XXI

By Giambattista Giraldi Cinzio

Tra quanti son tra noi vizii, tra quante

cose che degne sian di nota grave,

nulla ve n'ha, che por si possa inante,

a chi ingrat'è del beneficio ch'ave,

e de' più savi è opinion constante,

che quegli uomo non sia, cui l'alma aggrave

peccato degno sì d'opprobrio eterno,

ma in corpo umano un spirito d'inferno.

Perché l'ingratitudine non pure

offende l'uom che il beneficio face,

ma Dio, con le celesti creature,

che lor più ciò d'ogn'altro vizio, spiace,

colui che tra l'angeliche nature,

venne contra il fattor sì iniquo e audace,

che nel ciel gli si oppose, mostrò chiaro

che non va alcun peccato a questo a paro.

O essecrabil più d'ogn'altro vizio,

tolto da Belzebu ne' laghi stigi,

poscia che non ti può ritrarre offizio

per modo alcun da' tuoi primi vestigi,

va a sostener di te degno supplizio,

tra l'ombre nere e tra gli spirti bigi,

e mena teco a le tartaree corti

quei ch'a le strade tue son da te scorti.

Tal che restin tra noi quei che son retti,

dal tuo contrario e rendon degne grazie,

con voci almen, se non pon con gli effetti,

a chi di far lor ben mai non si sazie,

sian noverati questi tra gli eletti,

che son lontan da tutte le disgrazie,

moiansi quegli ed a l'eterno danno

vadano, come andò il troian tiranno.

Signor, se vi ricorda, i' vi dissi ieri

che Lomedonte (vista la sua figlia

libera) dati avea alquanti corsieri

ad Ercol, forti ed atti a maraviglia,

e ch'Ercol volend'ir co' suoi guerrieri

in Colchi, indi lontano a molte miglia,

avea lasciati que' destrieri appresso

il re, che di servargli avea promesso.

Erano que' cavalli a l'empio grati,

perché, per lo rapito Ganimede,

il sommo Giove gliele avea mandati,

in ricompensa de l'amate prede,

onde a chi i troian dianzi avea servati

da l'orca, il rio pensò mancar di fede,

stimando più i corsier, che l'esser grato

a chi gli avea sì alto soccorso dato.

Dal carro i suoi cavalli avea già sciolto

il sole e lor ne l'ocean lavava

dal sudor, che contratto avean dal molto

correr nel ciel, mentre la luce dava,

e il drapello de l'ore, insieme accolto,

a l'erbe molli a pascer gli menava,

perché, preso, pascendosi, ristoro,

tornasser poscia al lor primo lavoro.

Quinci il perfido re ad Alcide volto

disse: – Poiché la notte ha il velo oscuro

sparso per l'aria e il solar lume ha tolto,

vo' che meco ti stia quivi sicuro,

finché ci mostri la bell'alba il volto,

e meni il sol nel cielo, il lume puro,

ché ti potrebbe qualche danno dare

il navicar di notte in quello mare! –

Tifi e i compagni tutti fur contenti

di star con Alcide ivi insino al giorno,

sì perché sospettavano de i venti,

sì perché sempre mai cortesi forno;

or, mentre a varie cose erano intenti,

tendeva loro occulte insidie intorno

Lomedonte, perché ne la sua corte,

avesser tutti con Alcide morte.

Perfido di natura era costui,

onde infedel non men, non meno ingrato

ad Ercole esser vuol ne' tetti sui,

che fusse stato a dei, ch'edificato

gli aveano intorno ad Ilio il muro e lui,

sovra ogn'altro signore, assicurato,

che 'n vece di merce, con rie parole

ingiuria fe' a Nettuno, ingiuria al sole.

Quindi poscia del mar quell'orca uscio,

che facea de i troian strazio crudele,

perché mosso a disdegno il marin Dio

vendetta volse far de l'infedele,

sì che pagasse con la figlia il fio,

né preghi gli giovasser, né querele,

e s'Ercol non giungeva a liberarla,

mortale alcun più non potea salvarla.

La ricompensa di tal beneficio,

che pagar non potea con tutto il regno,

fu che, sott'ombra di donargli ospizio,

avea a la morte sua volto l'ingegno,

ed il menava a certo precipizio,

se non gli venia rotto il reo disegno,

ma lince, ch'era di veder sì acuto,

ch'oltra il globo terrestre avria veduto.

Ne la rocca reale apprestar vide

a Lomedonte molta gente armata

e Esion, che stata era da Alcide

dal marin mostro dianzi liberata,

pregare il padre, (poscia che s'avide

che contra Ercol di mente era sì ingrata)

che s'alcun premio non gli volea dare,

non volesse di ucciderlo cercare.

Diceva la mestissima donzella:

– Deh, padre mio, non vi mettete a questa

impresa (perdonatemi) sì fella,

certo ch'a questo empio desir vi desta,

e se la mente vostra vi rappella

ad opra tanto rea, tanto inonesta,

date a me morte e lui padre lasciate,

contra cui questa torma apparecchiate.

Oimé, che cruda, o che spietata cosa,

è che vogliate torre a quel la vita,

c'ha me levata da l'impetuosa

orca, da cui sarei stata ingiottita!

E sendo or lieta, ove era lagrimosa

tutta la corte vostra, per l'aita,

che data m'ha nel dur caso l'uom forte,

lui vogliate condurre ora a la morte?

Padre, creder non voglio mai che Giove

cosa sostener possa iniqua tanto,

e visto avete, a manifeste prove,

(il che pensar non so senza gran pianto)

qual sia l'ira d'un Dio, quando si move

contra uomo, che gli faccia offesa e quanto

sia il castigo, ch'adosso a color viene

che col mal cercan compensare il bene! –

Il medesmo diceva Priamo ancora,

e con ogni poter cercava il padre

trar di pensier sì abominevol fuora,

e fargli disarmar le armate squadre,

ma Lomedonte, che non vedea l'ora,

che quelle genti sue, malvagie e ladre,

seguitassero il lor costume vecchio,

non dava al figlio, né a la figlia orecchio.

Ma, qual pin, che radici abbia profonde

tanto, quanto i suoi rami inalza a l'aria,

che s'Euro e Borea ben truba e confonde

le foglie e i rami con maniera varia,

nulla si move, così non risponde

a' figli il padre, né il desir suo varia,

ma più che pria superbo e via più altiero,

fermo si sta nel suo primo pensiero.

Pur seguì Priamo: – Padre è molto meglio

perder la vita e perder seco il regno,

ch'esser d'ingratitudine a ognun speglio,

e a danno di chi giova usar l'ingegno,

e voi, che sete omai canuto e veglio,

veder devreste, quanto è di un re indegno,

mancar di fe' senza cui nulla vale

stato, impero, tesor, forza mortale! –

Ma il re malvagio, cui fatt'avea cieco

il vizio, che nel core aveva impresso

disse: – Figliuolo, in questo non son teco,

anzi tengo esser te in errore espresso,

e certo i' son che tu seresti meco,

quando in sede real tu fussi messo,

la fe' fligliuol, che i re per pegno danno,

non si deve servar, s'è lor di danno.

Lince, che visto avea quel che pensava

Lomedone, che fusse in casa ascoso,

manifestò ad Alcide questa prava

opra che facea il re, tanto orgoglioso,

ond'Ercol, presa in man la forte clava,

chiamato l'altro stuol suo valoroso,

si mise in punto, per farlo pentire

di avere avuto di assalirlo ardire.

Ed andato a la rocca, ove era chiuso

il traditor con la sua mala gente,

con quel molto valor, col quale era uso

ogni loco assalir, forte e possente

si die assalirla; il re restò confuso,

visto che palese era la sua mente,

ma non per questo si smarrì, anzi presa

l'asta, co' suoi si mise a la difesa.

Come veggonsi andare in schiera i tordi

ad assalire un bel ginebro carco

di frutti, per saziar lor desii ingordi,

e nessuno al mangiar mostrarsi parco,

così quei d'Ercol, d'animo concordi,

chi armato d'asta e chi di valid'arco,

mandando spaventose voci in alto,

andaro a dare al re infedele assalto.

Da la torre, il re dar face a le trombe,

segno al popolo suo di prender l'arme,

ma ancor che il suon per tutto Ilio rimbombe,

non si vede un uom pur, che per lui s'arme,

ché Pallade non vuol ch'archi, né frombe

il popol prenda, al bellicoso carme,

anzi tenne i troian, con modi occolti,

nel sonno profondissimo sepolti.

Tal, che la pugna andò tra quelli solo,

che ne la rocca armati eran col rege,

i quali poco più fur de lo stuolo,

ch'Ercole avea di quelle genti egrege,

or quinci e quindi veggonsi ire a volo

sassi, dardi, saette e par che sprege,

tanto si mostra valorosa e ardita

e questa gente e quella la sua vita.

Qual tigre, che i figliuoli ha ne la tana

e vede il cacciator venirgli a torre,

per l'amor, per lo duol, per l'ira insana,

a difender la tana si va a porre,

tal perché sia tutta l'industria vana,

ch'usa Ercol qui, per superar la torre,

Lomedonte fa ciò che si può fare,

per non lasciare i suoi nemici entrare.

Fa ch'i suoi, con grand'animo e gran core,

stan su le mura a la difesa intenti,

né por si lascian punto di timore,

ma tutti a gara mostransi valenti,

e s'alcuno di lor ben se ne more,

altri vi vanno invece de gli spenti,

perché quei che si sono a salir mossi,

vadano a capo in giù tutti ne' fossi.

Ercol fa tanto che da mano destra,

cader del muro fa a terra una gran sponda,

la qual face a l'entrare ampia finestra,

a i greci, in cui senno e valore abonda,

e de' nemici fan quel che fa alpestra

fiera piena di rabbia e furibonda,

de i cavrioli e de le damme imbelli,

o quel ch'aquila fa de gli altri augelli.

Come il gelato Strimona lasciando,

congiunte se ne vanno al Nilo insieme

le gru, per l'aria, in ordine poggiando,

finché il lor stuol di vento alcun ne teme,

ma se Borea, col fiato il ciel turbando,

la schiera loro impetuoso preme,

in disordine van con vari giri,

né par che questa più quell'altra miri.

Così veduta la ruina grande,

che vien dal gran figliuol d'Anfitrione,

in fuga vanno per tutte le bande,

l'esterrefatte subito persone,

poco giova ch'accenni il re, o comande,

o che con altra via le genti sprone,

o che le trombe sonino a raccolta,

ch'alcun di lor, né suon, né voce ascolta.

Come si veggon l'api un mormorio

mandar per l'aria mormorando fuori,

se con paglia, o con altro un fumo rio

fanno intorno a le lor case i pastori,

e al fin, lasciare il lor nido natio,

piene di angoscie gravi e di dolori,

così gemendo quei, per non morire,

ogni lor speme poser nel fuggire.

Ma come cani, bene avezzi in caccia,

quando damme escon fuor del verde piano,

lor vanno inanzi e seguono la traccia,

e fan che tentan di fuggire invano,

il greco stuol così i troiani caccia,

or da la destra, or da la manca mano,

e sì gli preme e sì gli incalza e strugge

che i lor brandi affilati alcun non fugge.

Qual secca selva strugge, in poco d'ora,

ardente fiamma, se l'aita il vento,

sì che spazio non han di uscirne fuora

le fiere e provan l'ultimo tormento,

tal, di quella ria gente fero allora

i greci pieni d'ira e d'ardimento,

braccia mandando a terra e gambe e teste,

perch'uno di color vivo non reste.

Vistosi Lomedonte restar solo,

avria voluto aver creduto al figlio,

non sa che far contra il possente stuolo,

che la sua gente ha messa in gran scompiglio,

voluto avria poter levarsi a volo,

per uscir fuor di quel mortal periglio,

che vede certo, che cader bisogna,

e la vita lasciar con gran vergogna.

Ma non stette il crudel gran tempo in forse,

che gli andò contra il figlio d'Alcumena

ed a la chioma quella man gli porse,

ch'i mostri ed i tiranni a morte mena,

e l'aggirò cotante volte e torse,

che non pur polso fe' mancargli e lena,

ma gli torceo, come ad un pollo, il collo,

tal che il miser ne die l'ultimo crollo.

Prima di tutti era ito Telamone

contra il re fier, ne la nemica rocca,

però Ercol presa per mano Esione

disse: – A te sol questa donzella tocca! –

Poscia, rivolto verso il buon Giasone,

gli disse allegro e con ridente bocca:

– Fate del resto voi ciò che vi pare,

in mano vostra il tutto, i' vo' lasciare! –

Ma né Giason, né alcun de gli altri volse

di cosa alcuna, a suo voler, disporre,

né Ercol fuor de la rocca nulla tolse,

ancor che il tutto egli potesse torre

e Priamo, ch'umilmente a lui si volse,

volle in loco del padre in sede porre,

sapendo certo, ch'egli avea ripreso

il consiglio, ch'aveva il padre preso.

Già cominciava l'amorosa stella

mostrarsi in oriente ed uscir fora

de l'umido ocean, più che mai bella,

co' crini d'oro la vermiglia aurora,

e veniva cacciando la sorella

il sol, che il ciel col vivo raggio indora,

quando, lasciata Troia, i forti Mini

in nave entraro e andaro a' lor camini.

E navicando per entrar nel Ponto

lasciaro da man manca Chersonesso,

ed a solcar si dieder l'Ellesponto,

al qual, per Elle, fu tal nome messo;

sendo de' Mini ognuno a vogar pronto,

e sendo a uscir de l'Ellesponto appresso,

vider mostrarsi fuor de l'onde presta,

Elle bella e ver lor voltar la testa.

E dice allegra: – Andate, o felici alme,

ove la gloria, ove l'onor vi guida,

ad acquistarvi sempiterne palme,

e dar morte al crudele Eta omicida!

Questo sol bramo e sol di questo calme,

poiché questa spietata anima infida,

per adimpire il suo fiero desio,

a torto morte diede al fratel mio.

Andate, dico, che vi fian propici

tutti i numi del mare ed io con loro

non mancherò di tutti quegli offici,

che grati sempre a' naviganti foro,

perch'io vi vegga ritornar felici,

morto il crudel, col ricco vello d'oro! –

E questo detto, si attuffò ne l'acque

e se n'andò al suo Dio, a cui sola piacque.

Accettò il buono augurio ogni guerriero,

e rese grazie a la cortese dea,

poi se n'entraro a lo stretto sentiero,

che Sesto a un lato e a l'altro Abido avea,

e con corso prontissimo e leggero,

percote trappassassaro e Pitica,

e ambedue l'Atti e giunsero a Cizico

ch'accolse lor con cor cortese e amico.

Stettero ivi la notte e all'orizonte

mostratasi l'amica di Titone,

e da la stella, ond'ebbe Giunon l'onte,

fatto il suo giro nel settentrione,

tutti i notturni augelli in selva, o 'n monte

tornavano a la lor cieca magione,

e s'udia Progne e Filomena intorno,

salutar col lor canto il novo giorno.

Quando i Mini, tornati al lor camino,

spuntato avendo a pena l'Ellesponto,

vider Giganti su il lito vicino,

che sei braccia e sei mani (e il vero conto)

aveano e ognun di loro era assassino,

e a fare ingiuria a viandanti pronto,

che insieme s'eran ridutti a la foce,

per morte dare a gli Argonauti atroce.

Ciò visto, il monte Dindimo Ercol salse

e teso contra i malandrini l'arco,

a saettargli, lungo l'onde salse,

negitoso non fu, punto ne' parco,

aver sei mani a que' crudi non valse,

perché moriro, come fiera al varco,

che il cacciatore a l'improviso accoglia,

e con l'acuto stral vita le toglia.

Onde il lito ne fu coperto tutto

e parean quercie ivi distese e pini,

a terra spinti da l'ondoso flutto,

i corpi di que' fieri malandrini,

a la semente uguale ebbero il frutto,

e chiaro fer, che pena il ciel destini

al male oprare e che quanto più tarda

la pena, poi vien tanto più gagliarda.

Avea costor con propria man Giunone

con molto studio e gran cura nodriti,

perché i dì del figliuol d'Anfitrione,

fussero, per la lor forza finiti,

ma invano a la virtù invidia s'oppone,

ch'a Giove i virtuosi son graditi,

e, d'ogni virtù essendo Ercole specchio,

Giunon fatto avea invan questo apparecchio.

Morti i malvagi e fatto il mar sicuro,

furono al lor camino i Mini intenti,

e, sendo il ciel sereno e l'aer puro,

de la nave spiegar le vele a i venti

poi ch'a la minor Misia appresso furo,

più che mai sendo al navicare ardenti,

si ruppe il remo a Alcide, onde smontare

bisognò e un altro remo apparecchiare.

Vogliono alcuni, che con lui qui scenda

il suo caro Ila e mentre Ercole sfronda

un ramo per lo remo, un'urna prenda

il giovane e si vada a una chiara onda,

e d'esso ivi una ninfa sì s'accenda,

che, come forsennata e furibonda,

per godersi di lui, che sì le piacque,

per mano il pigli e il tragga a sé ne l'acque.

Ed Ercol sia sì intento a cercar lui,

che il bel preso camin gli esca di mente,

e non ritorni più a' compagni sui,

tal che senza lui vada l'altra gente,

e perché mai di tal parer non fui,

né credibil mi par ch'uom sì prudente

lasciar devesse così illustre impresa,

benché gran duol gli avesse l'alma accesa.

Di quegli i' vo' seguir l'opinione,

che il fanno andar, come aveduto duce,

al vello d'oro in Colchi con Giasone,

e la compagnia là tutta conduce,

e il fatto, con tal ordine dispone

ch'a casa vincitor gli altri conduce,

e non rimane in Misia, ove si lagne,

sì ch'Ila il lito suone e le campagne.

Ne l'andar da la Misia al Posideo

si fece il ciel via più che pece nero,

e pioggia tale e grandine caddeo,

che rimase smarrito ogni guerriero

e Borea il mar così turbato feo,

il fe' mandare al ciel l'onde sì altiero,

che il legno, che solcava l'acque salse,

come avesse le penne, in aria salse.

E cadde poi sino a le basse arene

tal che toccò del mar l'ultimo fondo,

e da le nubi, di densa acqua piene,

fulgur venian da impaurire il mondo

e nulla vi era di salute spene,

tanto il flutto primier vincea il secondo,

né con forza potea, né con ingegno,

Tifi a sicur camin voltare il legno.

Non giovava alternar di poggia, od orza,

né reggere il temon, né calar vele,

con tal furore e con sì estrema forza

spingea il turbato mar l'onda crudele,

ond'al fine lasciare il legno in forza

al vento bisognò crudo e infedele,

ch'a i Bebrici lo spinse, dove amico

avea la stanza, a gli ospiti nemico.

Un gigante questi era di statura

sì grande, che parea un sassoso scoglio,

od una torre affissa ad alte mura,

(ch'ad altra cosa comparar nol voglio)

forza avea e crudeltà fuor di misura,

era tutto superbia e tutto orgoglio,

e solo allor godeva l'inumano,

quando in terra spargeva il sangue umano.

Qual in Sicilia i fier Ciclopi vanno

a cercar per le piagge e per l'arene

uomini a Polifemo e gliele danno,

perché del sangue lor s'empia le vene,

tal molti ivi ha costui, ch'a forza, o a inganno,

ognun ch'al lito, per reo caso, viene,

conducono al crudele, ei con supplici

a Nettun padre suo fa sacrifici.

Il malvagio assasin, poscia che scorse

i Mini giunti al mar sicuro lido,

subito a lor con la sua torma corse,

qual falcone ad augel, ch'esca del nido,

e contra loro in tai parole scorse:

– Di voi ciascuno a la battaglia sfido

e se di me vi ritrovo men forti,

avete ad uno ad un rimaner morti! –

E duo paia portar fece di Cesti,

di cui non furo unqua i maggiori addutti

e disse: – La battaglia ho a far con questi,

che n'han le centenaia alfin condutti! –

I forti Mini, a la battaglia presti,

scesero da la nave al lito tutti,

e ognun di lor voleva esser colui,

che prima avesse a debellar costui.

Alcide, ch'era a gli Argonauti duce,

per impor modo a la contesa loro,

il suo con gli altri nomi in un riduce

in un urna, onde poscia estratti foro;

fu il primo, che di loro uscì Polluce,

onde ne restò mesto tutto il coro,

veggendo lui prima d'ognuno estratto

che ben sapean, ch'ei compirebbe il fatto.

E ben fu ver che fe' cader quell'empio,

come alno cade, da radice inciso,

e a gli altri suoi poteva essere essempio,

poi ch'essendo sì altier, restò conquiso;

ma i miser del re lor visto lo scempio,

volendo far vendetta de l'ucciso,

verso Polluce andaro altieri e crudi,

chi con le mazze e chi co i brandi nudi.

Ercole allor, messi i compagni in punto,

al furor di costor tosto si oppose,

Itomenea fu il primo da lui giunto,

e morto a un colpo solo in terra il pose,

e Mimanta, per sangue a lui congiunto,

ucciso fu da Castore e si oppose

Giasone a Orede e gli partì la faccia

ed Areto cader fe' senza braccia.

E 'n breve, ognun de gli Argonauti insieme

seguendo del fort'Ercole il costume,

quegli inalza, quegli urta e quelli preme,

onde sen vanno tutti al Leteo fiume,

il sol gito era già a le parti estreme

de la Spagna, per dare ad altri il lume,

onde più inanzi i Mini non passaro,

ma insino al novo dì ivi si posaro.

E dal balcon del lucido oriente

mostratasi nel ciel la bella aurora,

le vele a i venti die la nobil gente,

per ir del periglioso Bosfor fora,

e lor successe ciò felicemente,

perché quel giorno giunsero, a grand'ora,

a la foce, onde si entra poscia in Ponto

lasciando il Bosfor dietro a l'Ellesponto.

Al lito de la Traccia si fermaro

e scesero ivi a ristorarsi alquanto,

ma non molto oltre i buon guerrieri andaro,

ch'udiro un duro e lagrimoso pianto;

gli orecchi tutti a quella voce alzaro,

e dieronsi ad andar ratti a quel canto,

onde la flebil voce udian venire,

sol per saper che volea questo dire.

E vider due tra molte genti armate,

d'assai gentile ed onorato aspetto,

che nudi dietro avean le man legate,

e lor dietro era un uom vile e negletto,

che con verghe lor dava, oltra le date,

percosse crude e pieno di dispetto,

dicea: – Vivi devete esser sepolti,

e a modo tal di questa vita tolti! –

E i miseri diceano ad alta voce:

– Com'esser può che Giove mai consenta

che la crudel, ch'a gran torto ci nuoce,

resti del suo desio lieta e contenta,

e, con morte sì acerba e così atroce,

debbia restar la nostra vita spenta?

Giove, se con giusto occhio il tutto miri,

abbi pietà de' nostri aspri martiri.

E fa, che sovra lei la pena cada,

ch'apparecchia ella a noi, con sì gran torto,

provi de la giustizia tua la spada,

pria, che sia l'uno e l'altro di noi morto! –

Non restava però la ria masnada

di condurre i dolenti;quando scorto

onde veniva il pianto, udito dianzi,

co' compagni si fece Ercole inanzi.

Ed a i giovani andò sì tristi e lassi

e chiese la cagion del lor martire;

essi, con gli occhi lagrimosi e bassi,

disser che dannati erano a morire,

dal re lor padre che 'n arbitrio dassi

d'Idea matrigna loro e a le sue ire,

e ch'egli sol, per compiacerle, avea

lor dannati a sì sozza morte e rea.

E ch'era oltra di questo la lor madre,

ch'al re Fineo legitima era moglie,

destinata a prigion noiose ed adre,

per saziar pur d'Idea le crude voglie,

e che né buon marito, né buon padre,

era costui, poi che 'n continue doglie

tenea la moglie e lor mandava a morte,

perché tenesse Idea sola la corte.

E detto ciò porgono ad Ercol preghi,

che se pietà può in lui, quel ch'ella deve,

in animo gentil, dar lor non neghi

aita in caso sì crudele e greve;

Ercol non soffre, che molto lui preghi

né l'un, né l'altro, ma veloce e lieve,

va, per levargli da que' duri impacci

e scioglier lor le man, strette da i lacci.

Né nave da tempesta travagliata,

vede sì lieta la bramata riva,

né la libertà sua terra assediata,

che non abbia più cibo, ond'ella viva,

né pioggia lungamente desiata

erbetta, che d'umor sia quasi priva,

come allor l'uno e l'altro fratel vide

lieto al soccorso suo venire Alcide.

Quel che duce era a la malvagia gente,

ad alta voce fulminando grida:

– Qual pazzia ti conturba sì la mente,

o qual temerità tanto ti affida?

Ché tu voglia slegar sì audacemente,

come, che tutti noi scherna e derida,

questi prigion, che il re n'ha consignati,

perché a la morte sian da noi menati?

Levati or da l'impresa, se la vita

cara ti tieni e mentre cerchi dare

a costor duo non meritata aita,

non ti voler la morte procacciare!

Non ti creder ch'io voglia che schernita

sia la mia schiera e ch'io voglia tornare

al mio re, ch'io non abbia fine dato

a quel che di costoro egli ha ordinato! –

Ercol allora a questo reo s'accosta,

e con guardo terribile e fier viso,

fa col tronco al ladron degna risposta

e il fa cadere, al primo colpo, ucciso;

morto lui, ciascuno altro si discosta,

che colpi ta' non paion lor da riso,

e senza bassar asta, o nudar brando,

fugge ognun, quanto può più, caminando.

Qual, poscia che veduto hanno i polcini

il nibio uno di lor aver squarciato,

temendo ch'a lor anco non declini,

si fuggono qua e là per ogni lato,

tal fece allor lo stuol de' malandrini,

veggendo il capitan loro atterrato:

beati quei che primi a fuggir furo

ed ebber tempo d'irsene in sicuro.

Ché grandine non fe' mai de le biade,

quando dal ciel impetuosa scende,

ruina tal, qual fan per quelle strade

i Mini, ovunque alcun di lor si stende,

ch'a noia tale hanno la crudeltade,

e il mal oprar sì loro il core offende,

che si tengon di fare un sacrificio,

a dare a' rei degno di lor supplicio.

Andar que' che fuggir prima a Fineo

(che così il re di Tracia era nomato

che per voler saziare un desir reo,

d'Idea, a morte i figliuoli avea dannato)

gli dissero il gran danno, ch'Ercol feo,

ne lo stuolo, che il crudo avea mandato,

a dare ad ambi i suoi figliuoli morte,

spinto da la matrigna a lui consorte.

Ciò inteso, andò co' suoi pien di disdegno

là, ove il suo capitan vide giacere

e disse tra sé: – Dunque nel mio regno

deve un uomo stranier tanto potere?

In queste parti più dunque non regno! –

Poi, giunto a i Mini, a la battaglia chere,

chi liberò i prigion con forte mano

e die morte a i soldati e al capitano.

Ercole allor: – Son quell'io – disse – il quale

tolti ho i tuoi figli da la morte indigna

e dico che da te fu fatto male,

quando, per compiacere a una maligna,

dannasti i tuoi figliuoli a fine tale,

e serbasti la loro empia matrigna,

che più degn'era d'esser da te spenta,

ché morti i figli tuoi, viver contenta.

Allor Fineo stringe la spada e corre

adosso ad Ercol, per gittarlo a terra;

Alcide fermo, qual ben salda torre,

contra il nemico il forte tronco afferra,

e ratto vassi al mortal colpo a opporre,

onde ne nasce una spietata guerra,

che tutti quei di Tracia a i Mini andaro,

e l'arme contra lor fieri abbassaro.

Fer, come fan naturalmente i Traci,

che spinti dal furor solo e da l'ira

nemici de gli accordi e de le paci,

vanno a lo sdegno, u' l'impeto gli tira,

poco ingegnosi, ma superbi e audaci,

con forte man movon la spada d'ira,

ma se con ingegno un, con ardimento,

loro si oppon, può contrastar con cento.

I Mini, benché in numer fusser meno

de i Traci, avevan nondimeno il core

di tal virtù, di tal prudenza pieno,

che 'n senno gli avanzavano, e 'n valore,

e speravano far rosso il terreno

del sangue loro in poco spazio d'ore,

onde tutti fermatisi e fatto alto,

sostenner fortemente il loro assalto.

Perche 'n un loco s'erano ridutti,

u' potean pochi contrastar con molti

e però, ancor che gli assalisser tutti,

que' Traci, che ver loro erano volti,

molti ne furo a rio fine condutti,

e molti ebber feriti i petti e i volti,

e fu Giason e ognun di lor sì accorto,

che d'essi alcun non fu ferito, o morto.

Ercole tosto fin die a la battaglia

che prese con Fineo, perché il divise

col suo tronco tra l'anche e l'anguinaglia

ed in duo pezzi morto a terra il mise;

poscia, per aiutar quei di Tessaglia,

dal busto il capo al re crudele recise,

e il mostrò a quei di Traccia; essi, ciò visto,

tutti restar con cor dolente e tristo.

Qual ne la selva suol cornuto armento

starsi stordito e non ardir d'alzare

la testa, se quel toro vede spento

da fier leone, che il solea guidare,

tal color, quasi senza sentimento,

visto il teschio del re, si vider stare,

ond'Ercol disse loro: – Or vano parme,

che per Fineo vogliate più usar l'arme.

Poi ch'egli giace e che il suo mal consiglio

avuto quel fin ha, ch'aver devea,

avendo a morte l'uno e l'altro figlio

dato il crudel, per sodisfare a Idea;

però, con vera fede, i' vi consiglio,

che discacciate la matrigna rea

e vi pigliate questi figli egregi,

di commune voler, per vostri regi! –

E lor mostrò, ciò detto, i giovanetti,

ch'erano degni d'ogni grande impero,

aggiunsero essi ancor cortesi detti

a quei d'Alcide e disser tanto e fero,

che mitigaro gli adirati petti,

sì che l'impero lor di Traccia diero,

e Idea scacciaro e da la prigione atra

trassero la benigna Cleopatra.

Ch'era madre a que' due figli gentili

e più che fusse mai reina mite,

la madre rese ed ambi i figli umili

al lor liberator grazie infinite;

indi poi si partiro i cori arditi

per andare a le parti statuite

e volsero Argo a le Cianee pietre,

ond'ebber molti già morti aspre e tetre.

Sapete che sassose isole in mare

furono queste ch'ora eran vicine,

ora lontane si vedeano andare

e far strada a le navi pellegrine,

poi sì tosto veniansi ad incontrare

che giungean quelle navi a tristo fine,

ch'eran, per sorte rea, tra lor condutte,

ché rotte rimaneano ivi e distrutte.

Là giunti i Mini sentono il rumore,

che fan le mobili isole ne l'onde

e che si movon con sì gran furore

che fan, che il mar tutto quel lito inonde;

Ercole, in cui non pote mai timore,

conforta Tifi e Tifi non risponde,

ma pensoso tra sé sta, come passi,

il grave incontro di que' duri sassi.

Ed ecco, mentre questo pensier l'ange,

vede l'isole unirsi e l'onde alzarsi,

con quel rumore ch'una nube frange

l'altra se per lo ciel vanno a incontrarsi,

e sì tosto ch'un sasso l'altro tange,

gir si veggono al ciel baleni sparsi,

non altramente che se Giove tuoni,

ed i rei di terrore empia ed i buoni.

Attende il buon nocchier che si dislunghi

l'uno da l'altro sasso e spinge poscia

il legno e i Mini, con lor remi lunghi

s'affrettan per uscir di tanta angoscia;

la dea Minerva, perché più s'allunghi

l'un sasso e l'altro, tien l'asta a la coscia,

e spinge or questo ed or quel sasso duro

tal che n'ha camin Tifi ampio e sicuro.

La nave il periglioso loco varca,

tal Pallade le dà con l'asta aita

perch'ebbe sempre in protezion la barca,

dal dì che di Tessaglia fe' partita;

dunque la gente, di tal tema scarca,

passò Reba e Malena ch'infinita

acqua conduce, mentre al mar discende

e largo il suo tributo a Nettun rende.

Andaro in Paflagonia a i Mariandini,

ove furo dal buon Lico raccolti,

con viso lieto, poiché i malandrini

de i Bebrici di vita aveano tolti,

e assicurati tutti que' confini,

ove danni co' suoi Lico avea molti,

qui uscì di vita il coraggioso Idmone,

con gran dolor d'Alcide e di Giasone.

E Tifi, qui sciolto dal velo frale,

poggiando al cielo andò a la par sua stella,

Tifi, cui non fu pari uomo mortale,

per regger nave in calma, od in procella,

duol non cred'io ch'avesse a questo uguale

Ercole il forte e seco insieme quella

nobile compagnia che s'era data

al suo governo e a lui solo affidata.

Qual i figliuoli intorno al morto padre

si veggon mesti e con dolenti grida

accompagnar la dolorosa madre,

che l'aria di lamenti empie e di strida,

dicendo: "Il ciel crudel, le Parche ladre,

poiché lor tolta han la lor cara guida!"

Tal furo i Mini intorno a Tifi visti,

starsi, quanto patia il lor grado, tristi.

Ad Angea poscia fu data la cura

del nobil legno ed egli in guisa il resse,

che i Mini fur sicur da ogni paura,

né si pentir ch'egli il governo avesse,

scacciata aveva già la notte oscura

la chiara aurora, prima ch'Angea desse

le vele a i venti, ma sì tosto come

sparse il sol per lo ciel l'aurate chiome.

Zefiro avendo al suo camin secondo,

entrò nel mar passando Galicoro,

fiume che se ne viene al mar profondo,

u' fatti a Bacco sacrifici foro,

giro indi a gli Eritin con cor giocondo

vento a crobialo, a Cromma ed a Citoro,

poscia a Carambo, a Egialo, a l'Ali, a l'Iri,

che scende al mar con turbulenti giri.

Vide scender schiumoso il Termodonte

Ercol nel mare e gli sovenne avere

fatto abbassare ivi l'altiera fronte,

col suo valore, a l'amazonee schiere,

sì che lor non giovar le mani pronte,

né l'esser più di tutte l'altre fiere

si dolse ben, che il valoroso e franco

Teseo con lui non fusse a quest'opra anco.

Intanto il dì fuggì, venne la notte,

che menò in giro il suo stellato carro,

e navicando giunsero a le grotte,

onde traggono i Calibi l'acciarro;

ivi sentiro le pesanti botte

che ciascun di color forte e bizzarro

davan su duri incudi, mentre a Marte,

lance e spade facean con la loro arte.

Tal ne la Carfignana, ove il dragone

scorre ed il dolo, s'odono gli incudi

a ogni tempo sonare, a ogni stagione,

de' colpi de' martelli asperi e crudi,

poiché il ferro tolt'han fuor del carbone

i fabri forti, affumicati e nudi,

mentre fanno arme nove al signor mio,

come i Ciclopi, i fulmini al gran Dio.

Lasciaro il lito del Geniteo Giove

e se ne vener ratti al Tibareno,

ove son genti di maniere nove,

che si mettono i nati figli al seno,

poiché le donne han partorito ed ove

noi le donne curian, né più né meno

nel letto quegli effeminati stansi,

e qual fusser di parto, curar fansi.

Indi poco lontana un'isoletta

era di Mosineci, a cui sospinti

furo i figli di Frisso, che 'n gran fretta

Colchi fuggir, per non restare estinti,

poiché Frisso lor padre con l'accetta

da Eta fu occiso, onde dal timor vinti

per gire in Grecia, s'eran messi in via,

ma là gli spinse la tempesta ria.

Costor, vista Argo, con le greche insegne,

veggon che il cielo al lor disegno arride

vanno ad Ercole e il pregan, che non sdegne

torgli fuor del timor che gli conquide;

Ercol gli accoglie ed essi l'opre indegne

gli narran del loro avo e come ancide

gli uomini il traditore e si offron d'ire

con loro, a fare il re crudel morire.

Tolti costoro, a l'isola passaro

a la qual nome già diede Filira,

passar molti altri lochi ed arrivaro

ove il Fasi a l'Eusin l'onde sue gira,

dal Caucaso indi udiro un pianto amaro,

con voce piena di disdegno e d'ira,

che dicea: – Oimé perché, oimé, per giovare

in eterno martir mi convien stare! –

A quella voce il valoroso Alcide

con le saette e l'arco uscì di nave,

e legato su il monte a un sasso vide

Prometeo, che patia pena aspra e grave,

cu' un'aquila feroce il cor divide

e notte e giorno, fin ch'egli cor ave,

e roso ch'egli ha il core, il cor rinasce

e d'esso il fiero augello anco ne pasce.

La cagion del tormento Ercol gli chiede

ed egli dice, lagrimando: – Io fui

quel misero, infelice uomo, che diede

la divina alma a tutti quanti vui

ed ove io n'attendeva tal mercede,

qual data fusse unqua a buon'opra altrui,

fui da Mercurio qui miser legato,

e a la pena che vedi, condenato.

Però ti prego ben, se ponno i preghi

quel che deono potere in caso tale

che o da queste catene aspre mi sleghi,

o scioglia l'alma mia dal suo mortale,

o vero, ch'a dar morte ora ti pieghi

a questo insaziabile animale,

che il misero mio cor dì e notte rode,

e de l'acerba mia pena si gode! –

Ercole allor, da la gran pietà vinto,

con le saette uccise il fiero augello,

che rodea il core a l'uom, ch'ivi era avinto,

con strano e miserabile flagello;

or poiché fu il crudele augello estinto,

senza adoprar tenaglia, né martello,

le catene con man dal sasso tolse

e il buon Prometeo da la pena sciolse.

Il qual gli disse, sciolto da quel lutto:

– Ché formò l'uom nel cominciar del mondo,

e che per farlo a Dio simile in tutto,

al ciel rapito fu, di tondo, in tondo,

da Pallade e poi ch'egli fu condutto

a contemplar quel loco alto e giocondo,

vide che fatto avea a far l'uomo poco,

se nol fea vivo, col celeste foco.

E, che celatamente una scintilla

di quel foco immortale ardito prese

e sceso a terra, con quella favilla

ne l'uom lo spirto de la vita accese,

de la vita alma, in cui raggia e sfavilla

di divino splendor luce palese

e questa la cagion fu, che l'uom tenne

la faccia al ciel, poiché indi il vero uom venne.

E s'Epimeteo, suo sciocco fratello,

lasciava chiuso il vaso di Pandora,

l'uomo sì lunge era da caso fello,

ch'avuta non avria infelice un'ora,

ma che semplicemente il miserello

l'aperse e incontinente usciro fora

i mali, ch'ove prima eran contenti

gli uomini, esser gli fer tristi e dolenti.

Soggiunse poi, che per lo buono officio

col quale in poco tempo egli l'avea

liberato dal grave aspro supplicio,

che per aver giovato sostenea,

mostrarsi grato del gran beneficio,

con lo insegnargli un ordine, volea,

il qual servando, invano avria per lui

seminato Pandora il mal tra nui.

Tu – disse – invitto a le terrene lutte

sempre serai, se fuggi il van diletto,

da cui quelle virtù sono distrutte,

ch'armato altrui contra ogni male il petto,

ciò facendo da te fian vinte tutte

le aversità terrene e con effetto

non pur non temerai danno mortale,

ma a gli spirti serai celesti uguale.

Rengraziò Ercol Prometeo e gli rispose

che tutta aveva a ciò volta la mente

e a fuggir sempre il vizio si dispose,

il vizio, che 'n preda ha la sciocca gente,

ma, poi ch'egli anco questo gli propose,

egli fia a la virtù sempre più ardente,

sicuro che per lei fia al mondo invitto,

né onta giamai gli nocerà, o despitto.

Poi scese a quei che 'n nave eran rimasi

e l'onde fer schiumar tutte co' remi,

né molto andaro a dentro al fiume Fasi,

che vider Colchi su que' luochi estremi,

da lui furo i compagni persuasi

di non s'esporre a casi aspri e supremi

se non si univan prima a consigliare

quel ch'a vittoria aver deveano fare.

Aveva già la notte il ciel coperto

col suo stellato manto, onde ciascuno

prendea il riposo che gli aveva offerto

il sonno, involto nel suo mantel bruno,

quando i Mini, che Colchi avean scoperto,

si accolser tutti a consigliare in uno,

ma furon nel parer tra lor sì vari

che tutti si trovar quasi contrari.

Chi volea con insidie assalir Eta

e torgli il regno e lui condurre a morte,

chi dicea con insidie vincer vieta

la virtù un uomo coraggioso e forte,

altri dicea: – Poscia che buon pianeta

condutti ci ha da Grecia a questa corte,

non debbiamo fuggire or cosa alcuna

ch'a vincer si offra il cielo, o la fortuna.

Vincasi o con ingegno, o con valore,

o con arte, o con qual modo si voglia,

sempre degno di loda è il vincitore

e altiero va de la nemica spoglia,

però mi par gran fallo e grave errore

che l'uomo quella occasion non toglia,

ch'a suo favor gli si offre e lento lassi

che quel che s'offre a poter vincer, passi! –

Tra sì varie sentenze e sì diformi,

Argo che di Frisso era maggior figlio,

disse: – Signori s'è lecito pormi

tra sì onorato e nobile conciglio,

non per voler dal parer vostro tormi,

ma perché ci appigliamo a buon consiglio,

vi dirò (se vi par) quel che mi occorre

perch'Eta moia e il vello possiam torre.

Ché essendo io nato in queste estreme parti,

ove questo crudele ave l'impero,

né gli inganni mi son novi, né l'arti

ch'egli usa, in far cadere ogni guerriero! –

Ercol gli disse: – Narra quel che parti

ch'a farci vincitor faccia mestiero! –

Diman dirò quel che determinaro,

se di udirmi, signor, vi serà caro.