XVIII
Deh! porgete un po’ gli orecchi
a questi miseri vecchi!
Risguardate in quant’affanni
siam tenuti da costoro!
Per passar con piacer gli anni
andavàn seguendo loro,
profferendo assai tesoro:
or ci stiàn come becchi.
Deh! tacete rimbambiti,
vecchi fuor del sentimento!
No’ saziàn nostr’appetiti
d’altro che d’oro e d’argento!
No’ vogliàno altro contento
che trastulli di busecchi.
Ninfe siam dalla foresta
qui venute per ristoro:
la natura ci molesta
di godere il bel tesoro;
gioventù val piú che l’oro:
nell’esemplo ognun si specchi.
Gioventute andiàn laudando,
seguitando suo’ diletti,
e d’amore andiam cercando
di leggiadri giovinetti:
ci sentiamo arder i petti
punte d’amorosi stecchi.
Questi vecchi ombrosi e strani
grinzi, canuti e pilosi,
magri, secchi e drento vani,
non son punto poderosi;
anco son tutti ritrosi,
aridi piú che pennecchi.
Se no’ siàn grinzi e canuti,
siàn distrutti pel cacciare:
in pericoli siàn suti
che ci han fatto lacrimare;
non possiàn piú ritti stare
perché ’l caldo ci ha risecchi.
No’ abbiam premute l’ossa,
però sono i nerbi vizzi:
non c’è gnuno ch’abbi tal possa
che per sé solo si rizzi;
quando noi savam rubizzi
contentammone parecchi.
Contentassi chi volessi,
no’ vogliamo esser pasciute
d’altro che di porri lessi
o di cose ripremute:
chi non gode in gioventute
se ne sturi poi gli orecchi!