XX
Il desio de l'onore in nobil alma
tanto può, signor mio, tanto s'estende,
che, per meritar mirto, o lauro, o palma
ogni aspra impresa e faticosa prende,
e nulla prezza la caduca salma,
nulla, ciò che tra noi luce e risplende,
pur ch'a far cosa degna d'alta gloria,
si possa dare e d'immortal memoria.
Curzio ne die l'essempio, a Roma allora,
che moria tutta la romana gente,
per lo fiato ch'usciva d'ora in ora
de la buca infernal sì puzzolente;
questi, visto che il fin la vita onora,
e fa che l'uomo vive eternamente,
spronato da la sua virtute interna,
si gittò vivo ne la buca inferna.
Questo onor spinse il vostro nobil figlio,
che tien de l'avo il cor, de l'avo il nome,
a non stimar di guerra alcun periglio,
né di gravi travagli acerbe some,
per impedir, chi disfiorare il giglio,
pensossi e far di fiordaligi, come
face l'austro de i fior, quando egli spira,
e sfoga contra i verdi campi l'ira.
Onde, passando l'Alpe, giovanetto
se n'andò in Francia al fortunato Enrico,
a Enrico, a lui per parentado astretto,
e prese l'arme contra il suo nemico,
e segno die ch'egli chiudea nel petto,
de l'Estense valore il pregio antico,
e ch'era a quel gran re sì affezzionato,
che laciava per lui parenti e stato.
E a Mosa veder fe' a Valenziana,
quanto a l'onore avea gli spirti ardenti,
ed a Dinan mostrò virtù sovrana,
e a Mariamburgo, tra l'ostili genti,
e sì d'Ispani la potenza vana
col suo cognato riuscir fe' a Renti,
ch'empì d'alto stupor tutti coloro
che sveller si pensaro i gigli d'oro.
Ed or, col valoroso padre armato,
a servigio d'Italia e del re Franco,
di forti cavalier duce pregiato,
sen viene a far del suo valor prova anco,
per servare al pastor sommo lo stato,
quanto altro cavalier, che fusse unquanco,
e mantener, giunto al suo padre, illesa
l'autorità de la romana chiesa.
Questo onor anco i cavalier sì accese,
signor, di cui vo' ragionarvi adesso,
che se più dura ben de l'altre imprese
fu quella impresa e più a la morte appresso,
a cui ciascun di lor l'animo intese,
nulla stimando il gran periglio espresso,
nondimen fecer quel che intenderete,
s'attento a quel che son per dir, serete.
Di Nefele già nacque e d'Atamante,
Frisso gentile e la bellissima Elle,
che il vanto di bellezza avea, tra quante
furo ne la sua età leggiadre e belle;
morio la madre loro al padre inante,
onde del ciel si dolse e de le stelle
la sorella e il fratel per la lor madre,
ma ebber lor grazia che vivesse il padre.
Ché si pensaro ch'egli sol bastasse
a nutrirgli amendue con vero amore,
ma non credo io che mai l'anno passasse
che d'altra donna gli si accese il core,
e mestiero gli fu che la pigliasse
per moglie, tanto fu l'immenso ardore;
provaro Frisso ed Elle la matrigna,
com'esser soglion l'altre, a lor maligna.
Il giovanetto era su il primo fiore
de la sua etade e di bellezza estrema,
onde per lui di disonesto amore
arde la zia ne l'ardore punto scema,
che tien l'imago sua fissa nel core,
per cui par, ch'il desio van sì la prema,
ché morir per la fiamma, che la rode,
teme, se Frisso, ond'arde, ella non gode.
Il giovane, ch'avea pensier diverso
da quel de la malvagia, non mirava,
se verso lui volgeva gli occhi, o verso
altri e qual gelo al suo foco si stava,
ne la donna crescea il pensier perverso,
quanto egli meno acceso si mostrava,
onde crebbe in tal guisa il suo gran foco
che requie più non ritrovava, o loco.
Ardendo la rea donna, un giorno osserva
che il bel Frisso sol è ne la sua stanza,
e a dir gli manda per una sua serva,
che la sua cortesia le dà baldanza
di chiederlo, perché vuol che la serva
in cosa, ch'ottenerla ha gran fidanza,
e però il prega che sì la compiaccia,
che trasferirsi a lei non gli dispiaccia.
Sen va là Frisso e riverentemente
le si fa incontra e per sua zia la chiama,
ella mal convenirsi al foco ardente
sente tal nome e a quel che desia e brama,
pur, volta avendo al sozzo amor la mente,
non pur di disamar, cerca chi ella ama,
ma supplice con caldi preghi chiede
che Frisso voglia aver di lei mercede.
Resta Frisso a tal voce stupefatto,
non sapendo però dove ella pieghi,
e le dimanda riverente in atto,
per qual cagion gli porga ella ta' preghi;
la donna, dopo avere un sospir tratto:
Quel – disse – i' vo' da te, che se mel nieghi,
vinta da fiera angoscia e da aspra doglia,
si sciorrà l'alma mia da questa spoglia! –
Cingergli il collo cerca con le braccia,
come la sprona un van desire acceso,
acciò che compiacerlo non le spiaccia,
ma da tale atto il giovane è sì offeso,
che sdegnoso da sé la iniqua scaccia,
non che da sue carezze egli sia preso,
ella colpevol cerca che dannato
sia l'innocente, per lo suo peccato.
E ne' capelli postasi la mano,
cominciò a dir, con smisurato grido:
– Datime aita contra l'uom villano,
ch'a me è malvagio ed al suo sangue infido,
Frisso, infiammato di desire insano,
Frisso, ch'io avea, come figliuol, per fido,
lasciata la ragion, si è dato in forza
a l'appettito e cerca farmi forza! –
La matrigna, ciò udendo, di qui prese
l'occasion di movere il marito,
a far vendetta di sì gravi offese
dicendo: – Poi ch'è stato così ardito
Frisso, che de la zia così s'accese,
merta, con grave morte, esser punito,
e se nol fai, gli scuopri aperta via,
di a fin condurre ogni sua voglia ria.
E molto non andrà, ch'anco a tua moglie
il medesmo farà, senza rispetto,
ché chi in preda si dà a lascive voglie,
e si ha per duce l'appetito eletto,
cerca di sazie far tutte le voglie,
privo d'ogni ragion, d'ogni intelletto! –
E tanto fe' che indusse il suo consorte
a Frisso dar non meritata morte.
Frisso, che il tutto intese, per fuggire
de la cruda matrigna il rio furore,
cercò con la sorella sua di gire,
u' non avesse aver di ciò timore,
ma non sapea, come il pensier finire,
ché per lo scampo suo tenea nel core,
temendo ch'Atamante chiusi i passi
non gli abbia poiché altrove indi non passi.
E verso il ciel volti a la madre gli occhi
che Nefele chiamossi disse: – I' prego
te, madre, che pietà di noi ti tocchi,
e di aiutarci or non ne facci nego,
acciò che per pensier lascivi e sciocchi
d'una, di cui sprezzai lo insano prego,
il padre, spinto da la ria matrigna,
non sazi il fier voler de la maligna! –
La madre allora in una nube scese
e Frisso ed Elle nel suo oscuro involse,
e verso Chersonesso il camin prese
e a quell'empio furore ambi lor tolse,
e, conduttigli fuor di quel paese,
fe' che la nube in aere si risolse
e loro offerse un nobil capro adorno
d'oro da i piedi a l'uno e a l'altro corno.
Poscia la madre, con dolente voce,
disse loro: – Fuggite ambidue figli,
fuggite di costei l'ira feroce,
ch'anco qui fuor non sete di perigli,
per levarvi gli dei da caso atroce,
v'offrono il capro, resta, che tu il pigli
Frisso e tu ed Elle sopra vi montiate
e ad Eta in Colchi, per lo mare andiate.
Serete ivi sicuri, ivi la pelle
del monton poscia sacrerete a Giove! –
Sparve ciò detto.Frisso allora ed Elle
su il montone nel mare entraro ed ove
la madre disse s'inviar, per quelle
onde, ch'al lor camino erano nove,
ma Elle cadde nel mar, passando il Ponto,
ed il nome, ch'or ha, die a l'Ellesponto.
Fu il dolor del fratel tanto aspro e duro
che dolente nel mar fu per gittarse,
più non pensando ad alcun ben futuro,
poiché il principio sì infelice apparse,
e Nefele per l'aria il velo oscuro
piena d'angoscia e lagrimosa sparse,
ma confortò pur Frisso anco a solcare
finché giungesse in Colchi ad Eta, il mare.
Ond'egli se n'entrò mesto e dolente
nel mare Eusino ed andò in Colchi ad Eta,
il quale era signore ivi possente
ed il pregò ch'avesse di lui pietà
e gli narrò, come la frodolente
donna, via più d'un aspe immansueta,
vinta da insano amor, voluto avea
piegarlo in tutto a la sua voglia rea.
E che il poter de gli alti dei immortali
gli avevan quel montone inanzi messo
e toltolo a l'insidie capitali,
ch'apparecchiava la matrigna ad esso,
onde, poiché fuggito avea que' mali,
il pregava che star potesse appresso
a lui, securo da quella crudele,
ché sempre gli seria servo fedele.
Eta visto il monton ch'avea menato
Frisso, coperto a ricca pelle d'oro,
certo ebbe che egli fusse a lor mandato
da gli alti dei de lo stellante coro,
e, quantunque crudel fusse egli nato,
visto ch'a lui gli dei secondi foro,
lasciata, per allor, la crudeltade,
di accor Frisso mostrò con gran pietade.
Come quando a terra è fuor di sospetto,
a gli dei rende il voto il galeoto,
così il bel vello, come gli fu detto,
Frisso a Giove sacrò con cor divoto,
pregandol che gli fusse il dono accetto
e cortese accettasse il dato voto.
Eta per moglie poi gli die una figlia
bella, tra l'altre belle, a maraviglia.
Poscia Eta in sorte da l'oracol ebbe
che la sua signoria staria, qual era,
insin che il vello d'oro a tor verrebbe
di paese lontan, gente straniera;
il sospetto del regno in Eta crebbe
e fu la tema sua di tal maniera
che si pensò tener da lui lontano,
qualunque uom fusse di paese strano.
E come suol, signor, chi timor ave
che il suo nemico non gli giunga adosso,
pria che gli venga appresso e che l'aggrave,
la città circondar di muro e fosso,
così Eta, che di strano caso pave,
cinse di muro ben fondato e grosso
il loco, al quale il vello aurato affisso
a Giove avea, con cor divoto, Frisso.
E a la custodia sua mise un serpente,
maggior di quanti mai ne fe' natura,
il quale, a far l'ufficio diligente,
appressar non lasciava a quelle mura
alcun che fusse di straniera gente,
ed a qualunque dava morte dura,
che fusse stato sì presontuoso,
che d'ire appresso al mur fusse stato oso.
E perché tesor tal non era occolto,
spingeva l'avarizia varia gente
a veder se potea forse esser tolto
il vello, a par del sol chiaro lucente,
ond'Eta ne prendeva piacer molto,
però che, come iniquo e frodolente,
ta' lacci aveva teso a chi vi andava,
ché non potea fuggir morte aspra e prava.
E ciò avenia, perch'uopo era due tori,
a chi il vello volea, giungere al giogo,
che da le corna e da le nari fuori
mandavan fiamme di vivace fogo,
e se giungeva lor pieni d'orrori,
vopo era arare al cavaliero un luogo
e seminarvi di un dragone i denti,
onde contra gli usciano armate genti.
Ché tutte si volgean con l'arme in mano
contra il guerrier, che il campo arato avea,
né gli movevan solo assalto strano,
ma il conduceano tosto a morte rea,
e se per virtù, od arte fusse vano
l'incanto (il che giamai non accadea)
dal serpe, il qual non poteva esser vinto,
salvo che da Medea, restava estinto.
Ma non puote fuggir divin decreto
mortal consiglio e ciò, che face, ?
perché non può veder quel che secreto,
in sé Dio tiene, antivedere umano,
quindi è, che tal si crede viver lieto
e da fiero accidente esser lontano,
che vi è vicino ed Eta il mostrò chiaro,
che serpe, o tori a lui nulla giovaro.
Però che l'empio non poté fuggire,
con quanti seppe usare ingegni e studi,
che il vello non venissero a rapire
i Mini, ch'eran specchi di virtudi,
ch'uopo gli fu per le lor man morire,
ed a le stigie andar nere paludi,
tosto che si partì Giason da Iolchi,
e sotto Ercole andò contra Eta in Colchi.
Avea (passati già molti e molti anni)
cacciato il suo fratel fuori del regno
Pelia crudel, tra quanti fur tiranni,
di trista vita e di malvagio ingegno,
poi, temendo di aver dal fratel danni,
per l'ingiuria a lui fatta, ogni suo ingegno,
in guardarsi da lui ponea e da i suoi,
nati al suo tempo, o che nascerian poi.
Mentre teneva il suo fratello in bando,
il qual chiamato fu per nome Esone,
questo crudele, e andava imaginando
di ben fermar la sua giuridizione,
ecco nacque d'Esone un figlio, quando
Pelia n'avea nessuna opinione,
il qual sì forte fu sempre in battaglia
che uguale a lui non fu in tutta Tessaglia.
Celatamente Eson nutrì quel figlio,
temendo che l'uom reo non l'uccidesse,
e questo fe' con sì saggio consiglio
che prima che il crudel Pelia sapesse
che fusse nato e che danno e periglio
gravissimo perciò gli sovrastesse,
egli arrivato era a l'età virile,
cortese e forte e quanto altro gentile.
Temendo Pelia il figlio del fratello
(nominato Giasone) a Febo chiese,
se danno egli temer devea da quello,
di cui sì gravemente il padre offese;
gli disse il ver, ma sotto oscur mantello,
Febo, ch'a lui questa risposta rese:
– Pelia, a temer di colui solo avrai,
che da un pié scalzo a te venir vedrai! –
Non altramente, che nocchiero accorto
cerchi schivar nel mar lo scoglio duro,
per potersi ridur da l'onde in porto,
e star da la tempesta ivi sicuro,
ognun, ch'a lui venir Pelia avea scorto,
mirava attento, per chiarir l'oscuro
oracol, che gli avea Febo preposto,
né ir si lasciava alcuno scalzo accosto.
Avenne intanto, ch'egli fe' un convito
a gli dei sacro e v'invitò i parenti,
tra quali il buon Giason tenne l'invito,
non temendo d'insidie frodolenti,
giunto a l'Anauro il giovanetto ardito
il trovò molto pien, per gli torrenti
da monti scesi, per pioggia improvisa,
onde la via ad ognuno era intercisa.
Così talor cresce Scultenna e Secchia
ed altri fiumi tali in uno instante,
giunto Giasone là vede una vecchia
che gli si fa con pietoso atto inante,
ed il prega, che poiché si apparecchia
voler passare il fiume e andare inante,
voglia su l'umer torla e a l'altra riva
condurla, acciò ch'ir possa, ove ella giva.
Giunon questa era che pregato molto
avea molti altri ed ognun discortese
trovato avea; ma questi, a preghi volto,
mostrò che di natura era cortese,
che su gli umer la tolse, con buon volto,
e per sicuro guado il camin prese,
e oltre il fiume portolla, il che sì grato
le fu, che fu da lei mai sempre amato.
Una scarpa restò a Giason nel fiume,
onde al zio se n'andò scalzo da un piede,
ed egli che mirare avea in costume
chi gli iva inanzi, poiché scalzo il vede
che possa esser costui quegli presume,
che del regno e di lui debba far prede
e di ucciderlo pensa, ma sì teme
il suo valor, che par che tutto treme.
Oltra ch'armato era Giason da ognuno,
e non potea ciò far senza tumulto,
perch'ivi stato non serebbe alcuno,
ch'opposto non si fusse a quello insulto,
i perigliosi casi ad uno, ad uno
va discorrendo, con pensiero occulto,
per ritrovar ne la Tessaglia, o fuora,
qualche stran mostro, onde Giason ne mora.
Gli duol che l'idra sia rimasa spenta,
per man d'Alcide ed il leon Nemeo,
e ch'altra fiera non gli si appresenta,
onde possa compire il desir reo,
e mentre questo duol l'ange e tormenta,
gli torna a mente che Frisso già feo
dono del vello d'oro a Colchi e pensa
quindi saziar la sua crudeltà immensa.
Ché veggendo Giason di gloria vago
e sprezzare ogni cosa appo l'onore,
pensò mandarlo in Colchi, sotto imago,
ché gli portasse singolare amore,
pensando che devesse il fiero drago,
che custodiva il vello a tutte l'ore,
inghiotirlosi vivo, onde chiamollo,
e il baciò in fronte, con le braccia al collo.
E poi gli disse: – D'Atamante nacque
Frisso, che lasciò in Colchi il vello d'oro,
il che mai sempre a me tanto dispiacque,
quanto mi seria caro un gran tesoro,
e de l'Eusino avrei solcate le acque,
senza Borea temer, Zefiro e Coro,
per riaverlo, se l'età e i fastidi
non mi avesser vietato ire a que' lidi.
V'essendo noi del seme d'Atamante,
via più, che dir non so, vergogna grande
mi par pur, che le nostri tali e tante
ricchezze sian tenute in quelle bande,
oltra, che mi vien spesso in sogno inante
il miser Frisso e par che mi addimande
vendetta giusta, de l'ingiusta morte,
che il crudo Eta gli die ne la sua corte.
Tu cui dato han senno e valor le stelle,
ti dei disporre a così bella impresa,
ti serà favorevol nel mar Elle,
la quale ha un Dio marin per moglie presa,
onde ucciso Eta e tolta l'aurea pelle,
ché contra ogni ragion n'avea contesa,
Frisso vendicherai, con l'aver mostro,
ché il pregio e l'onor sei del sangue nostro.
Va dunque, figlio, poiché il ciel ti chiama
ad opre sì onorate e così illustri,
perché tu viva con eterna fama,
secoli non vo' dire anni, né lustri,
(pregio ch'ogn'uomo coraggioso brama)
ma finché il sol co' raggi il mondo illustri,
felice il ciel ti fia, però che il torto
a vendicare andrai di Frisso morto! –
Qual leon che nel bosco muggire oda
toro che da l'armento si sia tolto,
batte su il dur terren la lunga coda,
e sen va contra lui nel bosco folto,
tal Giasone a tal voce (perché loda
indi si pensa avere ed onor molto)
avuto aver vorria l'ali, per gire
in Colchi ad Eta e il vello indi rapire.
E volto a Pelia con allegro viso
disse: – Non fia giamai che tu mi trove
meno, che coraggioso, ancor ch'ucciso
io devessi restare, in far tai prove,
ma perché giunga a fin, Pelia, il tuo aviso
e quel ch'io ti prometto in fatto prove,
fammi por nave in punto, ond'a que' liti
i' possa andar che mi proponi e additi! –
Non con tanta allegrezza, o piacer tanto
discior si vide pregionero afflitto,
da i lacci che il cingeano in ogni canto,
tal che il vital vigor quasi era vitto,
con quanto gaudio Pelia udì e con quanto
piacer dir ciò Giason d'animo invitto,
non che vederlo tal, piacere egli abbia,
ma perché così empir crede la rabbia.
Si taglia a un tratto il pin, la quercia e l'orno
e il fago dodoneo per far la nave,
nave a cui non fu simile ivi intorno,
né ve n'è ancora, in quanto il mondo n'ave,
poiché fu fatto il legno e che fu adorno
d'arbor, di sarte vela, ancora grave,
argo che l'architetto era, nel mare,
poiché spalmata fu, la fece entrare.
Per la Grecia si sparse in un momento
ch'a l'aureo vello iva Giasone al Fasi;
maravigliossi ognun de l'ardimento,
e avuta fu cosa impossibil quasi,
quei c'hanno al ver valor l'animo intento,
da un ver desio d'onore son persuasi
di voler con lui gire a quella parte
e con lui de la gloria essere a parte.
Dive, ch'a fatti de gli illustri eroi
use sete donare eterni onori,
acciò che da l'Occaso a i liti Eoi,
da Borea a l'Austro ognun sempre gli onori
piacciavi, prego, darmi aita; poi
che son per nominar gli alti signori,
ch'andaro a Colchi, per lo vello d'oro,
dite che gli sapete, i nomi loro.
Orfeo che nacque di Calliopea,
a Giason pria d'ognun di Tracia venne,
col suo canto e col suon questi traea
le fiere, i sassi, onde sì ardito venne,
che la moglie, ch'uccisa un serpe avea,
col suon, col canto da Plutone ottenne,
ma il troppo amor di novo gliela tolse
perché indietro a mirarla egli si volse.
Asterion che parturì Cometa,
lungo a la riva del fiume Apidano,
sotto fortunatissimo pianeta,
di Piresia lasciò l'ameno piano,
e con lui Polifemo, a danni d'Eta,
vestì l'usbergo e tolse l'asta in mano
e lasciata Larissa, il camin prese
ratto verso il Tessalico paese.
Da Filace a Giason rivolse il piede
Ificlo, giunto a lui per parentado,
però ch'egli nato era d'Alcimede,
la qual per moglie aver fu a Esone a grado;
Admeto, cui pochi la Grecia vede
pari in ardir, tanto è il valor suo rado,
lasciate Fere, se ne va a Giasone,
per far di sé, con gli altri, paragone.
Eurito ed Echion che già d'Ermete
nacquero e della bella Antianira,
atti a le fraudi in guerra consuete,
vengono col fratel, ch'a onore aspira,
bello di corpo e di fatezze liete,
per cui più d'una giovane sospira,
lui partorì la bellicosa Fzia,
che ceduto a nessun di forza avria.
Lascia Coron la patria sua Cirtone,
forte, ma non a paragon del padre
ch'avendo co' Centauri aspra tenzone,
temer non volse le nemiche squadre,
da Titaresio Mopso in via si pone,
di maniere gratissime e leggiadre,
pien di spirto profetico, ch'a lui
largo avea dato Apollo i doni sui.
Con tosto passo lascia Chetimene
il valoroso e forte Euridamante,
il buon Menezio da Opoente viene,
cui d'ardir non va alcun, di forza inante,
Eurizion, ch'ogni impeto sostiene,
move verso Giason ratto le piante,
né vien men ratto il feroce Euribote,
cui son le insidie de i nemici note.
Oileo dopo costor non molto stette
che per ire a Giason lasciò il suo albergo,
questi se timor gli osti in fuga mette,
sì astutamente gli persegue a tergo,
ch'ad alcuno non giova che s'affrette,
né si celi, qual suol sotto acqua Mergo,
il nobil Canto poi venne da Eubea,
ch'a la patria tornar più non devea.
Ché ne' fati era, ch'egli e Mopso insieme,
Mopso indivin che non previde il fine
giungesser ne la Lidia a l'ore estreme
e restassero in parti pellegrine,
Ifito, e Clizio, con ben certa speme
di far del vello d'or alte rapine,
ed a parte esser di sì gran guadagni,
vennero a ritrovar gli altri compagni.
Figli erano amendue questi d'Eurito,
d'Eurito cui donato aveva l'arco
Apollo, al quale fu tanto gradito,
quanto egli al ben oprar non fu mai parco,
costor seguiro due, che d'infinito
onor seriano ornati, se l'incarco
di avere il fratel lor Foco amazzato,
non avesse il lor bel nome macchiato.
D'Eaco figli furo ambiduo questi,
l'un Peleo detto e l'altro Telamone,
ambi a' nemici lor così molesti,
che miser è chi a questo o a quel s'oppone,
tra quei che son da desio nobil desti
a giovare ad altrui con l'opre buone,
venne da Atene il coraggioso Bute,
per far chiara ad ognun la sua virtute.
Dietro a costor, sen viene il buon Falero,
che parturì ad Alcon ne l'età vecchia,
la moglie, questi sovra ognuno altiero,
inteso che Giason d'ir si apparecchia
al nello d'oro e ad Eta tor l'impero,
non vuol se d'or in or bene egli invecchia,
ch'appresso lui se ne stia il figlio a bada,
ma ch'ad eterno onore usi la spada.
Né Teseo, né Piritoo a Colchi andaro,
perch'erano prigioni ambi a l'inferno,
però ch'entrambi troppo s'arrischiaro
allora, che l'oscuro lago averno
per rapirne Proserpina, passaro,
e far restar Pluton pieno di scherno,
ma si avidero alfin che il voler troppo
mena l'uom spesso a non pensato intoppo.
Dopo costor, si move da Sifea
Tifi, sospinto da la dea Minerva,
alcuno di costui me' non sapea
l'arte del navicar, che il nocchier serva,
qual bona stella e qual sia stella rea,
alcuno di costui me' non osserva,
né i segni de la luna, o quei del sole,
ond'aver certi indizi il nocchier suole.
Flia, dopo costui, vien da Aritira,
da questo altiero e bel desire acceso,
Iolao, Lodoco, ch'a gran gloria aspira,
col lor fratello al vero onore inteso,
vanno a Giasone e ciascun d'essi mira
che sia il dicevol premio ad Eta reso,
per aver data morte indegnamente
a Frisso, al bene oprar cotanto ardente.
Mestier non fu che il valoroso Alcide
spingesse Euristeo a così illustre fatto,
che poscia ch'eroi tanti adunar vide
che ne rimase mezzo stupefatto,
vuole che la virtù e il valor suo il guide
a sì alta compagnia, più d'ognun ratto,
Illa con lui nel bel camin si mette
che 'n custodia avea l'arco e le saette.
Questi un giovane fu d'animo egregio
ch'avea ogni cosa appo l'onore a vile,
onde intendendo il gran valore il pregio
d'Ercol, cui nessuno altro era simile,
avuto ogni piacer vano in dispregio,
come aver deve ogni animo gentile,
venne a trovare il gran figlio di Giove,
per imparar da lui di far gran prove.
Ercol, vista del giovane la mente,
non l'ebbe men che proprio figlio caro,
né mai si diede a far cosa eccellente,
che non gli fusse il giovanetto a paro;
venne dopo costor, Nauplio valente,
tra' figli di Nettun di valor raro,
a cui cortese diede il padre l'arte
di navicare il mar di parte, in parte.
Idmone ancor, che manifesto avesse
per l'arte, che sapea di prevedere
quel che devea avenir, pria ch'occorresse,
che, s'iva, devea morto rimanere,
nondimen di là gir più tosto elesse,
che starsi a casa in ozio ed in piacere,
parendogli, che s'uom, per onor, more,
tutta la vita sua tal morte onore.
Da Sparte venne Castore e Polluce,
ch'a Giove partorì la bella Leda,
d'Arena Lince, di sì acuta luce,
che non è cosa occulta, ch'ei non veda,
il suo caro fratello Ida conduce
a sì onorata e gloriosa preda;
da Pile si partì Periclimeno,
non men saggio di alcun, né forte meno.
Perché a costui Nettuno avea concesso
di ottener ciò ch'egli bramasse in guerra,
Cefeo gli venne e Afidamante appresso
lasciata Tegeca, ch'era lor terra,
Angea, poi ch'ir dal padre gli è concesso,
lo scudo imbraccia e la secure afferra,
che, temendo destin malvagio e pravo
gli aveva nascoso in casa il paterno avo.
Lascia Elide Augea e Polifemo, nato
di Nettun, lascia Tenaro, cui core,
e corso sì leggero il padre ha dato,
che correr può sovra il paterno umore,
senza che resti il pié dal mar bagnato;
dopo costui vien di Mileto fore
Ergino e Angea di Samo e di Pelene
Astero e Anfion pieni di spene.
Figli eran di Nettun ambi e di forza
tal che parean duo fulmini in battaglia,
il sapere alternar di poggia e d'orza,
noto è a lor sì ch'alcun lor non s'agguaglia,
mai non furo costoro al mare in forza,
quando l'onde marine Euro travaglia
che non avean del navicar men l'arte,
che fusser dotti nel mestier di Marte.
Meleagro si vien da Calidona
e gli vien dietro il forte Laoconte,
legger nel corso e pro de la persona,
di viso altiero e di feroce fronte,
avea, come di lui la fama suona,
al ferir, al parar le man sì pronte,
che, tra quanti la gloria a Giason mena,
vinto era sol dal figlio d'Alcumena.
Ificle se ne vien con Palemonio,
ambi da Calidona, quel di Testi
figliuolo e fier come infernal demonio,
e del feroce Lerno è figlio questi,
forte, quanto altro del paese Emonio,
come mostro avea a segni manifesti,
che, se ben sciancato era dal pié manco,
intiero aveva il cor, l'animo franco.
Da Focide partissi Ifito e andossi
a unir con gli altri forti cavalieri,
Calai e Zete insieme si son mossi,
ambi del padre, lor non meno altieri,
infiammò le medolle amore e gli ossi,
a Borea fier tra tutti i venti fieri,
tal che d'Oritia ardendo con lei giacque
ed indi l'un fratello e l'altro nacque.
A la madre del viso e de le chiome
eran simili e al padre lor de l'ali,
però che 'n aria ambi poggiavan, come
vanno gli augelli, a lor nel volo uguali,
l'Arpie da costor due furono dome,
crude a Fineo, come furie infernali,
per opra di costor la Traccia tutta,
libera fu da torma così brutta.
Acasto, che di Pelia era figliuolo,
visti adunati in un tanti signori,
disse tra sé: – Dunque devrò io solo
restarmi qui, devrò sprezzar gli onori,
che mi pon fare andar superbo a volo,
ovunque il mondo il sol lustri e colori?
Questo non fia giamai ch'anch'io gir voglio
in Colchi ad Eta, a torre il ricco spoglio.
Non voglio che d'invidia m'empia udire,
i fatti egregi e le superbe imprese,
che mi verrian quelli signori a dire,
quando fusser tornati al mio paese! –
Così dicendo, statuisse d'ire
là ove il desio d'onor d'andare l'accese,
e così s'accoppiò col suo cugino
per solcar l'Egeo seco e il mar Eusino.
Qual chi per tradimento cerca avere
luoco, ch'ei tenga con gran campo involto,
né potuto abbia mai, col suo potere,
nuocergli in modo alcun poco, né molto,
se 'n quella, ch'egli d'ottenerlo spere,
contra lui vede il tradimento volto
e morta la sua gente, si pentisce,
che di tentar la tradigione ardisce.
Tal Pelia, poscia che vide il figliuolo
disposto col cugin volere andare,
di quel che fatto avea, sentì tal duolo,
vistolo a danno suo tutto tornare,
che gli increbbe tentato avere il dolo,
con cui morte a Giason pensò di dare,
si oppose al figlio per voler ritrarlo,
ma non poté dal suo pensier mutarlo.
Argo, che fabricata avea la nave,
e guarnita di vele, ancore e sarte,
tanto desire anch'ei de la gloria ave,
ch'esser vuol de l'onor con gli altri a parte,
più che stare in quiete ozioso, egli ave
di travagliarsi e di venire a Marte,
e porre ogni sua cura, ogni disegno
in conservar da l'onde il nobil legno.
Gli eroi, signor fur questi, e i semidei
che si uniro, per ire a Colchi insieme,
perché mietesse de' suoi fatti rei
degna messe l'iniquo Eta del seme,
molti di lor nati eran de gli dei,
ond'eran di valor, di forze estreme,
corpi avean di giganti e ognuno quello
esser volea ch'avesse l'aureo vello.
I Mini tutti, d'animo concorde,
vogliono far lor capitano Alcide,
risponde Ercole lor che Giason tor de
officio tal, né aver deono altre guide,
mestier gli è alfin, che con gli altri s'accorde,
e ch'egli tutto il nobile stuol guide,
perché Giasone verso lui si volse
e che duce lor fusse al fine volse.
Cede il forte figliuol d'Anfitrione
al commune voler de lo stuol tutto
e la gente in bell'ordine dispone;
e poiché il numer loro ha in un ridutto,
verso la nave a caminar si pone,
acciò ch'essendo il mar senza alcun flutto
ne la barca entri l'adunata gente,
e solchi il mar tranquillo allegramente.
Qual se ne va tra le celesti squadre
per le strade del ciel lucenti e belle,
Giove di ciò che vive e spira padre,
o quale il sol sen va tra l'altre stelle,
tale tra quelle genti atte e leggiadre,
che parean di virtù vive facelle,
il valoroso Alcide se ne giva
e Giason dopo lui primo veniva.
Giunti che furo al lito, Ercol menare
da l'armento si fece un bianco toro
e fabricato ivi un solenne altare,
da quei che intenti a compiacerlo foro,
disse Ercol: – Se non venga unqua a turbare
Nettuno il regno tuo Borea, né Coro,
questa vittima accogli in olocausto
e danne, al gir, camin tranquillo e fausto! –
E detto ciò, percosse la cervice
del feroce animal col forte tronco;
se ne cadde a quel colpo l'infelice,
e percosse il terren col corno adonco;
gli altri poi, per aver camin felice,
tosto dal busto il capo al toro han tronco;
misero, tratte le intestine, il resto
su il novo altare fabricato a questo.
Il corpo circondò il foco vorace
e consumollo tutto in poco tempo,
or, fatto il sacrificio, ad Ercol piace,
ch'al navicar non s'interponga tempo;
Tifi allor fatto a l'alta impresa audace
veduto al lor camin secondo il tempo,
diede le vele a l'aure e l'onde poi
fer schiumose co i remi i forti eroi.
Nel partir de la nave il vecchio Esone:
"Va – disse – figlio, va felicemente,
poiché il destino tuo questo dispone
a debellar così feroce gente,
e come il dritto, come la ragione
ti mena a opra sì rara e sì eccellente,
così Dio prego che ti dia favore
e a me tornar ti faccia vincitore! –
Lascia intanto Argo il lito Pegasco
onde primieramente ella si sciolse,
e trascorrendo va al duro Tiseo,
a Scepia, a Sciato e da Magnesia volse
il suo preso camino al Melibeo,
e indi a Palene, poi posar si volse
a Lenno Tifi ed ivi furo accolti
da le donne gli eroi, con lieti volti.
Le donne queste fur, che da odio amaro
vinte e da strana e cruda gelosia,
i lor mariti non pur amazzaro,
ma diero a tutti i maschi morte ria,
che ne l'isola allor si ritrovaro;
una vi fu, tra tante inique, pia,
che servò il padre e fu Isifile detta,
bella di corpo e d'animo perfetta.
L'isola reggea allor costei di Lenno,
che giunser gli Argonauti a quella parte,
onde le donne, per suo mezzo, denno
lor grato albergo e poser loro a parte
(tanto avea tolto loro amore il senno)
del regno, come hanno le antiche carte;
posati gli Argonauti, indi partiro,
ed il camin, che preso avean, seguiro.
Lasciata Lenno, se n'andaro a Eletra,
che Samotraccia poi fu nominata,
isola priva d'ogni gente tetra,
ch'era a gli dei far sacrifici usata;
indi passaro a la Sigeia pietra,
per disposizion da' cieli data,
scesero in terra tutti a riposarsi
per voler poscia a navigar tornarsi.
Or mentre lungo al lito sparsi vanno,
ode Ercol voce dolorosa e mesta,
che dava indizio di mortale affanno,
onde ne risonava la foresta;
Ercole, come i cor pietosi fanno,
a quel dur lamentare alza la testa,
e sta ad udir che cosa quella sia,
ch'altrui cagion di sì dolersi dia.
Ode chi dice: – Dunque che governe
noi Giove creder voglio e ch'abbia cura
di noi mortali e de le cose inferne,
senza colpa avend'io pena sì dura?
Pena, di cui poria pietade averne
un orso fier, tant'è fuor di misura!
Oimé che dal mio mal m'è persuaso,
che regga il mondo la fortuna e il caso.
Ma poiché sorte dura è pure intenta
a' miei danni e sol cerca la mia morte,
e me ne debbo rimaner qui spenta,
mi fusse stato almen concesso in sorte,
che l'immenso dolor che mi tormenta,
mi fesse andare a le tartaree porte,
e non restassi preda in queste rupi
a fiera più crudel che tigri, o lupi! –
Mentre che si lamenta in questa guisa,
la misera donzella e attende solo,
per suo men male, di restarne uccisa
da la gran forza de l'immenso duolo,
ed a salute sua nulla divisa,
ecco apparir (come angelo dal polo)
Ercol, ch'al sasso vede esser legata
questa vergine afflitta e sconsolata.
Vista Alcide la mesta virginella
legata di durissima catena,
disse: – Qual fier destin, qual fiera stella,
a così strano fin donna ti mena?
Chi ha mente a la pietà tanto ribella,
che ti abbia posta in così dura pena?
Dilmi, che son per far vendetta cruda,
di chi ti ha avinta a questo sasso nuda! –
Disse ella allor: – Mentre che il ciel si è mostro
secondo al padre mio e non n'ebbe in ira,
paese più felice alcun del nostro
non fu, in quanto il mar bagna ed il sol gira,
ma poi ch'uscì nel mare un fiero mostro,
mostro, cui simile altro occhio non mira,
quanto questa città fu allegra e queta,
tanto mesta divenne ed inquieta.
Però che quello strano empio animale,
a far strazio di noi crudel si diede,
né senno, né valore alcun mortale,
mai gli poté vietar le crude prede;
il re mio padre, ch'era giunto a tale,
da Giove Amone al mal rimedio chiede
e col re loro i cittadin divoti
sacrifici gli fan gli porgon voti.
La risposta che die l'oracol fue,
ch'una vergine dare uopo ogn'anno era
a divorare a la malvagia Lue,
che facea de i troian strage sì fiera,
ricusa ognun di dar le figlie sue
a tranguggiare a sì spietata fiera,
e vuol più tosto che il paese tutto
sia dal mostro crudele arso e distrutto.
Il miser padre mio, che Lomedonte
si chiama, per indur gli altri a far quello
che fa, che tristo ognun si mostra in fronte,
per liberarsi da quel gran flagello,
vuol che tutte le vergini sian conte,
e posti i nomi loro in un vasello,
e quelle, ch'esser deono al mostro date,
a sorte sian fuor del vasel tirate.
Tra gli altri fuvi posto il nome mio,
ed il crudel destin voluto ha, ch'ora
per sorte i' sia condutta a fin sì rio,
e senza alcuna mia colpa mi mora!
Te prego ben, per quello eterno Dio
che inchina il mondo e riverente adora,
che ti tocchi pietà di me meschina,
sì ch'al mostro crudel non sia rapina.
Ché se per te quest'orca non mi strazia,
sì che la vita mia non sia finita,
il padre mio te n'averà tal grazia,
quanta se tu gli dessi un'altra vita,
ed io giamai non mi troverò sazia
di darti il guiderdon di tanta aita! –
Ercole la consola e le dà spene
di uccider l'orca su le salse arene.
Mentre Alcide conforta la donzella,
ecco che sente il mar che mugge e freme,
come suol, s'improvisa e ria procella
l'assaglia in guisa, che Nettun ne treme;
indi vede apparir la bestia fella
e scuoter l'onde sì che il lito geme,
mentre ella cerca di venir disopra,
e par che tutto il mar col petto copra.
Sì tosto ch'ella esce del fondo fore
e si lascia veder su la marina,
rivolge gli occhi suoi pieni d'orrore,
al luoco ove legata è la reina;
trema nel petto alla donzella il core,
ancor che non le sia l'orca vicina,
tal che per forza de la doglia tetra,
par trasformata in insensibil pietra.
E leva gli occhi lagrimosi a Giove,
ché le man non potea, strette da i lacci,
dicendo: – Se mortal prego ti move
fa che questi mi tragga d'esti impacci,
e s'esser ciò non può, perch'io non prove,
sì cruda morte fa che mi s'agghiacci
di vena in vena il sangue e venga sasso
pria, che l'orca mi meni a sì mal passo.
La bestia al lito pur cacciando l'onde
e percottendo il mar con la gran coda,
sì che par ch'ella tutta l'aria inonde,
e Giove insin nel cielo il rumor n'oda,
al loco vicinandosi viene, onde
la misera e infelice donna roda;
si mise in punto il valoroso Alcide,
tosto ch'avicinar la bestia vide.
E quale il cacciatore il porco attende,
su il piede fermo, con lo spiedo in mano,
né teme s'egli ben co' denti frende,
contra di lui rotando il grifo strano,
tal Ercole la mazza a due man prende
e aspetta il mostro e non l'aspetta invano,
perché sì tosto ch'egli aggiunge a riva,
col tronco su la testa Ercol gli arriva.
E sì fiera gli dà botta e sì grave,
che ne potea restar spezzato un scoglio,
ma nulla il colpo il mostro orribil pave,
anzi tutto divien rabbia ed orgoglio,
che la scagliosa scorza sì dura ave,
che non sente dal tronco in mar cordoglio,
e con la bocca aperta in sé raccolta,
lascia la donna e contra Ercol si volta.
Qual ne l'Egitto crocodilo suole
levarsi contra l'uomo, a bocca aperta,
per ingiotirlo e darlo a la sua prole,
a lacerar le membra umane esperta,
tal qui la crudel orca, che si duole
che impedita le sia la preda offerta,
si lancia contra il forte Ercol co' denti,
pensandosi di dargli agri tormenti.
E su il lito si scaglia e su l'arena,
con mezzo il capo la scagliosa fiera,
credendo d'azzannar Ercol, ma piena
la gola le riman d'aria leggera;
a la testa di novo Ercol le mena,
perché al secondo colpo ella ne pera,
ma nulla fa, ch'ella s'aretra e scende
il colpo ne la sabbia e non l'offende.
E battendo la coda, in modo guizza,
che par che il mare in due parti divida,
e un monte d'acqua, piena di gran stizza,
verso Ercol caccia, acciò ch'ella l'uccida;
egli la mole del suo tronco drizza
(come colui, cui gran valore affida)
verso l'onda e la secura e la rispinge,
sì che mal non gli fa, se ben l'attinge.
Ercol che vede la bestia nel mare
e che secur non è volger là il piede,
e che meno si vuol porre a notare,
giacer su il lito un grosso sasso vede;
il prende e col valor che non ha pare,
dar con quel sasso morte a l'orca crede,
onde gliel lancia; ella il piglia e l'annoda,
e contra gliele caccia con la coda.
Con quel furor, che par che palla vole
spinta da la bombarda a la muraglia,
del duro sasso la gravosa mole
contra Ercole la bestia irata scaglia;
lo schiva Alcide e perché veder vuole
vittorioso il fin de la battaglia,
vistala ritornata anco a la spiaggia,
non vuol, che tempo più d'ire al mar aggia.
Le fu vicino ella, ch'è tutta rabbia,
a bocca aperta, con levata testa,
gli si fa incontra, ma mentre ella arrabbia,
vede ei l'occasion ch'ella gli presta
e, fermati ambi i pié sovra la sabbia,
la pietra prende con la mano presta,
che gli lanciò la fiera e ad ambe braccia,
ne la potente bocca gliele caccia.
Tra i denti scese e tra la gola il sasso,
sì che l'orca mandar nol pote fuore,
per fare il mostro Ercol di vita casso;
raddoppia a l'alta impresa il gran valore
l'animal, che si vede a sì mal passo,
pien di rabbia, di sdegno e di furore,
si scuote e fa che l'onda sì alto poggia,
che par, che il ciel tutto si scioglia in pioggia.
E vegendo, che più non può col morso
il nemico azzannar come credea,
ché il sasso l'era entro la bocca scorso,
sì ch'adoprar più i denti non potea,
si die a voler tentare altro soccorso,
e quanto lunga ella la coda avea
la scioglie, per volere Ercol legare
e trarlo dal terren, seco nel mare.
E da l'onde, su il lito ella la stende,
con ben crudele e impetuoso assalto;
Ercol s'aretra e con le man le prende
la coda e trar la vuol tutta de l'alto;
la bestia, che la sua sorte comprende,
cerca fuggir da l'arenoso smalto
e si dibatte e col petto percuote
il mar con mille guizzi e mille ruote.
Ma non le giovan guizzi, né ritorte
per uscir fuor de la robusta mano,
ch'egli la bestia rea tiene sì forte,
che rimaner fa ogni suo sforzo vano;
e tanto al fine usò sé, usò la sorte,
trasse il mostro dal mar tanto lontano
ch'egli poté adoprare il forte legno
e contra lei compire il suo disegno.
Mentre Ercol dava orribili percosse,
su il duro capo alla spietata belva,
da radici il monte Ida si commosse,
e si vide tremar tutta la selva;
né questo pur, ma anco il Sigeo si scosse,
e nel bosco temette ogni gran belva,
e Gargara n'udì il rumore e canto
e il grand'Ilio tremò per ogni canto.
A quel rumore uscì de la cittade
con Lomedonte il troian popol tutto,
e venne al lito, per spedite strade,
temendo un via maggior, che il primo lutto,
ma poiché vider ch'Ercol, per pietade
de la donna, avea il mostro alfin condutto,
tanta ebbero col re tutti letizia,
quanta il lor stata dianzi era mestizia.
Alzaro il nome suo sino a le stelle,
dandogli a poter lor pregi ed onori,
ma tra tutti, le vergini donzelle,
gli reser più d'ognun grazie maggiori,
perché temendo simil caso anch'elle
tremavan lor sempre nel petto i cori,
e parve lor che fusse Alcide un Dio,
che tolto avesse lor da fin sì rio.
Mentre era la virtù d'Ercol lodata,
la donna egli dal sasso aveva sciolto,
e libera l'aveva al padre data,
con cor cortese e con sereno volto;
il re, vista la figlia liberata,
il suo liberator ringraziò molto
e gli die in dono un numer di corsieri,
più di quanti mai furo agili e fieri.
Ercole, gli accettò, ma disse ch'ire
gli bisognava in Colchi ad altra impresa,
e però, che devendosi partire,
volea che gli tenesse a la sua spesa,
perché, sì tolto che potea venire
da l'espedizion ch'egli avea presa,
in Grecia i corsier dati condurrebbe
e grato del piacer si mostrerebbe.
Promise il re di far ciò che voleva
e scarso non gli fu d'ampie proferte;
Ercol, che quel ch'egli dicea, credeva,
il rengraziò de le cortesi offerte,
poscia ir volendo là, ove l'attendeva
la nave, ch'avea già le vele aperte,
avenne quel che dirvi i' m'apparecchio
signor, diman, se mi darete orecchio.