XX

By Pietro Metastasio

Ah quanto, o Clori, alletta

Anche un folle costume! A poco a poco

Cresce, adorna l'inganno,

Si fa natura, ogni riguardo oblia:

Al fin diviene universal follia.

Diè fin dal dì primiero

Giove i sensi a' mortali, e il lor diletto

A' sensi destinò: ma de' suoi doni

Abusaron rubelli; un bel sembiante

Quindi troppo colora

Nelle nostre pupille i vaghi rai,

Ed io lo so per prova, e tu lo sai.

Lieti udiam le Sirene,

E ne addormenta il canto, e pochi Ulissi

Vantan le nostre etadi. Ebbrio vorace

Su le prodighe mense

Si scorda altri di sé. Con man furtiva

Di arguta penna in vece, o pur dell'asta,

Altro talor si tratta: e pur non basta.

Fan rossor queste agnellette

Più di noi sagge, innocenti,

Che contente dell'erbette

Non ricercano di più.

Credi pur, le belve ancora

(Convien dirlo, o Clori, al fine)

Ammaestrano talora,

Ci dan norma di virtù.

Solo fra i sensi contumaci ancora

Quello per cui si odora

Si serbava innocente; un ramo, un fiore,

Un grato arabo fumo

Nudriva i suoi desir. Quando improvviso

Violento deliro

Lo tradì, lo sedusse. Ingordo, insano

Altro volle che odor. Dall'Indo ignoto

Le sue delizie ricercò. Per lui

Cento solcano onuste

Di peregrine fronde

Audaci antenne il vasto sen dell'onde.

Da queste foglie appunto,

All'ombra inaridite

E in lievissima polve indi converse,

Il suo miglior si tragge

Prezioso alimento. A noi l'Ibero

Lo reca, e la cortese

Ispali gli dà nome. Assai diverso,

Benché sembri simìle,

È quel che a prezzo vile (ond'è comune)

Dal Batavo si merca. Altro ne manda

Ancor la Senna di color più fosco,

Quasi in tronchi diviso, e assai conviene

Sovra inciso, qual cribro, aspro metallo

Sudar limando: e come tu sovente

Del già trito frumento

Ne cogli il più bel fior, così di quello

Separarne è costume

Con rado velo il più sottile, e poi

Aspergerlo d'umor. Di questa ognuno

Esca varia gradita,

Pasce l'avida brama: ad ogni istante

Le immonde dita appressa

Alle nari suggendo, e ognor frattanto,

Di lordezze frequenti intriso e incolto,

Ne sazia fin le vesti, e tinge il volto.

Con mano ingiuriosa

Pari oltraggio al sembiante

Fan seguaci le Ninfe

Né san forse perché. Non ti seduca,

Clori, l'esempio. Alla tua man perdona,

Perdona al tuo bel volto: ah! se cominci,

Non ti saprai frenar. Del reo costume

Così trionfa il lusinghiero incanto,

Che a voi fu pria delitto e adesso è vanto.

Vuoi mirar quanto l'eccesso

Va superbo e quanto inganna?

Fa scordar fin dal tuo sesso

La tiranna vanità.

Chi non cede al suo potere,

Se voi pur vinte cedete,

Che altra cura non avete

Che far pompa di beltà?

Né tutto io dissi. In brevi vasi aurati,

Talor di gemme intesti, il raro è chiuso

Eletto nutrimento. In mille guise

Varian quelli sembianza,

E sostanza e colore,

Dell'uso al variar. Di terso limo

Altri l'Albi ne appresta

Candido ad arte e pinto, e seco all'opra

Or gareggia il Sebeto, e al par dell'oro

Val l'industre, ma fragile lavoro.

Udisti, o Clori? E pure a tanti insieme

Affollati trasporti

Non mancano difese. Oh quanto udrai

Di questa polve necessaria amica

Le lodi celebrar! Dal capo oppresso,

Vantano che sprigiona

Irritando e discioglie

Il pigro umor: che del respiro alterno

Alle stupide nari

Rende l'offesa libertà: che giova

Alle gravi pupille:

Che conforta a vegliar: che dolce inganna

Il lungo studio ed il sudor: che è seme

Di novelle amistà. Di questi effetti

Che dir poss'io? So ben che per felice

Lunghissima stagion pria visse il mondo,

Senza questo piacer, salvo e giocondo.

Or se tanto procace,

Clori, è quel senso e altero

Che fu pria sì tranquillo,

Ah quanto andran più gli altri sensi erranti,

Che furon sempre in male oprar costanti!

Al gel se il rivo inonda,

Lento agli estivi ardori,

Deh fuggi al verno il fiume

Che abbonda ognor d'umori

Col gregge per pietà.

Prende del cor l'impero

Ogni leggier desio,

È prima un picciol rio,

Torrente poi si fa.