,

e simile ella allato a me si puose;

onde io che m'accorgea

d'esta malvagia e falsa selvaggina,

la qual facea ver me viste sdegnose,

con furia mi movea

amettendogli i can con gran ruvina.

Ma dentro al bosco, che 'l giardin circunda,

subito si nascose;

e quasi la credeva aver smarrita,

quando mi si mostrò tra fronda e fronda;

ond'io l'afaticose

gambe movei, ed ella era già uscita

di quel gran bosco fero, folto e ombroso,

quella cerbia gioconda,

ed era entrata già nel bel giardino.

Io la seguia col cor desideroso,

ed ella alla chiara onda

della fontana, donde esce un bel pino,

m'aspettava, specchiando il falso viso.

Con l'animo angoscioso

ver lei mi mossi, anoiando il suo strazio,

la qual fu in forma d'augelletto miso.

Io, come paüroso

di tal trasmutazion, rimasi sazio,

vedendo in Filomena lei conversa.

Allor come conquiso,

da lei nugato e affannato dal corre,

gittossi mia persona ivi riversa,

dicendo: «Io sono anciso;

nulla si mova più per me soccorre,

poi che mia cacciagion mutato ha forma».

Mentre che sì sommersa

stava la mente, fe' come tal volta

fa quel che per affanno par che dorma.

Intanto a me diversa

ed aspra visïon mostrossi molta:

pareami che ver me venisson donne,

insieme una gran torma.

Queste dicean: «Deh, confortiam costui!»

Tutte erano vestite a nere gonne,

sì che lor vista innorma

fecemi ricordar di morte altrui.

Di ciò femmi tal sogno al cor pavento,

dicendo a me: «Che fonne?

Dimand'io lor della mia donna bella?»

Io pure stava ad ascoltare attento;

a l'alma il cor parlonne:

«Esser non può a noi buona novella».

Una, che più che l'altre parea stanca,

venìa con passo lento;

più che d'andar, dal duol mostrava lassa;

sotto un candido vel vermiglia e bianca

parìemi, onde contento

ero di lei mirar con vista bassa.

Poi che fu più appressata, a me si volse;

e come il parlar manca

tra li sospir di due che ciascun piagne,

tal fece ella ver me, e poi si dolse,

e disse la dea franca:

«Piatà, piatà, praticelli e montagne,

o selve, o boschi, o fronde, o arbuscelli!

Poi che Venere volse

a me, Dïana, tôr mia bella suora,

meco piangete, o erbe, o fiori, o augelli!»

E poi tal parlar sciolse:

«D'ulivo oggi ha ghirlanda la tua aurora,

e però è sconsolato il mio bel regno.

Omè tu non favelli,

ché altri non vo' che a te di lei dolermi».

Fatti avean gli occhi miei già per disdegno

a' piè due fiumicelli,

e non potea dal pianto ritenermi,

ma caddi allor senza parlare in terra.

Vedendo il mortal segno,

quell'altre, ch'eran con lei in compagnia,

corsono a me, e ciascuna m'aferra

dicendo: «A qual sì degno

hai dato, Amor, Silvïana in balìa?»

Mentre che sopra a me così piangevano,

la mente si disserra:

ritto levâmi, alzando il viso smorto,

e quelle tutte insieme a me dicevano:

«Or pace di tal guerra

ti renda Amor, poi che t'ha fatto torto».

Facesi incontro a me allor Dïana,

e in mezzo mi mettevano:

ella dinanzi, e noi seguavam lei.

Menommi al regno suo la dea sovrana,

nel qual pianto facevano

dodici suore; onde a guardar mi diei

per una sala, ove stava una sedia.

Sopra è una scritta strana:

«Silvïana manebit in hoc loco»;

Dïana allor col pianto che la tedia

quella fé cassa e vana.

Per lei chiamar divenuto era fioco.

Partiti quindi, Dïana menommi

nel loco che m'asedia,

e disse: «Qua vedrai tua bella donna,

quale è nupta, e te e me lasciommi:

però al pianto rimedia,

l'alma appoggiando a più ferma colonna».

Nulla rispuosi mai, ma sospirava.

Quando per veder stommi,

ecco donne venir, d'amor cantando;

quasi come smarrito lor mirava.

Dïana allor mostrommi

quella gentil, per cui da Amore ho bando,

la qual d'ulivo serto aveva in testa;

Venere l'adornava,

spandendo le dorate e belle chiome;

di rosso e perso a traverso è sua vesta.

D'Amor mi lamentava,

e 'l nome ch'io chiamava allora era: O me!

«Ve' la cervetta», a me Dïana disse,

che ti fu manifesta,

trasformandosi poi in augelletto».

Ahi velenoso dardo che m'aflisse,

vedendo presso a questa

venir di diciotto anni un giovinetto!

Come ella, incoronato era d'ulivo,

via più bel che Narcisse,

grazïoso, benigno, umile in atti.

Allor parlai: «Ben che di lei sia privo,

deh, come ben commisse

Amore a racozzar due così fatti!

Contento uterque di loro si chiama».

Partiti quindi, arrivo

a un palazzo a guisa di fortezza,

perché l'animo mio di veder brama.

Più proprio ch'io non scrivo

parvemi afigurar cotal bellezza:

le mura tutte parean d'arïento,

e scolpita la fama

vi si vedea de' nobili passati;

delle finestre avea mille dugento,

ch'era a ognuna una dama.

Chi potria afigurar lor visi ornati?

Ciascuna avea una gabbia d'avoro

con molto adornamento;

dentro augelli vi son da lor nodriti.

Merlato era quel loco a merli d'oro,

e poi un torniamento

v'era intagliato con gli atti scolpiti.

Sopra la porta vidi esto disegno.

Ancor maggior tesoro

vi scorsi, ché tra' merli eran figure

di cristallo, ed ognun mostrava segno

stormenti aver con loro

sì proprî, che parean vive nature.

Sopra la porta di corallo è un arco;

or come è fatto io vegno

a dir, ch'è sostenuto da due angioli:

negli atti mostra ognuno esser ben carco;

ancor per suo sostegno

dintorno è molti cherubini e arcangioli;

e queste son figure pur di marmi.

Sopra è un fanciullo scarco

di panni; come nacque, così è gnudo;

l'ali ha rosse, e che abbia un arco parmi;

stando diritto al varco,

aperto il tiene con l'aspetto crudo.

«Qui m'aspetta — Dïana disse allora —

ché sola voglio andarmi

a saper se possiamo aver l'entrata».

Con l'altre donne rimasi di fora.

Or chi chiamo aiutarmi

la vita che rimane sconsolata,

veggendosi partir da me mia scorta?

Mentre che sì dimora

la mente mia, ed eccola tornare,

e disse: «Tosto s'aprirà la porta,

perché s'appressa l'ora;

deh, non c'incresca un poco l'aspettare».

Non stemo dell'andar di passi cento

che con la voce scorta

cantare udimo: «Ecce regina nostra.

Quod Silvïana secum est memento».

Perch'io la vista smorta

alzai, e vidi incominciar la giostra

di quelli intagli ch'io avea veduto.

A mirare ero attento

le figure tra' merli che sonavano:

quale aveva arpe e quale avea leuto

ed ogn'altro stormento.

Appresso udia gli augelli, i qua' cantavano,

accordandosi insieme, i be' versetti.

Quasi come smarrito

stavo ascoltando e vedendo tal cose:

con musica vedea tanti diletti

che io chiamava aiuto

alle forze d'Amor meravigliose.

«Volgiti a me — Dïana disse — omai,

e gli occhi innanzi metti:

vedrai per cui questo regno è aperto».

Veder mazzier mi parve innanzi assai,

poi molti giovinetti

che a una divisa ognuno era coperto;

appresso a lor dugento damigelle

sì belle, che giammai

non fùr vedute tal nell'universo.

Tutte stormenti avean queste donzelle,

cantando dolci lai.

Vestite erano tutte a rosso e perso.

Dietro a costoro io vidi poi venire

due donne tanto belle

che mi parean del terzo cielo uscite.

Disse Dïana: «E' si vuol riverire

quest'altre presso a quelle;

mira chi sono e di che son vestite».

Dipinta a fiamme l'una avea la vesta;

questa facea lucire

dove sua bella vista rimirava;

l'altra, che poi io scorsi allato a questa,

mi fé perder l'ardire

di lei mirar, ta' raggi saettava!

Ma pur conobbi poi ch'era mia donna,

che avea corona in testa

di smalti, e sopra avea d'ulivo fronde

con la prescritta fanciullesca gonna.

Poi che quella dea onesta

passata fu, venian donne gioconde,

cantando: «Ista Amore consacrari».

Quale Elena o Ansionna

fùr mai sì belle, quanto io vidi due

venir cantando, e diceano: «Iste amari!»

In mezzo per colonna

un giovinetto avean pien di virtùe.

Come e' fu presso all'arco, el fanciul trasse,

dicendo: «I' vo' che appari

quanto questo mio strale a ciascun pugne».

Parvemi con diletto l'accettasse,

pensando i suoi ripari.

E poi che nel circuìto costui giugne,

dietro di donne allor venìa gran schiera.

Tanto che ognun passasse

stetti a vedere, e poi noi presso a loro

entramo in una corte in tal maniera

che Dïana si trasse

dall'una parte di quel bel lavoro.

Due sedie vidi in mezzo della corte;

nell'una quella spera

sedea, che co' suoi raggi par che allumi;

sedea nell'altra le bellezze scorte

del suo bel viro, onde era

quivi tra lor piacevoli costumi.

E, così stando, oltre Venere fassi;

sopra lor crini ha porte

ghirlande fatte in segno di vittoria.

Allor si mossor due con larghi passi,

e con parole scorte

disson a me: «Via, fuor di nostra gloria!»

Ciaschedun pensi come allor divenni,

perché con gli occhi bassi

subito mi partii con pianto amaro.

Ben che a gran pena ritto mi sostenni,

«Piatà, — gridando — o sassi!

Pianga i dannati con lor fratel caro,

pianga co' meco i monti e' duri scogli,

pianga li amari cenni,

pianga i cespugli e prati e bronchi e sterpi,

piangan le selve e' boschi questi orgogli,

pianga il loco ove venni,

pianga di Libbe le fiere e le serpi,

pianga le fronde, gli alberi, le piante!

Ora, Morte, mi togli!

Caron, deh, porta me tra i spirti nigri!

Pianga co' meco tutte le dee sante,

pianga mia penna e' fogli,

pianga li linci, li apri, l'orsi e' tigri,

pianga li fiumi e ruscelli e le fonti!

Piangete tutte quante

co' meco, o fiere, ed ogni cosa pianga;

piangete con piatà, con pianti pronti,

piangete a Amor davante!

O piatosi, di pianger niun rimanga,

quando me, umil servo, son cacciato!

Amor, perché m'adonti?

Non sai quanto son stato a te leale?

Mia donna hai tolto e me essiliato!

Omè, tu non raconti

il perché tu mi fai cotanto male!»

Dal grave pianto e dal scuro lamento

io ero sì occupato.

che poco men che di vita mancai.

Scampommi Giove da tanto tormento,

ché, tutto fracassato,

chiamando allor mia donna mi destai.