XX

By Veronica Franco

Questa quella Veronica vi scrive,

che per voi, non qual già. libera e franca,

or d'infelice amor soggetta vive;

per voi rivolta da via dritta a manca,

uom ingrato, crudel, misera corre

dove 'l duol cresce e la speranza manca.

Con tutto questo non si sa disciôrre

dal vostro amor, né può, né desia,

e del suo mal la medicina aborre;

disposta o di trovar mente in voi pia,

o, del servirvi nell'acerba impresa,

giunger a morte intempestiva e ria.

èenza temer pericolo od offesa,

a la pioggia, al sereno, a l'aria oscura

vengo, da l'alma Citerea difesa,

per veder e toccar almen le mura

del traviato lontan vostro albergo,

per disperazion fatta sicura.

Per strada errando, gli occhi ai balconi ergo

de la camera vostra; e fuor del petto

sospiri e pianto d'ambo i lumi aspergo.

Di buio ciel sotto povero tetto,

de la sorte mi lagno empia e rubella,

e del mio mal, ch'a voi porge diletto.

senza veder con cui dolermi stella,

ne le tenebre fisi i lumi tengo,

che fùr duci d'Amor ne la via fella;

e, poi ch'al terren vostro uscio pervengo,

porgo i miei preghi a l'ostinate porte,

né di basciar il limitar m'astengo.

— Deh siatemi in amor benigne scorte;

apritemi 'l sentier del mio ben chiuso,

del notturno mio error per uso accorte.

Di letal sonno e tu, custode, infuso,

desto al latrar de' tuoi vigili cani,

non far il prego mio vano e deluso:

deh, pietoso ad aprirmi usa le mani,

così i ceppi servili aspri dal piede

del continuo ti stian sciolti e lontani! —

Ma ch'è quel, che da me, lassa, si chiede?

— Vattene in pace — il portinaio dice, —

ché le notti il signor qui non risiede;

ma, del suo amor a far lieta e felice

un'altra donna, con lei dorme e giace,

e tu invan qui ti consumi, infelice.

Vattene, sconsolata; e, s'aver pace

non puoi, pur con saldo animo sopporta

quel ch'al destino irrevocabil piace. —

Talor, per gran pietà di me, la porta

geme in suon roco, come quando è mossa,

nei cardini, a serrarsi o aprir, distorta;

ed io, quindi col piè debil rimossa,

ne le braccia di tal, che m'accompagna,

del viver cado poco men che scossa.

Il suo pianto dal mio non discompagna

quel mio fedel, ch'è meco, e d'un tenore

meco del mio martìr grida e si lagna.

Dure disagguaglianze in aspro amore,

poi ch'a chi m'odia corro dietro, e fuggo

da chi de l'amor mio languisce e more!

E così ad un me stessa ed altrui struggo,

e 'l sangue de le mie e l'altrui vene

col mio grave dolor consumo e suggo:

benché da l'altro canto le mie pene

forse consolan altra donna, e 'l pianto

con piacer del mio amante al cor perviene.

Ma chi puote esser mai spietato tanto,

che s'allegri, se pur non può dolersi,

lacero il sen vedermi in ogni canto?

Lassa, la notte e 'l dì far prose e versi

non cesso in varia forma, in vario stile,

sempre a un oggetto coi pensier conversi;

e s'ha quest'opre il mio signor a vile,

men mal è assai, che se 'n mia onta e in strazio

leggerle con colei ha preso stile.

Per me lieto non è di tempo spazio,

e di quel, dond'a me si niega il gusto,

altra si stanca, e fa 'l suo desir sazio.

Quant'è per me difficultoso, angusto

quel ch'ad altri è camin facile e piano !

Colpa d'Amor iniquitoso, ingiusto.

Ma da la crudeltà se 'l gir lontano

ad uom nobil s'aspetta veramente,

e l'aver facil alma in petto umano;

se, quanto altri è più chiaro e più splendente

per natura, per sangue e per fortuna,

chi l'ama ridamar deve egualmente;

voi 'n cui 'l ciel tutte le sue grazie aduna,

dovete aver pietà di me, che v'amo

sì che 'n questo non trovo eguale alcuna.

E, quanto più ne' miei sospir vi chiamo,

d'esser udita (a dir il vero) io merto,

e quanto più con voi conversar bramo.

Non è d'ingegno indizio oscuro e incerto,

c'ha gusto de le cose più eccellenti,

conoscer e stimar il vostro merto.

Deh sentite pietà de' miei tormenti,

se de le tigri non sète del sangue,

e se non vi nudrOr l'idre e i serpenti.

Ne la mia faccia pallida ed essangue

fede acquistate de la pena cruda,

onde 'l mio cor innamorato langue.

Né anch'io d'orsa, che 'n cieco antro si chiuda,

nacqui; né l'erbe stesa mi nudrOro,

come vil bestia, in su la terra ignuda;

ma tai del mio buon seme effetti uscOro,

ch'alcun non ha da recarsi ad oltraggio,

se del suo amor io lagrimo e sospiro.

Ciò dir basti parlando con uom saggio,

ché far con voi per questa strada acquisto

nel mio pensiero intenzion non aggio;

ma del mio stato ingiurioso e tristo

cerco indurvi a pietà con le preghiere,

e di sospir col largo pianto misto.

Ch'al segno de le doti vostre altiere

alcun raro in me pregio non arrive,

questo ogni ragion porta, ogni dovere;

ma quel, che dentro 'l petto Amor mi scrive

con lettre d'oro di sua man, leggete,

se 'l mio merto ha con voi radici vive.

L'obligo de l'amante vederete,

d'esser grato a l'amor simile al mio,

se con occhio sottil v'attenderete.

Ma né con questo voglio acquistarvi io:

solo a l'alta pietà del mio martìre

farvi per cortesia benigno e pio.

Il mio continuo e misero languire,

l'amorose querele, ond'io vi prego,

vi faccian del mio duol pietà sentire:

gran forza suol aver di donna prego

negli animi gentil, ch'ancor non ame;

ed io, d'amor accesa, a voi mi piego.

Prima che 'l duol di me si sazi e sbrame,

e mi riduca in cenere quest'ossa,

date ristoro a le mie ardenti brame;

porgete alcun rimedio a la percossa,

che d'aspra angoscia versa un largo fonte,

e mi spolpa, e mi snerva, e mi disossa;

scemate il grave innaccessibil monte

di quei, ch'amando voi, sostengo affanni,

con voglie in tutti i casi a soffrir pronte;

movetevi a pietà de' miei verdi anni,

onde, da la virtù vostra sospinta,

cado d'Amor nei volontari inganni.

Ed a morir per voi sono anco accinta,

se d'utile e d'onor esser vi puote

che per voi resti la mia vita estinta.

Grato suono a l'orecchie mie percuote,

che non sosterrà un uom sì valoroso,

d'effetto far le mie speranze vuote.

Da l'aspetto sì dolce ed amoroso

non debbo sospettar di morte o pena,

né d'altro incontro a me grave e noioso.

Ma chi, fuor d'uso, a ben sperar mi mena?

Lassa, e pur so che sorge 'l nembo e nasce

sovente in mezzo a l'aria più serena;

e così sotto un bel volto si pasce

spesso un cor empio degli altrui martìri,

qual che tra fior vedersi angue non lasce.

Ma, se 'n voi non han forza i miei sospiri,

a la nobiltà vostra, a la virtute

volgete con giudicio i lenti giri.

Non debbo disperar di mia salute,

s'ai costumi gentil vostri ho rispetto,

ed a le mie profonde aspre ferute;

ma poi di quel, che m'incontra, l'effetto

di tormento maggior, di maggior doglia

mi dà certezza ognor, non pur sospetto:

benché d'umil trionfo indegna spoglia

fia la mia vita, se, per troppo amarvi,

dal vostro orgoglio avien che mi si toglia.

Ma, s'al mio mal non puote altro piegarvi,

l'esser io tutta vostra mi conceda

ch'io possa almeno in tanto duol pregarvi:

forse fia che l'orecchie e 'l cor vi fieda

il mio cordoglio, assai minore espresso

di quel ch'al ver perfetto si richieda.

Tanto a me di vigor non è concesso,

ch'esprimer di quel colpo il dolor vaglia,

ch'io porto ne le mie viscere impresso:

in dir sì com'Amor empio m'assaglia,

sì come oscura la mia vita ei renda,

lo stil debile a l'opra non s'agguaglia.

Da voi 'l mio mal nel mio amor si comprenda,

ch'è tanto quanto amabile voi sète;

e pia la vostra man ver' me si stenda:

quella, in aiuto, man non mi si viete,

che 'l nodo seppe ordire al duro laccio

de la gravosa mia tenace rete;

e 'l volto, onde qual neve al sol mi sfaccio,

che m'invaghìo di sua bella figura,

soccorra a quel dolor, ch'amando taccio.

D'alta virtù la divina fattura,

che 'n voi s'annida come in dolce stanza,

il cui splendor m'accende oltra misura,

l'animo di piegarvi abbia possanza

sì che in tanto penar mi concediate

alcun sostegno di gentil speranza.

Non dico che di me v'innamoriate,

né che, com'io per voi son tutta fiamma,

d'un amor cambievole m'amiate:

del vostro foco ben picciola dramma

ristorar può quell'incendio crudele,

che, s'io cerco ammorzarlo, e più m'infiamma.

Amor, s'ho con voi merto, vi rivele;

e le parti, c'ho in me di voi non degne,

agli occhi vostri dolce offuschi e cele,

sì che, prima ch'a morte amando io vegne,

quella mercé da voi mi si conceda,

che sgombri 'l pianto ond'ho le luci pregne.

Lassa, che s'un nemico a l'altro chieda

al suo bisogno aiuto, ei gli vien dato,

ché la virtù convien che gli odii ecceda;

ed io creder devrò ch'aspro ed ingrato

esser mi debba il mio signor diletto,

perch'ei sia forse d'altra innamorato?

Oimè! che, d'altra standosi nel letto,

me lascia raffreddar sola e scontenta,

colma d'affanni e piena di dispetto:

altra ei fa del suo amor lieta e contenta,

e del mio mal con lei fors'ancor ride,

che vanagloriosa ne diventa.

Quanto per me si lagrima e si stride,

dolce concento è de le lore orecchie,

da cui 'l mio amor negletto si deride.

Così convien che sempre m'apparecchie

a soffrir nuovi di fortuna colpi,

e che 'n novello strazio alfin m'invecchie.

Né però avien che del mio affanno incolpi

chi più devrei; ned in mercé mi valse,

quanto in ciò più credei, che più 'l discolpi.

Oimè, che troppo duro Amor m'assalse,

poi che, per farmi di miseria essempio,

m'insidia ancor con sue speranze false.

Da un canto il certo mio danno contempio;

e, perché 'l duol più nuoccia meno atteso,

di speme al van desio conforme m'empio.

Non fosse almen da voi medesmo offeso

l'affetto uman del gentil vostro seno,

ne l'essermi il soccorso, oimè, conteso.

D'ogni mia avversità mi duol via meno,

che di veder ch'a voi s'ascriva il fallo

di quanto in amar voi languisco e peno.

Ben sapete, crudel, che 'l mondo udrallo,

e con mia dolce ed amara vendetta

d'ogn'intorno la fama porterallo.

Né così vola fuor d'arco saetta,

com'al mio essempio mosse fuggiranno

d'amarvi a gara l'altre donne in fretta;

e, quanto del mio mal pietate avranno,

tanto, dal vostro orgoglio empio a schivarsi,

caute a l'esperienzia mia saranno.

Oh che pregiata e nobil virtù, farsi

anco amar in paese sconosciuto,

col benigno e pietoso altrui mostrarsi!

e quante volte è in tal caso avenuto

che de' meriti altrui senz'altro il grido

d'uom ignoto ave 'l cor arder potuto!

Ond'io, che di mie doti non mi fido,

pensando che voi sète uom degno e chiaro,

da me la speme in tutto non divido;

anzi, nel colmo del mio stato amaro

lusingando me stessa, attender voglio

al mio dolor da voi schermo e riparo,

poi che di grand'onor il mio cordoglio

esser vi può, se pronto a sovenirmi

sarete, mentre a voi di voi mi doglio:

se non, vedrete misera morirmi.