XXII
Molti vi son, signor, ch'a la fortuna
donano il fine de i successi umani,
altri non voglion che ragione alcuna
abbia tra noi, ma tengon color vani,
che pensan che ciò ch'è sotto la luna,
abbia e tenga costei ne le sue mani,
ma vogliono che ciò che l'uom disegna
dalla necessità del destin vegna.
Altri d'opinion son che il consiglio
uman sia quel che ne governi e regga
ed al parer di questi or io m'appiglio,
perché mi par che quel ch'è ver si elegga
e sovente, tra me, mi maraviglio
che si trovi uom sì sciocco che non vegga,
che ciò che tra noi è se n'andria al fondo,
se il consigliar non conservasse il mondo.
Né di premio seria la virtù degna,
se per necessità l'uomo l'avesse
e serebbe al mal far la pena indegna,
se il reo per suo destino il mal facesse;
dunque vera ragion chiaro ne insegna,
che chi il male, a sua voglia, o il bene elesse,
meritò biasmo, o loda e che ne' gravi
casi può il tutto il consigliar de i savi.
E come, signor mio, nel padre vostro
ciò fu palese, ne' passati tempi,
così da voi se n'hanno al tempo nostro
e manifesti e singolari essempi,
ch'ora che il suo furor Marte n'ha mostro
e fa di molti popoli aspri scempi,
voi, col consiglio, fate da ogni duro
caso lo stato vostro esser sicuro.
E però Alcide, il qual tanta prudenza
ebbe, quanta gli diede il ciel valore,
non volse andare a l'alta impresa senza
consiglio, ancor ch'avesse invitto core,
però ch'ebbe, e a ragion, ferma credenza
che senza ciò non n'averebbe onore
e però ad Argo che dicesse impose
quel ch'io vi dissi ch'ieri egli propose.
Ond'Argo cominciò: – Veggo l'ardire
vostro, signori, e qual virtù sia in voi
e (se mi lece la verità dire)
non potrebbe Eta, co' soldati suoi,
il valor vostro, a lungo andar, soffrire
che vinto rimarria; ma vinto poi
che fusse, nulla fatto si serebbe,
che per ciò il vello d'or non si averebbe.
Però ch'io stimo, che sappiate, come
sono da vincer due incantati tori,
le cui forze non possono esser dome
da gran valor di bene arditi cori,
né pur sovra sé aver dee queste some
chi ottener vuol del vello i gran tesori,
ma arare un campo e seminarvi denti
d'un drago, ond'escon poscia armate genti.
Ché son giganti e vanno ad assalire
l'agricoltor, con fiero assalto e strano,
ed in picciolo tempo, il fan morire,
né gli giova gran cor, né forte mano,
ma se volesse pur sì favorire
la sorte il cavalier che l'inumano
stuolo uccidesse, il che impossibil parme,
per torre il vello invan moveria l'arme.
Perché il vello custode un serpente ave,
di cui il maggior non vide occhio mortale,
che move assalto impetuoso e grave,
a ognuno, a cui di avere il vello cale,
né furor d'arme, né altrui forza pave
ché quanto uomo ha valor, non più qui vale
che vaglia l'onda contra il duro scoglio,
tant'ardir per incanto ave ed orgoglio.
Sol una via v'è che si possa avere
quel che bramate e non ve n'è altra alcuna
e questa è di cercar di persuadere
a Medea, che notizia ha di ciascuna
arte d'incanto ed ave in suo potere
di torre, a voglia sua, dal ciel la luna,
che si disponga di donarci aita,
finché la pelle d'oro abbiam rapita.
Costei gli incanti sa con cui quel foco
gittano i tori e come indur si ponno
a fargli arare il destinato loco,
e far di quegli armati il guerrier donno,
e come indur si possa in tempo poco,
nel vigilante serpe un grave sonno
e può mostrarci in somma tutto quello
che mestier fia a rapir l'aurato vello.
Figlia d'Eta è costei, suora a mia madre
e di natura è a compiacerla intenta
e non è molto affezionata al padre,
onde, s'occasion le si appresenta,
creder io vo' che quante ella ave squadre
d'incanti, a nostro ben sia usar contenta,
e se ciò ne vien fatto, il vello avremo,
senone, indarno fia ciò che faremo.
E averria a noi quel ch'è avenuto a molti,
che cosa tale ad espedire han presa,
perché non così tosto si son volti
a così dura e perigliosa impresa,
che si son tutti ritrovati involti,
miseramente, ne la fiamma accesa
e non pur son rimasi ivi defunti,
ma come molle cera arsi e consunti.
Però se parvi, ora che il cielo è oscuro
a mia madre n'andrò tacitamente
che sì sta fuor di Colchi, in dolor duro,
per veder contra noi l'avo sì ardente,
e se Medea trovo ivi, io v'assicuro
ch'io fia sì accorto in questo e diligente,
che le farò nel cor nascer desire
di meco voler qui al fiume venire.
E certo i' son che se poscia da voi
fatto le fia conveniente onore
e caldi preghi le fian porti poi,
in tutto piegherà ad aitarvi il core;
noi useremo in ciò gli incanti suoi
e poscia con la forza e col valore
il resto compirassi! – Argo qui tacque;
ad Ercole il parer suo e a gli altri piacque.
Perch'Ercol disse: – E una sciocchezza espressa
ch'a immortal forza uom contraporsi tenti,
perché la sua virtù rimane oppressa
e tutti vanno i suoi disegni in venti,
e però avendo per incanti messa
Eta l'impresa, per gli incantamenti
bisogna entrarvi e s'altro averrà forse,
si cercherà di briga anco di torse.
Volsero adunque che con Argo andasse
il buon Giason, per dimostrarsi astretto
di parentado ad Argo e seco usasse
l'ingegno, perch'avesse il desio effetto,
ché loro a gir da Grecia a Colchi trasse;
Giason, poscia ch'a ciò si vide eletto,
si pose volentier con Argo in via
e a Medea se n'andaro in compagnia.
Giunon, tra tanto, andò a trovar Cupido,
ch'a dadi era a giocar con Ganimede,
che gli era per lo ciel, compagno fido;
amor, sì tosto che Giunone vede,
la inchina ed ella: – Figlio i' mi confido
(poiché non manchi a chi soccorso chiede)
ch'a sodisfarmi tu debba esser presto
in quello ch'or da me ti sarà chiesto! –
E qui gli disse ch'avea ad infiammare,
per amor suo, Medea si di Giasone,
che si desse ella lui solo ad amare,
come donna, che il core ad altrui done;
Cupido allor disse, di voler fare
ciò che chiesto gli avea la dea Giunone
e dal ciel scese con l'aurate penne
e là ove era Medea volando venne.
Nel camino a Giasone intanto accrebbe
la bellezza Giunon, che parea un Dio,
e poi ch'a voglia sua abbellito l'ebbe,
attese che venisse il suo desio;
mirandol, maraviglia in Argo crebbe,
scorgendol tale e disse: – Ben veggo io
che il ciel vol favorir tanto costui
che s'inamorerà Medea di lui! –
Arrivaro ambi a la stanza reale,
ove Calciope fuor di Colchi era,
pressa da duol poco men che mortale,
perché i figliuoli più veder non spera;
Medea.ch'avea pietà del suo gran male,
per far più mite la sua doglia fiera,
era con lei quando giunser costoro,
ch'eran venuti a torre il vello d'oro.
Visto Calciope, Argo:Qual destino,
– disse – ti mena a rivedermi ancora?
Rispose: – Tolto mi ha dal mio camino
questi e i compagni suoi, che son di fora,
e son venuto per voler divino,
a liberar me e voi d'affanno a un'ora,
pur che Medea, con voi voglia aiutarne,
e il soccorso, ch'a lei chiederò, darne!
Questi, ch'è meco, del sangue di Frisso
sceso è:e venuto è qui per voler torre
il vello d'oro, ch'al gran tempio è affisso,
e servato ivi come in forte torre,
ed in guisa a ciò fare ha il pensier fisso
che se Medea, per sua bontà il soccorre,
esser non può ch'egli non l'abbia e voi
non siate con Medea salva e con noi.
Però voi madre prego, e voi Medea,
che non men che la madre onoro e pregio,
che se bontà può in voi quel che solea,
vi piaccia favorir quest'uomo egregio
e trar voi fuor da questa parte rea,
ch'ogni virtù mai sempre ebbe in dispregio,
e venir nosco ambe ne la Tessaglia,
paese cui nullo paese agguaglia! –
E questo detto fe' che riverenza
Giason fe' a Calciope e a la sorella,
la qual mirando l'alta sua presenza,
la nobil faccia e la persona bella,
gli fece benignissima accoglienza,
e cortese mostroglisi in favella,
amor intanto su l'arco la cocca
pon de lo strale ed in Medea lo scocca.
Il qual per gli occhi se ne passò al core
di Medea e fegli immedicabil piaga,
ella, sorpresa da l'immenso ardore
di rimirar Giason si fe' più vaga
e beendo con gli occhi il gran splendore,
che n'esce di mirarlo sol s'appaga;
Giason, che vede come ella s'infiamma
dà più che può alimento a la gran fiamma.
Qual si vede talor foco sepolto,
per lieve fiato, in un momento acceso,
lo splendor sparger che dianzi era occolto,
poiché valor da lo spirare ha preso,
tal a Medea si dimostrò nel volto
la fiamma, ond'ella aveva il core acceso,
a i guardi di Giason, però che 'n poco
tempo le guancie sue venner di foco.
E qual parve Narcisso a la bell'Eco
bello tra quanti furo in terra belli,
tal parve a la figliuola d'Eta il greco,
da le piante de i pié sino a i capelli,
gli occhi, le guancie contemplava seco
l'alta presenza e i movimenti snelli
e le parea che non fusse uom mortale
ma a gli spirti celesti in vista uguale.
Allor disse Giason: – S'a la beltade
reina che sì larga il ciel vi diede,
accompagnata avete la pietade,
che lo stato real vostro richiede,
io non vo' dubitar che non abbiate
di me, che vostro son, qualche mercede,
e non vi disponiate a darmi aita
finché l'impresa mia serà finita.
Venuto i' sono ne le parti vostre,
per ricovrare il ricco aurato vello
che Frisso, ch'un fu de le genti nostre,
lasciò qui in Colchi, mentre il miserello
la matrigna fuggì (che gli fur mostre
l'insidie che apprestate avea e il flagello
la crudel contra lui) e l'aurea pelle
sacrò, qui giunto, al gran re de le stelle.
Ed io qui vengo per voler divino
e per commission di un maggior mio
che mi ha fatto solcare il grande Eusino,
lasciando il mio paese almo natio,
e ancor ch'avuto abbia in tutto il camino
Nettun propizio e ogni celeste Dio
e potessi avergli anco ne l'impresa,
vo' sol ch'a voi di ciò sia grazia resa.
Da voi reina e da null'altro voglio
conoscer, non dirò questa vittoria,
né del montone aurato il ricco spoglio,
né quella ch'indi può venirmi gloria,
ma la vita medesma, s'io mi toglio
da pericol per voi e la memoria
di questa vostra nobil cortesia
fin mai ch'io viverò, perpetua fia.
E da quanto i' mi son sempre esporrommi
a tutto quel che mi comanderete,
e tanto caro sol sempre terrommi,
quanto voi caro il mio servire avrete,
tutto in vostro poter reina dommi,
da voi pende il travaglio e la quiete
mia e la mia vita e la mia morte insieme,
che 'n voi sola ho rimessa ogni mia speme.
Però prego, reina, per quel sole
che illustra il mondo con le fiamme accese,
dal qual la vostra gloriosa prole,
(come da suo principio) tutta scese
e per gli santi dei, ch'onora e cole
tutta la gente di questo paese,
per la bellezza vostra e per voi stessa,
ne le cui man la vita mia ho rimessa.
Ché se devoto cor, se desio onesto,
se un domandar merce demesso e umile,
in caso miserabile e funesto,
puote aita impetrar da cor gentile,
vi piaccia dar degno soccorso a questo
uomo c'ha senza voi se stesso a vile,
e ch'a voi sola, tra tutte l'elette
donne, come umil servo si sommette! –
Mentre dicea Giason questo, teneva
a lui gli occhi nel viso la donzella
e di vivace fiamma tutta ardeva,
qual di notte arder suol viva facella,
nel pericol veder Giason le aggreva
a non l'aitar l'onor suo la rapella,
non volendo esser traditrice al padre,
a la patria, al fratello, a la sua madre.
Ma tacita alfin seco si risolse,
vinta da amor di consolar l'amante
e gli disse: – Ché mai sempre le dolse
di tutti quei che comparirò inante
al padre suo per ciò, ma che non volse
soccorrern alcun mai fra genti tante,
ma ch'or su questo caso penserebbe
e quel che meglio le parria, farebbe. –
Così, presa licenza, se n'andaro
Argo e Giason, pieni di molta spene
ed a' compagni al Fasi ritornaro,
e ad Ercol disser che speravan bene;
ma se costor di ciò si consolaro,
restò Medea tra dure e gravi pene
che le parve che il cor le fusse tolto
quando vide Giasone a partir volto.
Calciope, come chi duol ritocchi
si dà a pregar Medea ch'ella ora voglia
aitar costoro e che pietà la tocchi
de la sua dolorosa e acerba doglia;
a Medea venner ruggiadosi gli occhi,
come a chi de l'altrui dolor si doglia
e disse ch'ella certa speme avesse,
che si farebbe ciò che si potesse.
La luna al sole opposta aveva corso
già mezzo il cielo a l'ora che Medea
cui 'l foco era di vena in vena scorso,
andò a la stanza ove il suo letto avea
e qui, tra sé, cominciò a far discorso
s'ella aiutar Giason forse devea,
overo al padre suo servar la fede,
che la pietà paterna a figlia chiede.
Qual parda cui spinga la fame a preda
se, mentre errando va di salto, in salto,
due lepri equidistanti in bosco veda,
non sa a qual di lor due mova l'assalto,
perché teme che s'una ne depreda,
l'altra sen fugga per l'erboso smalto,
onde, se gran desio ben di mangiare
la sprona, in dubbio sta, né sa che fare.
Tal dubbiosa Medea diceva seco:
– Qual cagione, oimé lassa e qual furore
al padre mio mi fa preporre un greco
e aita, contra lui dargli e favore?
Lassa onde viene in me desio sì cieco?
Verrebbe forse ciò dal Dio, ch'amore
e detto da noi miseri mortali
ch'esser dicon cagion di tanti mali?
Scaccia da te Medea questo desio
pria che nel cor ti faccia egli radici,
ché questa fiamma e questo foco rio
mille donne fatt'ha triste e infelici,
mal fe' chi die ad amor nome di Dio
e peggio fan quei che pensan felici
esser seguendo lui, ma il buon consiglio
veggo, oimé lassa, ed al peggior m'appiglio.
Ché tocca a me che sia salvo, o che mora
costui, ma a che lasciar debbo morire
uno, che non sol m'ama e sol m'onora,
ma come dea mi viene a riverire?
Questo d'ingrato core indizio sora
e ognuno a gran ragion potrebbe dire
che nata fussi di una dura pietra
se da me merce tal uom non impetra.
E posto ch'ogni cosa nulla possa,
non dee molto poter la gran bellezza,
onde infiammate ho le midolle e l'ossa,
sì che nulla appo lei l'alma mia prezza?
Ha ben fatto l'estremo di sua possa,
la costui, non più in uom vista, vaghezza,
la quale è tal, tra le beltà pregiate,
che 'n un aspe porria trovar pietate.
Ma a che aiutare un, che si dee partire
e me lasciar poscia in periglio estremo?
Ma non saprò con lui, lassa, anch'io gire,
se lo sdegno del padre e l'ira temo?
Ma a che mi debbo a un forestiero offrire?
Oimé misera me che tutta tremo
e son sì in dubbio di me stessa, ch'io
non posso, o so vedere qual sia il ben mio.
Gir debb'io forse per lo mare ondoso
e seguitar costui con sì gran risco?
Ma se non posso altronde aver riposo,
perché, misera me, ciò non ardisco?
Ma s'ardisco e l'ardir sì opprobrioso,
che pur solo a pensarvi impallidisco,
così voglio e non voglio e temo e spero
e standomi tra due, languendo pero! –
Qual onda che da Borea e da Ostro sia
quinci e quindi agitata qua e là scorre
ed ora è a questa, or è a quell'altra via,
né mai si puote in fermo loco porre,
tal è Medea ch'or d'aiutar desia
il destato amante, ora ciò abborre
e vuol esser col padre, né la inferma
sua voglia a questa, o a quella parte, ferma.
L'aurora già si dimostrava fuori
e con candida man, l'aer spargea
di bianchi gigli e di vermigli fiori,
e il sol con lei de l'ocean sorgea,
quando que' forti e generosi cori,
cui de l'alt'opra alto desio premea,
volsero che Giasone ad Eta andasse
e la cagion del lor venir narrasse.
Argo con lui si pose anco in camino
e prima ch'a trovare andassero Eta,
al loco di Calciope vicino
andaro, per indurre in Medea pietà ;
ella al primo apparir del matutino,
da l'amor spinta e dal suo rio pianeta,
a la sorella ita era e l'esponeva
il duol che per Giasone al cor aveva.
Non so – dicea – sorella, onde venuto
sia ch'io, che (come sai) fo stare i fiumi
ed a mia voglia gli elementi muto
e dal ciel traggo a noi, i celesti lumi,
da uno interno fervor non conosciuto,
mi strugga a poco, a poco e mi consumi
e non mi vaglia incanto, o magica arte,
a mitagar l'ardor, ch'io sento, in parte.
Poscia che venne dal paese greco
il forestier ch'ieri ne la tua stanza
si ritrovò, quand'io parlava teco,
(come solemo far per lunga usanza)
sorpresa fui da un certo foco cieco,
che d'ora, in ora in me via più s'avanza,
ed ho nel cor sì fissa la sua imago
che di pensar di lui sol egli è vago.
E il ver, sorella mia, chiaro ti dico,
che se non fusse c'ho pur statuito,
uomo non torre al padre mio nemico,
eletto avrei Giason per mio marito,
ma di riguardo avere al sangue antico,
ond'io son nata, meco ho stabilito
e benché il padre in me sia tutto orgoglio,
pria, che ciò fare, incenerire i' voglio! –
Medea, ciò detto, a lagrimar si mise,
tutta dolente ed infiammata in vista,
e a canto a la sorella sua sì assise,
la qual, poiché la vide esser sì trista
le disse: – Il cor se costui ti conquise,
costui che sì ti addoglia e sì ti attrista,
non te ne so, sorella mia, incolpare,
ma ti biasmerei bene a non l'amare.
Egli nat'è di fortunati regi
ed in felice e nobile paese,
ed è sì egregio tra gli spirti egregi,
(come ben la tua mente ieri comprese)
che degno è che tu l'ami e che tu il pregi,
e dei lodare amor, che te n'accese,
perché sol per costui tu puoi uscire
di man di nostro padre e ognor gioire.
Onde qui stando stai sempre in timore
che a te non usi l'impietà natia,
la qual si scuopre con tanto furore
che l'onda de l'Eusino è via men ria:
vedi in qual pena i' sono, in qual dolore,
poiché mi ancise la mia compagnia,
i' dico Frisso che consorte m'era,
con morte così cruda e così fiera.
E volea dare anco a' miei figli morte
s'essi non si partian di questa terra,
ha me bandita fuor de la sua corte,
e temo che mi cacci anco sotterra,
che mena questi ognuno ad una sorte
e ugualmente questo e quello atterra
ch'egli sangue non cura, o parentado,
pur che quel faccia che di far gli è a grado.
Dunque a la tema poi tu fine imporre
a un tempo istesso e a le amorose doglie,
se la tua gran virtù Giason soccorre
e cerchi che ti prenda egli per moglie,
e se l'animo tuo ciò forse abborre
e son le tue contrarie a le mie voglie,
perché tu vegga che ti ho il meglio mostro,
lascierò anch'io teco il paese nostro.
E sottrerommi a queste dure pene,
ove mi tien la crudeltà paterna,
né mi lascia provar punto di bene,
acciò ch'ora tranquilla unqua non cerna. –
Mentre così dice ella, ecco che viene
una donzella sua, detta Aniterna:
le cheggiono ambedue che cosa apporte,
ella dice: – Giasone è giù a le porte! –
Al nome di Giason, Medea divenne
pallida, qual fusse di sangue priva,
poi nel viso un rossor le sovravenne,
che indizio die del cor ch'entro bolliva;
Giasone intanto, entro la corte venne,
Giasone in cui beltà rara fioriva
e Medea salutò ne la qual scorse
l'incendio aperto e preghi anco le porse.
Come chi solfo giunge a foco ardente
crescere il vede e far fiamma maggiore,
tal che di maraviglia empie la gente,
veggendo il fumo e il turbido splendore,
così il fuoco in Medea crebbe repente,
e si fe' via più vivo il primo ardore,
visto Giasone e statuì volere
spendere in aiutarlo ogni potere.
Onde, con gli occhi onestamente chini,
e con tremante voce, a Giason volta
disse: – Poiché pur par che il ciel destini
che mi pieghi or la tua bellezza molta,
e vittoria ti dia ne' miei confini,
da te serà la pelle aurata tolta:
ti prego ben, se vinci, che 'n oblio
non ponga la mia fede e l'amor mio.
E non ti sdegni ch'una verginella
ti faccia vincitore in sì alta impresa,
che ti sarebbe oltre ogni creder fella,
se non si fusse ella a' tuoi preghi resa! –
Le mancò, questo detto, la favella,
né poté cosa dir che fusse intesa,
ma mandò fuor del petto alti sospiri
che indicio dier de' suoi caldi desiri.
Stette tacita qui, quasi piangendo
l'inamorata giovane. Giasone
allor le disse: – Mille grazie rendo
reina a voi, di queste offerte buone,
e il tempo e sol l'occasione attendo
di darvene dicevol guiderdone,
il che serà, quando a la terra mia
salvo, per opra vostra, andato i' sia! –
Allor disse Medea: – Dunque servare
debb'uno che da me fuggir si deve?
Dunque mi gioverà nulla il giovare
ad uomo, cui mortal periglio aggreve?
Devrò misera me dunque restare
in Colchi a sostener pena aspra e greve,
dal padre mio perché fugga colui
al qual cagion di dar la vita i' fui?
Ma sia che può, io vo' prepor l'aitarti,
Giasone a la mia vita e nulla apprezzo,
purché del gran periglio i' possa trarti
e tu vegga che me per te disprezzo,
anzi mi parerian da nulla l'arti,
ch'esser nondimen debbono in gran prezzo,
s'ora per tua salvezza i' non l'usassi,
e da pericol tal non ti salvassi! –
Giasone allor, con parlar dolce e piano:
Non son – disse – reina, sì scortese,
né il padre mio mi fe' così inumano
ch'io voglia che per me sentiate offese,
anzi i' vi giuro per la vostra mano,
(e la man bianca in questo dir le prese)
che, purché non abbiate esser mia a schivo,
per moglie aver vi voglio insin ch'io vivo. –
Allora il matrimonio ambi fermaro
cui sol Calciope e Argo fur presenti,
unse Medea poscia il marito caro,
d'unto ch'era riparo a' fochi ardenti
e a tutte l'armi e fe' che 'n nulla andaro
quanti Eta accolti aveva incantamenti,
mostrogli come i denti seminasse
e i nati indi giganti egli amazzasse.
Prese licenza allor da la consorte
Giasone e solo andò al palagio d'Eta,
e pria che il pié ponesse entro le porte,
incontrò una persona assai discreta,
che l'introdusse ne la real corte,
inanzi al re. Giason, con mansueta
voce, dopo la riverenza, disse
la cagion per la quale egli a lui gisse.
Eta, visto costui che nel fiorire
era de gli anni suoi, stette sospeso,
che fusse in lui sì smisurato ardire
ch'ad espedir tal opra avesse preso,
onde, udito Giason, cominciò a dire:
– Non so s'hai tu, che sei sì ardito, inteso
quel che far ti bisogni, pria che toglia
de l'aurato monton la ricca spoglia. –
E qui, ciò ch'egli far devea gli espose
per veder pur, se 'n lui poteva tema;
Giason, con viso fermo gli rispose
che pericolo in lui l'ardir non scema
e che quando a lui venne, si propose
o di giunger devere a l'ora estrema,
o ver menare alfin la bella impresa,
che per desir d'onore egli avea presa.
Disse Eta che il seguente dì tornasse
sì tosto ch'apparesse il primo albore,
che contento seria ch'egli mostrasse
in così dura impresa il suo valore;
creder non voglio già ch'egli pensasse
che la sua figlia, per soverchio amore,
devesse aitarlo, ma che restar morto
ivi se ne devesse in tempo corto.
Tolto ch'ebbe la notte il nero velo
e l'umida sua treccia al capo volta,
e la candida aurora apparve in cielo
da le braccia del vecchio amante sciolta,
spargendo in aria il matutino gelo,
ond'a sogni confusi è l'ombra tolta,
Giasone, con molti altri in compagnia,
si mise, per andare ad Eta, in via.
Come animoso toro altiero guida
al verde bosco il suo cornuto armento,
il quale, avendo sì sicura guida,
e tutto insieme a seguitarlo intento,
così Castor, Polluce.Ifito ed Ida
sicuri senza punto di spavento,
seguitaro Giasone a l'alte prove;
restò a la nave il gran figlio di Giove.
Con tutto il resto de la nobil gente,
perché non desse uno improviso assalto
a la nave il crudo Eta e frodolente,
sì che poi non potesser solcar l'alto,
intanto Eta, che volse esser presente
al tutto, venne al campo ed in seggio alto,
circondato dal popolo, sedea
la moglie a un lato e a l'altro ebbe Medea.
Giason arrivò al campo e avea l'elmetto
sul qual sorgea un pennon ricco e superbo,
coperto d'arme bianche il tergo e il petto,
e 'n viso non men bel che fiero è acerbo,
cinto avea al manco lato il brando eletto
e tenendo in man l'asta, di buon nerbo,
sembrava ne l'aspetto il fiero Marte
che dal ciel fusse sceso in quella parte.
Uscir fe' allor de le fumanti stalle
i duo feroci tori Eta nel campo;
vedutigli, Giason, per dritto calle,
a loro andò senza temer d'inciampo;
i tori inanzi al petto ed a le spalle,
l'invoglion tutto nel focoso lampo,
onde resta egli ne la fiamma occolto
né gli si vede più petto, né volto.
A quello assalto tremò a' Mini il core,
temendo che Giason non fusse estinto,
né ciò poté veder senza timore
Medea, poiché dal foco egli fu cinto,
ma non fu punto da l'immenso ardore
il rimedio ch'avuto aveva vinto,
che ne rimase il cavaliero sì illeso
che nulla fu dal foco ardente offeso.
Anzi come talora il marin flutto
percuote il saldo scoglio, onde ne resta
da l'impeto de l'onda immerso tutto,
ma però non l'offende e nol molesta,
e torna l'onda al mar così ridutto
fu contra i tori il foco e la foresta,
arsa fu tutta e ne fur l'erbe spente,
ma non nocque a Giason la fiamma ardente.
Egli, volgendo contra loro i passi
nel corno a questo e a quel die di man tosto,
e gli fece tenere i capi bassi,
fin, che su il collo il giogo ebbe lor posto,
e perché nulla far di quello lassi
ch'Eta crudel gli avea il dì inanzi imposto,
a l'aratro, con man salda, gli giunse,
e con l'asta incantata ambi gli punse.
Essi muggendo e tutta via vibrando
da la bocca e dal naso ardente foco,
il campo andaro disdegnosi arando,
tal che il terren fu volto in tempo poco,
e i denti del serpente seminando,
Giason n'empì tutto l'arato loco
pieni restar gli astanti di stupore,
tanto visto in un giovane valore.
Qual poiché spenser l'uman seme l'acque
e restò sol Deucalione e Pira,
a' qual di riparar la gente piacque
che spense de gli dei celesti l'ira,
da' sassi che gittaro ambidue nacque
lo stuolo uman, tal qui nacque una dira
gente da i denti, con forti aste in mano,
la qual mosse a Giasone assalto strano.
Egli con l'asta questo e quello fere
nel petto, ne la pancia e ne la faccia,
quel fa supino e quel bucon cadere,
e l'asta a quel per ambi i fianchi caccia,
qual nel bosco si veggono cadere
i pini e gli olmi, se da forti braccia
percossi son con la secur tagliente,
tal ivi cadon questi immantinente.
Ma il numer de i nemici in guisa cresce
che contra non vi può bastare un solo,
che se Giasone ben la pugna mesce,
e questo fa cadere e quel su il suolo;
la turba de i nemici non decresce,
ma sempre ingrossa più l'armato stuolo
e per uno, che morto a terra mette,
risorgono a far guerra a sette, a sette.
Tal per un capo che tagliava Alcide,
più ne nasceano a la Ceraste Lerna,
Giason, che il gran pericolo previde,
poiché ne mandò molti a l'onda averna,
un grave sasso in mezzo il campo vide
(cui simile non so s'oggi si scerna)
il prese e come Medea gli avea detto,
il gittò tra color, pien di dispetto.
Qual, quando aspri leoni in forte gabbia
rinchiusi sono e per la fame molta
ne la prigion ciascun freme ed arrabbia,
e che il cibo gli dia il custode ascolta,
se gliel dà questo e quel pieno di rabbia,
a la pastura datagli si volta
e questo e quello il dato cibo afferra
e vengono tra lor per ciò a gran guerra.
Tal fe' signor (poiché gittò la pietra
Giasone in mezzo il grosso stuolo armato)
quella gente malvagia e cruda e tetra,
che tosto un contra l'altro fu voltato,
né alcun di lor da quel sasso s'arretra,
ma seguendo l'assalto incominciato,
vennero a guerra e tal la fer tra loro
che tutti i morti in poco tempo foro.
Corsero allora i Mini con prestezza
ad abbracciare il vincitore e seco,
mostrata avria Medea la sua allegrezza,
con gire anch'ella al fortunato greco,
ma bench'avesse il cor pien di dolcezza
e dentro la struggesse l'ardor cieco,
nondimen tanto ebbe all'onor rispetto
che l'allegrezza sua chiuse nel petto.
Ma quanta ebbe Medea di ciò letizia
e quanta n'ebbero i felici Mini,
tanta Eta e forse più n'ebbe mestizia,
veggendo un uomo tal ne' suoi confini;
ma quantunque abbia il cor pien di tristizia,
scorre però come tra pellegrini
possa esser uom, cui sian note quelle arti,
che sol note credea ne le sue parti.
Gito era il sole a' termini di Spagna
e tutta l'aria già fatta era bruna,
tal che non si vedea per la campagna
pascere alcun pastor più greggia alcuna,
onde forza è che il buon Giason rimagna
da la felice sua presa fortuna
e resti di pigliare il vello adorno,
insino a l'apparir del novo giorno.
Giasone andò a la nave, Eta a la corte
di turbidi pensieri e gravi carco
e cominciò a pensar voler dar morte
al greco e corlo, come fiera, al varco,
perché, vistol sì ardito e così forte,
temette da lu' avere onta ed incarco
e quando egli altro danno non avesse,
troppo n'avria, se il vello d'or perdesse.
Ché sicuro si sta che se ritorna
il dì seguente a dar fine a l'impresa,
egli se ne torrà la pelle adorna
né sentirà del drago alcuna offesa;
e mentre in tal pensiero Eta soggiorna,
se ne riman Medea tutta sospesa,
e veggendo pensoso il padre stare,
si dubita che lei voglia incolpare.
Ond'ella di fuggirsene delibra
ed a la nave andare al suo marito,
per cui acceso ha il sangue in ogni fibra,
ed essequisse quel c'ha statuito;
gli spirti nel fuggir timor le cribra,
e le fa venir men l'animo ardito,
ma amor, con forza tal, la sferza e sprona,
che il suo preso camin non abbandona.
Va a le porte e quantunque sian serrate
ella, con l'arti sue, le face aprire,
e chiuder le fa poi che le ha passate,
sì ch'alcun non si avede del fuggire;
e sì lieve sen va che le pedate
non si pon, ne la polve, discoprire,
ché le diede a l'andare amor le pene
con cui sospeso il pié nel camin tenne.
La luna se n'andava a Endimione
onde visto al passar fuggir costei
come donzella, cui Cupido sprone,
s'allegrò e disse: – A me compagna sei!
Tu te ne fuggi al tuo caro Giasone
ed anch'io vo' a chi è fin de i pensier miei,
e com'io vo' a goder del mio gran zelo.
così anco prego a te felice il cielo. –
Era uscito Giasone anco di nave
e già pensoso per lo vicin bosco,
seco pensando, quanto seria grave
ammollir del serpente il mortal tosco
ed ecco, quando meno pensier n'ave,
scorge venir Medea per l'aer fosco:
egli incontro le va cortese e umano
e umil le bacia la possente mano.
E poi le dice: – O mia sola speranza
senza la quale in vita i' non serei,
nulla a me più da desiare avanza,
poiché grazia di voi mi fan gli dei;
tal che, lasciata la paterna stanza,
e questi lochi immansueti e rei,
venuto sete a me che non pur v'amo,
ma vi onoro, v'inchino e mia dea chiamo.
Io non mi curo più del vello d'oro,
poiché (vostra merce) voi sete meco,
appo cui vile è ogni mortal tesoro,
e chi ciò non vedesse seria cieco;
ma, perché desiosi i Mini foro
con lor portarlo nel paese greco,
prego, che lor vi piaccia compiacere,
sì che possano il lor desio ottenere. –
Disse Medea: – Io metto in abbandono
per te, Giason, la patria e il padre mio,
ed a l'arbitrio tuo tutta mi dono
per contentarti in ogni tuo desio;
te prego ben, se pur da nulla sono,
che come a te, per fe' sono astretta io,
così tu la mi servi e questo sia,
il guiderdon d'ogni fatica mia.
Quanto a l'aurato vello, perché i tuoi
compagni restin sodisfatti, i' voglio
ch'ognun di lor ritorni a' luochi suoi
col ricco pregio del dorato invoglio,
sì perché i' veggo che tu questo voi,
sì ancor, perché a mio padre nulla toglio,
perché poiché di greco il vello fue,
ragione è che tu l'abbia a voglie tue. –
E detto questo se n'andaro al tempio
al quale il vello già dedicò Frisso;
si voltò incontinente il dragone empio
e nel figlio d'Eson gli occhi avea fisso,
solo per far di lui spietato scempio
e difendere il vello al tempio affisso;
ma poiché Medea vide, a lei si volse,
e da offender Giason ratto si tolse.
Ed a la donna andò che gli solea
il cibo dar che lo teneva in vita,
con la sua mano il prese allor Medea,
per dare al suo Giason l'ultima aita,
e con l'incanto, ch'ella usar sapea,
del serpe la virtù restò sopita,
tal che Giason tolse l'aurata pelle
che lucea al par de le lucenti stelle.
Già a biancheggiare incominciava l'aria
e spargea il sole il suo raggio lucente,
quando intese Eta che Medea contraria
era stata a suo padre e a la sua gente,
e dogliendosi disse: – Ai quanto è vana
la donna, per natura e frodolente,
sciocco non fia ciascun che 'n donna creda
s'infedel la figliuola al padre veda?
Ma sia che può, non anderà il predone
ch'ugual non abbia il merto al suo misfatto! –
Detto ciò tosto in ordinanza pone
le genti, che di notte già avea fatto,
per dar morte, venuto il dì a Giasone,
contra la fede data e contra il patto
e sì tosto che 'n punto ebbe le squadre,
andò contra Giason l'irato padre.
Medea, vedute le paterne insegne,
si voltò al suo consorte dolorosa,
e con le luci di lagrime pregne
disse: – Serva Giason te e la tua sposa,
e per pietà di me, tua bontà degne
fuggir del padre mio l'ira crucciosa! –
Allor Giason, per compiacerle, disse
che si facesse vela e al mar si gisse.
Ercole allor disse: – Non piaccia a Giove
che quindi i' fugga mai com'un uom vile
e non faccia vedere a chiare prove,
ch'io son per sostener l'impeto ostile!
Se voi, Giasone, il lagrimar commove
di Medea ed il timor suo feminile,
me il dever nostro desta a la battaglia,
perch'andiam con onor ne la Tessaglia! –
A questa voce tutti i Mini allora,
con forte cor, s'apparecchiaro a' guerra,
e de la nave insieme usciro fora,
e così tosto che fur scesi in terra,
ognuno, senza far lunga dimora,
lo scudo imbraccia e l'usate arme afferra,
pensando ognun di far che caro coste
venire ad assalirgli al crudel oste.
Sì come quando il ciel nube atra copre
e se n'attende orribile tempesta,
il buon pastor, che il gran periglio scuopre,
move la greggia sua da la foresta,
e per non perder le fatiche e l'opre,
fugge l'ira del ciel fiera e rubesta
e raccoglie la greggia in sicur loco,
perché nulla le nuoca il tempo, o poco.
Così que' semidei, que' grandi eroi,
c'han core invitto e corpo di giganti,
Ercole accoglie, ma co' licor suoi
gli unse prima Medea dietro e dinanti,
e gli fe' impenetrabil. Eta poi
venne, con tutta la sua gente, inanti
e disse di dar morte a tutti loro,
se non rendean la figlia e il vello d'oro.
E volto ad Ercol disse: – Sei tu Alcide
di cui 'l nome tra noi sì chiaro suona! –
Rispose: – I' son quel che i tiranni ancide
e tolgo lor lo scettro e la corona! –
Ed io – disse Eta – son quel che conquide
quelli ch'ira e furor troppo oltra sprona,
e poiché parti di provarti meco,
ti avedrai se saprò dar morte a un greco.
E morto te, voglio questi altri tutti
mandar, come son degni, a fil de spada,
e mostrar che destin reo gli ha condutti
a farmi oltraggio ne la mia contrada,
ma voglio che Giason colga altri frutti
de l'opra sua, né qui con gli altri cada,
ma sia qual ladro impeso per la gola
con la malvagia mia iniqua figliuola! –
Volse Giasone ad Eta allor voltarsi
per farlo de l'orgoglio suo pentire:
A me – disse Ercol – deve Giason darsi
tal pugna, poiché viensi egli a me offrire! –
Eta allor, che desire ha di sfogarsi
e fargli a un tratto solo ambi morire,
ambi gli sfida. Ercol gli dice: – Sono
io sol, per far caderti Eta, assai bono!
E se de la battaglia vincitore
i' resto, come credo rimanere,
vo' che più non si faccia alcun rumore,
ma resti il regno a noi tutto in potere,
e se tu vinci me col tuo valore,
tu di noi tutti faccia il tuo volere! –
I Mini consentiro in atto umano,
a quel che detto avea il lor capitano.
Consentì parimenti anch'Eta al patto
e il confirmaro ambi col giuramento,
e (da lor cenno a le lor genti fatto
che si stessero adietro) in un momento,
s'andaro a ritrovar: questi e quegli atto
parimente era e pari avea ardimento,
ugualmente grand'era l'uno e l'altro,
ugualmente al parare e al ferir scaltro.
Eta del brando armata avea la mano,
del tronco Alcide e colpi asperi e fieri
menano entrambi, con valor sovrano,
e mostran ben che son due cavalieri,
cui forse par non ha lo stuolo umano,
al moversi, al parar pronti e leggeri,
in guisa son che l'un non fa sì tosto
il colpo che il ripar l'altro vi ha posto.
La mano e il pié caccia Eta inanzi e al volto
del nemico guerriero il brando spinge,
ma gli è da Alcide il fier disegno tolto
che la spada col tronco egli rispinge;
e senza ch'ei sia dal nemico colto,
di percuotergli il capo accenna e finge,
e poscia il colpo scender lascia verso
il braccio per spezzargliele a traverso.
E se piena giungea quella percossa
non moveva quel braccio unqua più guerra
che 'n tal guisa gli avria fiaccate l'ossa,
ché seria con la man caduto a terra,
ma il fiero Eta, ch'è destro e ha molta possa,
si tolse al colpo per non gir sotterra,
ma non sì ratto fu che nol cogliesse
la mazza ancor che poco mal gli fesse.
Qual leon rugge e pien d'ira si scaglia
con l'unghie adunche e con orribil bocca
contra chi tocco l'ha ne la battaglia,
e l'ira verso lui ruggendo scocca,
tal Eta, pieno d'ira, si travaglia
tanto ch'a Ercol col brando il capo tocca,
e gli dà così cruda botta e fiera
che gli face parere il giorno sera.
Ben gli giovò che impenetrabil fusse,
quando il brando crudel sopra gli scese,
perché con tal valore Eta il percusse,
che poco avrian giovate altre difese;
e con questo anco, il colpo a tal l'indusse
che se bene il leonin cuoio il difese,
costretto fu a piegarsi a quella botta
che ben salda colonna avrebbe rotta.
Come ramo di quercia ch'a gran forza
tirato sia da la gran cima al piede,
se quella fune che l'inchina e sforza,
spezza, al suo loco impetuoso riede,
tal quivi Alcide sorge e si rinforza
e drizza il tronco ove il nemico vede
e ad Eta dà sì crudo colpo al collo
che de la morte sua riman satollo.
Cadde allor Eta, come cader suole
arbor che tronchi il fulmine di Giove,
che gli squallidi rami mostra al sole,
sì ch'a produr non ha più fronde nove;
Absirto, che del padre suo si duole,
inanzi fassi a le seconde prove
e con lui mover fa tutte le squadre
sol per vendetta far del morto padre.
Ercole allor disse: – A te Giove cheggio
che se la fe' se la promessa i' serbo,
questo sleal restar faccia col peggio,
ché viene contra me tanto superbo,
e s'io forse quel fo, che far non deggio,
fammi senza valore e senza nerbo! –
E detto ciò, non men ratto si mosse,
che barbaro si mova da le mosse.
Con Alcide Giason si move ed Ida,
Ifito, Ergino, Castore e Polluce,
e con lor gli altri al ciel mandan le grida,
seguendo il lor vittorioso duce;
Absirto, che nel suo valor si fida,
alla pugna con Ercol si conduce,
pieno di sdegno, come un'aspe crudo,
quell'arma il tronco e questo il brando nudo.
Giasone e gli altri con vantaggio loro,
cercan atterrar tutti i lor nemici,
che contra la fe' data, arditi foro
armar le man contra le lor cervici;
per strazio tale i Mini di coloro
non guardando né a plebe, né a patrici
ch'ognun di lor parve un acceso lampo
che fusse entrato a consumar quel campo.
Nel menar de le man gli occhi volgea
a gli altri suoi Giasone e lor veggendo
fare alte prove, egli solo attendea
lor superare i miseri uccidendo;
e benché fesse molto, gli parea
poco sempre aver fatto e discorrendo
qua e là faceva andar de la contaria
parte man, capi, braccia e busti in aria.
Gli altri, per non restar da Giason vinti,
in uccider color ma vincer lui,
andar faceano a quattro, a dieci estinti,
con varie morti, i tristi a i regni bui,
così essendo costoro a morte spinti,
ove uccider creduto aveano altrui,
quei che potero elesser di fuggire
più tosto che volere ivi morire.
Qual si veggon talor lepri e conigli,
s'improviso lor vien veduto il cane,
perché non gli ancida ei, non gli scompigli,
ritornar, con gran fretta, a le lor tane,
tal par ch'a lor questa gente assimigli
impaurita da le botte strane,
e può ben dir di avere il ciel secondo
ch'ivi al fuggir non è stato secondo.
Ercole, e Absirto punto non cessaro
mentre eran gli altri in mischia, da la pugna,
ma, poiché molti colpi ambi menaro,
come chi pien di sdegno e d'ira pugna,
Alcide a l'oste die colpo sì raro
u' par, che col galon l'anca si giugna,
che senza gambe fe'cadere Absirto,
e col sangue lasciare ivi lo spirto.
Or, morto Absirto, il figlio d'Alcumena
andò a i compagni, e fe' cessar la guerra;
poi disse a quei di Colchi che la pena
avuta aveva il re de la lor terra,
che deve avere, uno ch'a strazio mena
gli uomini e gli fa andar morti sotterra,
e quella Absirto, che dar si richiede
a chi a' patti non sta e rompe la fede.
E che quelli di Colchi, ch'eran spenti,
avuti avean del mal degni supplici,
ma perché egli ed i Mini erano intenti
cangiar l'onte passate in benefici,
gli confortava che fusser contenti
rendersi tutti a lor, come ad amici,
che non men cari gli averian che s'essi
fusser nati con lor d'i padri istessi.
Coloro udito il suo parlar gentile,
ove prima tremavan di paura,
ch'ei non fesse di lor quel che 'n ovile
il lupo fa che cerca la pastura,
risposer tutti, con parlare umile,
ch'a lui rendeansi, a lui davan la cura
del regno e che disposto eran di fare
quel che gli piaceria di comandare.
Ercole allor diede di Colchi il regno
ad Argo, che di Frisso era figliuolo,
e disse: – Questo stato i' ti consegno,
non perché tu abbia già a goderlo solo,
ma co' fratelli tuoi che mi par degno
ché s'Eta ti scacciò del natio suolo,
mentre egli visse e il figlio, or tu il possegga
e co' fratelli e con la madre il regga.
A ciò consentir tutti quei di Colchi
ed Argo a lui grazie infinite rese;
Ercole poi, per ritornarsi a Iolchi,
da tutti lor grata licenza prese,
poi va a la nave, acciò che l'Eusin solchi,
e lui meni e i compagni al lor paese,
contenti avere il vello, aver Medea,
che già ciò ch'avenuto era, sapea.
Che poscia che Giason vincitor vide,
impose fine a tutte le querele,
incontinente il valoroso Alcide
spiegare a l'aure il sen fe' de le vele,
e sino al fine le ebbe così fide
che non si vide in mare onda crudele,
trovaro le Ciane in quel viaggio
ferme come qui il canto anch'io fermo baggio.