XX
Ah quanto, o Clori, alletta
Anche un folle costume! A poco a poco
Cresce, adorna l'inganno,
Si fa natura, ogni riguardo oblia:
Al fin diviene universal follia.
Diè fin dal dì primiero
Giove i sensi a' mortali, e il lor diletto
A' sensi destinò: ma de' suoi doni
Abusaron rubelli; un bel sembiante
Quindi troppo colora
Nelle nostre pupille i vaghi rai,
Ed io lo so per prova, e tu lo sai.
Lieti udiam le Sirene,
E ne addormenta il canto, e pochi Ulissi
Vantan le nostre etadi. Ebbrio vorace
Su le prodighe mense
Si scorda altri di sé. Con man furtiva
Di arguta penna in vece, o pur dell'asta,
Altro talor si tratta: e pur non basta.
Fan rossor queste agnellette
Più di noi sagge, innocenti,
Che contente dell'erbette
Non ricercano di più.
Credi pur, le belve ancora
(Convien dirlo, o Clori, al fine)
Ammaestrano talora,
Ci dan norma di virtù.
Solo fra i sensi contumaci ancora
Quello per cui si odora
Si serbava innocente; un ramo, un fiore,
Un grato arabo fumo
Nudriva i suoi desir. Quando improvviso
Violento deliro
Lo tradì, lo sedusse. Ingordo, insano
Altro volle che odor. Dall'Indo ignoto
Le sue delizie ricercò. Per lui
Cento solcano onuste
Di peregrine fronde
Audaci antenne il vasto sen dell'onde.
Da queste foglie appunto,
All'ombra inaridite
E in lievissima polve indi converse,
Il suo miglior si tragge
Prezioso alimento. A noi l'Ibero
Lo reca, e la cortese
Ispali gli dà nome. Assai diverso,
Benché sembri simìle,
È quel che a prezzo vile (ond'è comune)
Dal Batavo si merca. Altro ne manda
Ancor la Senna di color più fosco,
Quasi in tronchi diviso, e assai conviene
Sovra inciso, qual cribro, aspro metallo
Sudar limando: e come tu sovente
Del già trito frumento
Ne cogli il più bel fior, così di quello
Separarne è costume
Con rado velo il più sottile, e poi
Aspergerlo d'umor. Di questa ognuno
Esca varia gradita,
Pasce l'avida brama: ad ogni istante
Le immonde dita appressa
Alle nari suggendo, e ognor frattanto,
Di lordezze frequenti intriso e incolto,
Ne sazia fin le vesti, e tinge il volto.
Con mano ingiuriosa
Pari oltraggio al sembiante
Fan seguaci le Ninfe
Né san forse perché. Non ti seduca,
Clori, l'esempio. Alla tua man perdona,
Perdona al tuo bel volto: ah! se cominci,
Non ti saprai frenar. Del reo costume
Così trionfa il lusinghiero incanto,
Che a voi fu pria delitto e adesso è vanto.
Vuoi mirar quanto l'eccesso
Va superbo e quanto inganna?
Fa scordar fin dal tuo sesso
La tiranna vanità.
Chi non cede al suo potere,
Se voi pur vinte cedete,
Che altra cura non avete
Che far pompa di beltà?
Né tutto io dissi. In brevi vasi aurati,
Talor di gemme intesti, il raro è chiuso
Eletto nutrimento. In mille guise
Varian quelli sembianza,
E sostanza e colore,
Dell'uso al variar. Di terso limo
Altri l'Albi ne appresta
Candido ad arte e pinto, e seco all'opra
Or gareggia il Sebeto, e al par dell'oro
Val l'industre, ma fragile lavoro.
Udisti, o Clori? E pure a tanti insieme
Affollati trasporti
Non mancano difese. Oh quanto udrai
Di questa polve necessaria amica
Le lodi celebrar! Dal capo oppresso,
Vantano che sprigiona
Irritando e discioglie
Il pigro umor: che del respiro alterno
Alle stupide nari
Rende l'offesa libertà: che giova
Alle gravi pupille:
Che conforta a vegliar: che dolce inganna
Il lungo studio ed il sudor: che è seme
Di novelle amistà. Di questi effetti
Che dir poss'io? So ben che per felice
Lunghissima stagion pria visse il mondo,
Senza questo piacer, salvo e giocondo.
Or se tanto procace,
Clori, è quel senso e altero
Che fu pria sì tranquillo,
Ah quanto andran più gli altri sensi erranti,
Che furon sempre in male oprar costanti!
Al gel se il rivo inonda,
Lento agli estivi ardori,
Deh fuggi al verno il fiume
Che abbonda ognor d'umori
Col gregge per pietà.
Prende del cor l'impero
Ogni leggier desio,
È prima un picciol rio,
Torrente poi si fa.