XXI

By Veronica Franco

Io dicea: — Mio cor, se ciò mi fanno

l'armi mie proprie, quelle, onde mi punge

la fortuna crudel, che mi faranno? —

S'io stessa, col fuggir dal mio ben lunge,

sento che 'l duol via più mi s'avvicina,

che la partenza mia mel ricongiunge;

al mio languir contraria medicina

certo avrò preso al vaneggiar del core,

che per misera strada m'incamina.

Lassa, or mi pento del commesso errore,

anzi non mossi così tosto il passo

dal dolce loco, ov'abita 'l mio amore,

ch'io dissi: — Oimè! dunque è pur ver ch'io lasso

quella terra e quell'acque, ove 'l mio sole

di splendor rende ogni altro lume casso? —

E, se ridir potessi le parole,

che volgendomi indietro al caro suolo

dissi, qual chi lasciar ciò ch'ama suole,

vedrei gli augelli ancor con lento volo

seguirmi ad ascoltar il mio lamento,

alternando in pia voce il mio gran duolo;

vedrei qual già. fermarsi a udirmi 'l vento,

e quetar le procelle, e i boschi e i sassi

moversi a la pietà del mio tormento.

Ma per troppo gridar afflitti e lassi

sono i miei spirti, onde già. i pesci e l'onde

le mie miserie a meco pianger trassi.

Tanta rena non han d'Adria le sponde,

quante volte il suo nome allor chiamai,

com'or qui 'l chiamo, ov'Eco sol risponde.

Co' sospiri arsi e col pianto bagnai

l'amate spoglie, e di lui in vece accolte

al seno me le strinsi e le basciai,

dicendo: — O spoglie, che già. foste avvolte

intorno a quelle membra, che da Marte

sembrano in forma di Narciso tolte;

se 'l ciel mi riconduce in quella parte

onde stolta parti', non sarà mai

che quinci 'l fermo piè volga in disparte. —

Non fu pietra né pianta, ov'io passai,

che non piangesse meco, e forse allora

non mi dicesse: — Folle! ove ne vai? —

Dal cerchio estremo, ove fan la dimora

scintillando le stelle, certamente

meco pianger mostrár la notte ancora.

Ben vidi 'l sol levar chiaro e lucente;

ma, perché gli occhi ad abbagliarmi e 'l core

un più bel lume impresso avea la mente,

scorso del sol mi parve lo splendore;

o fu, forse, ch'udendo 'l mio gran pianto,

anch'ei si scolorì del mio dolore.

Oh com'è privo d'intelletto, e quanto

colui s'inganna, che nel patrio nido

viver può lieto col suo bene a canto,

e va cercando or l'uno or l'altro lido,

pensando forse che la lontananza

ai colpi sia d'Amor rifugio fido!

Fugga pur l'uom, se sa: la rimembranza

del caro obbietto sempre gli è d'intorno,

anzi porta in cor viva la sembianza.

S'io veggo l'alba a noi menar il giorno,

mirando i fiori e le vermiglie rose,

che le cingon la fronte e 'l crin adorno,

— Tal — dico, — è 'l mio bel viso, in cui ripose

tutti i suoi doni il cielo, e la natura

la sua eccellenza più ch'altrove espose. —

Poi, quando scorgo per la notte oscura

accendersi là su cotante stelle,

Amor, ch'è meco, sì m'afferma e giura

che quelle luci in cielo eterne e belle

tante non son, quante virtù in colui,

che poi crudo del sen l'alma mi svelle.

E, per far i miei dì più tristi e bui,

dal mio raggio lontan, sempre al cor vivo

ho 'l sole ardente, onde pria accesa fui:

al qual piangendo e sospirando scrivo.