XX. ALL'INCOMPARABILE CLIMENE TEUTONICA AUTONIDE SATURNIANO (V. MONTI).

By Vincenzo Monti

Autonide pastor dentro le mute

Di rinchiuso orride tane

All'eccelsa Climene invía salute.

Bramo saper se ben filate e sane,

Donna gentil, da che partii, la Parca

Al subbio tuo vital torce le lane;

Se più di lento umor tumida e carca

Va la tua gamba, o se Esculapio o il caso

Alfin gir fálla d'ogni morbo scarca:

Poscia intender desío se tolto e raso

T'hai dalla mente il più fedel poeta

Che per te lauri al crin cinga in Parnaso.

Guardi il ciel che sì in odio all'indiscreta

Fortuna io vegna, che de' mali miei

Tanto ella possa andar superba e lieta.

Sebben, credilo a me, quando costei

Comincia i figli a perseguir d'Apollo

E la mano lor caccia entro i capei,

Mai così presto non si placa: io sollo;

Chè, dal dì che di Pindo in su l'aprica

Balza presi a portar la cetra al collo,

Sempre avversa mi fu sempre nemica,

E l'eliconio colle da per tutto

Mi cosparse di triboli e d'ortica;

Onde non altro poi ne colsi il frutto,

Che molto pentimento e molti affanni,

Poco di laude e molto di costrutto.

Venne per giunta a crescerne i malanni

Quel tristo di Cupido, e col suo foco

Più d'una volta mi fe caldi i panni.

Ben fu propizio al cominciar: ma poco

Conforto ebbe la fiamma in sen concetta;

Chè un satiro, tu il sai, turbommi il gioco.

Qual sarà il ferro la mazza accétta,

Iniquo satiraccio, che t'accoppi,

E unisca alla comun la mia vendetta?

Ma buon per me ch'ora in amor son zoppi

Li desir nostri, e che per le mie labbia

Non è questo il più amaro dei siloppi.

L'esser dannato alla deserta sabbia

D'una spiaggia, di cui già non cred'io

Ch'altra più scelerata al mondo v'abbia;

Oh questo sì è un supplicio, che, per dio,

Arrabbiar fammi e bestemmiar di core

E il destin maledire acerbo e rio.

Fra Sarmati e Getùli o fra l'orrore

Chiuso io non son di pontiche paludi,

Come Nason maestro esul d'amore;

Ma fra genti però sì sconcie e rudi,

Sì ferine d'aspetto e di costumi,

Sì sgarbi e di talenti così crudi,

Che se ben sopra d'esse aguzzi i lumi,

Tu figlie le dirai d'orsi e leoni

O di ghianda pasciute o d'irti dumi.

Se a parte ognuno a contemplar ti poni,

Di volto liberal puoi due contarne;

Che il resto è un brutto stuol di Lestrigoni.

Le donne poi, chè fede io posso farne,

Han le sembianze sì bizzarre e brutte

E così rancia e ruvida la carne,

Che non v'è rischio che giammai corrutte

Sien le caste mie voglie e ch'io le tocchi,

Se fossi peggio ancor di Ferrautte.

Onde adesso men vo di lingua e d'occhi

Sempre modesto, nè timor mi piglio

Che in me Cupido le sue punte scocchi.

Passo i giorni illibati; e come giglio

La coscienza ho bianca; e se volessi,

Non saprei come porla in iscompiglio.

Lunghe le orazion, devoti e spessi

I digiuni: e così fo che s'emende

Ogni grave peccato ch'io commessi.

Sto sempre in casa; e intando, o che s'imprende

A dir dei salmi o che della Madonna

La coroncina dalle man mi pende.

In somma in battagliar mai non s'assonna

Colla carne col mondo e col demonio,

Che dello spirto uman tanto s'indonna.

E ch'altro deggio io far? Forse l'aonio

Plettro in mano recarmi, e dalle corde

Trarne quindi un gentil carme bistonio?

Le Muse al mio pregar avverse e sorde

Van lungi, chè malarsi hanno paura

Su queste sponde pestilenti e lorde:

Fugge da me l'antico estro, e la pura

Sua luce esporre all'aria ei non s'attenta

Per lo timore che diventi oscura:

La bella in somma poesia paventa

Passar per queste bande, ove l'eterno

Gracidar delle rane il ciel tormenta.

Pensa mo adesso in questo nuovo inferno

Qual dall'inerzia sonnacchiosa or fasse

De' miei spirti febèi crudo governo!

Le fibre in capo si allentaro, e casse

D'estro e di forze immaginose e pronte

Divenner più che mai languenti e lasse.

Il lauro mi si è secco in su la fronte,

E par che amara al labbro mio zampilli

L'onda che versa d'Aganippe il fonte.

La cetra, in pria sì dolce, ora di strilli

Un certo suon mi rende, che all'orecchio

Sembra il fregar di chiodi e di lapilli.

Talchè se in questo stato io più m'invecchio,

Indarno a celebrar gli alti imenei

Del marchese Camillo io m'apparecchio.

Apollo, se al tuo soldo i giorni miei

Giammai con laude io spesi, e se fui degno

Di ber tra colti vati ai fonti ascrèi;

Deh, tu conforta il mio depresso ingegno:

Qual lode acquisterai se in tal periglio

Or mi lasci così senza sostegno?

Già tutta de' poeti è in iscompiglio

La santa schiera, e sul canoro monte

Alla cetra qua e là danno di piglio.

Altri corre del molle Anacreonte

La soave a temprar lira amorosa,

Tutto vezzi dal piè sino alla fronte:

Sul letto nuzial l'idalia rosa

Spargon le Grazie intanto, e Amor con loro

La zona virginal scioglie alla sposa.

Altri versa pindarico tesoro

Di carmi che vestiti alla tebana

Scendon veloci su le corde d'oro:

Ed or dipinge in maestà sovrana

Il Po fuor d'acqua infino ai lombi alzato

Che plaude al gran connubio e l'onde appiana:

Ed or sui vanni rapidi portato

Di molt'aura dircea di là dal sole

Franco si spinge a ragionar col Fato:

Nè arresta il suo cammin, finchè non vole

In grembo all'avvenir e a suo talento

Fuor ne tragga l'eletta inclita prole.

O di poetico estro alto portento!

Ecco all'ascrèo profeta i sacri arcani

Del futuro svelarsi in un momento:

Ecco uscir da quell'ombre i ciamberlani,

I gravi senatori, i marescialli,

Gl'invitti colonnelli, i capitani,

Che al fulminar di sciable e di metalli

Di turco sangue un giorno inonderanno

Le fatali alla Tracia ungare valli.

Quindi nobile mostra di sè fanno

Monsignori e arciveschi e quei che Roma

Vestirà un giorno di purpureo panno,

Onde onor cresca al soglio che si noma

Da lui che a Malco con acciar tagliente

L'orecchia allontanar fe da la chioma.

Fuor d'ogni gorgo poi balzan repente

Le glauche ninfe, e con gentil fragore

Laura e Camillo replicar si sente;

E lui de' cavalier dicono il fiore,

E lei per sangue e dolci atti leggiadri

Primo splendor dell'eridanie nuore:

E a te, Climene, che de' tuoi gran padri

Vinci la fama e la virtù, dan vanto

Della più grande fra l'ausonie madri.

Deh che tardi del ciel la reggia intanto

A noi te invidi, eccelsa anima rara,

Nè sì veloce affretti il nostro pianto.

Lungo tempo qui resta; e di Ferrara

E di me tuo poeta in Elicona

Ai caldi voti ad avvezzarti impara.

Sol per te questa cetra in man mi suona:

E finchè questa penderammi al collo,

Tu avrai di carmi lucida corona,

Se al giusto prego non è sordo Apollo.