XVIII

By Francesco Beccuti

Già cominciato avea di più colori

a dipinger il ciel la vaga Aurora,

quando Dameta a depredar gli onori

dei verdi campi spinse il gregge fuora,

e, per far noti in parte i suoi dolori

a quella ninfa che Toscana onora,

sonando sopra un sasso seder volse

e la sua lingua in tai parole sciolse:

— Poiché Clori mi fugge e mi s'asconde

né vuol udire il suon de la mia lira,

datemi orecchie voi, silvestri fronde,

e voi, venti, fra voi posate l'ira,

correte senza strepito, o chiare onde,

e tu, Sol, più quieto il carro gira,

né ti sdegnar con più pietosi accenti,

Eco, di ripigliare i miei lamenti.

O ciel che mi ricuopri col tuo manto,

mentre su questo sasso aspetto il giorno,

ecco converso in duol quel dolce canto

per cui già queste valli risonorno;

ecco che i rivi del mio vivo pianto

fan di più largo onore il Tebro adorno:

dunque a pietà quel duro cuor rivolta

o almen pietoso i miei dolori ascolta.

Come potrò fra queste valli ombrose

sperar più luce, se mi fugge il sole?

come vedrò mai più ligustri e rose,

se ne le guance sue portar le suole?

come potrò con rime sì pietose

placarla, se 'l mio canto udir non vuole,

ma, qual toro superbo, prende a sdegno

il dolce suon del mio ricurvo legno?

Piange dunque Dameta in questi prati,

sempre di ghiaccio pieni e di pruine:

piangete, colli, non di fiori ornati,

ma di tribuli, lappe, urtiche e spine:

piangete meco, armenti, e d'ululati

fate intorno sonar queste colline;

ché, da che Clori s'è da noi partita,

a sempre lacrimar il ciel n'invita.

Qual magro tordo in selve va volando,

passato il tempo de le negre olive,

tal, giorno e notte queste valli errando,

senza Clori, Dameta al mondo vive.

Deh, torna, Clori, il sol teco portando;

vieni a dar luce a queste fosche rive,

quai, per tirarti nel suo inculto seno,

han del tuo nome il ciel tutto ripieno.