XXII – V. Colonna

By Giacomo Leopardi

Gli occhi, che già mi fur benigni tanto,

Volgi ora a i miei, ch'al pianto

Apron sì larga e sì continua uscita:

Vedi come mutati son da quelli

Che ti solean parer già così belli.

L'infinita, ineffabile bellezza

Che sempre miri in ciel, non ti distorni

Che gli occhi a me non torni;

A me, cui già mirando ti credesti

Di spender ben tutte le notti e i giorni.

E se 'l levarli a la superna altezza

Ti leva ogni vaghezza

Di quanto mai qua giù più caro avesti,

La pietà almen cortese mi ti presti,

Ch'in terra unqua non fu da te lontana:

Ed ora io n'ho d'aver più chiaro segno;

Quando nel divin regno,

Dove senza me sei, n'è la fontana.

S'amor non può, dunque pietà ti pieghi

D'inchinar il bel guardo a li miei preghi.

Io sono, io son ben dessa. Or vedi come

M'ha cangiata il dolor fiero ed atroce;

Ch'a fatica la voce

Può di me dar la conoscenza vera.

Lassa, ch'al tuo partir, partì veloce

Da le guance, da gli occhi e da le chiome

Questa, a cui davi nome

Tu di beltate: ed io n'andava altera:

Ché mel credea, poiché in tal pregio t'era.

Ch'ella da me partisse allora, ed anco

Non tornasse mai più, non mi dà noia;

Poi che tu, a cui sol gioia

Di lei dar intendea, mi venne manco.

Non voglio, no, s'anch'io non vengo dove

Tu sei, che questo ed altro ben mi giove.

Come possibil è, quando sovviemme

Del bel guardo soave ad ora ad ora,

Che spento ha sì breve ora,

Ond'è quel dolce e lieto riso estinto;

Che mille volte non sia morta o muora?