XVIII
Già cominciato avea di più colori
a dipinger il ciel la vaga Aurora,
quando Dameta a depredar gli onori
dei verdi campi spinse il gregge fuora,
e, per far noti in parte i suoi dolori
a quella ninfa che Toscana onora,
sonando sopra un sasso seder volse
e la sua lingua in tai parole sciolse:
— Poiché Clori mi fugge e mi s'asconde
né vuol udire il suon de la mia lira,
datemi orecchie voi, silvestri fronde,
e voi, venti, fra voi posate l'ira,
correte senza strepito, o chiare onde,
e tu, Sol, più quieto il carro gira,
né ti sdegnar con più pietosi accenti,
Eco, di ripigliare i miei lamenti.
O ciel che mi ricuopri col tuo manto,
mentre su questo sasso aspetto il giorno,
ecco converso in duol quel dolce canto
per cui già queste valli risonorno;
ecco che i rivi del mio vivo pianto
fan di più largo onore il Tebro adorno:
dunque a pietà quel duro cuor rivolta
o almen pietoso i miei dolori ascolta.
Come potrò fra queste valli ombrose
sperar più luce, se mi fugge il sole?
come vedrò mai più ligustri e rose,
se ne le guance sue portar le suole?
come potrò con rime sì pietose
placarla, se 'l mio canto udir non vuole,
ma, qual toro superbo, prende a sdegno
il dolce suon del mio ricurvo legno?
Piange dunque Dameta in questi prati,
sempre di ghiaccio pieni e di pruine:
piangete, colli, non di fiori ornati,
ma di tribuli, lappe, urtiche e spine:
piangete meco, armenti, e d'ululati
fate intorno sonar queste colline;
ché, da che Clori s'è da noi partita,
a sempre lacrimar il ciel n'invita.
Qual magro tordo in selve va volando,
passato il tempo de le negre olive,
tal, giorno e notte queste valli errando,
senza Clori, Dameta al mondo vive.
Deh, torna, Clori, il sol teco portando;
vieni a dar luce a queste fosche rive,
quai, per tirarti nel suo inculto seno,
han del tuo nome il ciel tutto ripieno.