XXII
Or ben veggo il tenor de l'empio cielo,
che vuol ch'uom pi` di me doglioso in terra
non scorga quel ch'a noi conduce il giorno,
e che dispensi, ohimè, tutto il mio tempo
tra pianti, tra sospir, tra fiamma e ghiaccio,
or provando la vita e or la morte.
Quella che può donarmi e vita e morte
e può di fosco far sereno il cielo,
freddo il cocente foco e caldo il ghiaccio,
e di leggiadri fior ornar la terra,
trasformando in gioioso ogn'aspro tempo,
non mi rende qual pria l'usato giorno!
Miser, vietommi 'l sol del chiaro giorno
malvagia lingua per condurmi a morte,
onde speme non ho per alcun tempo
di far col mio languir pietoso il cielo,
né lei, che mostra il paradiso in terra,
dal bel petto sgombrar l'orribil ghiaccio.
Nulla poteva in me forza di ghiaccio,
quando gioir mi concedea quel giorno
beltà ch'egual non fu mai vista in terra;
or altro non vegg'io ch'ombra di morte,
e spiego indarno i miei lamenti in cielo,
ma a sì fiero languir non basta il tempo.
Bem mi rimembro, ahi lasso, il dolce tempo,
quando non era il cor mutato in ghiaccio
de la mia donna, che potrebbe in cielo
far pi` tranquillo e pi` soave il giorno,
onde richiamo ognor la sorda morte
che meco i miei dolor richiuda in terra.
Ma pria non si vedrai mai fiori in terra
e cangerassi la stagione e 'l tempo,
e prima si farà benigna morte
ch'io scaldi coi sospir quel duro ghiaccio,
ch'ir mi fa lacrimando notte e giorno
sotto il pi` freddo e tenebroso cielo.
Segua l'usato stile il ciel, la terra,
ché forse un giorno, fra cotanto tempo,
ben fia che 'l ghiaccio romperà mia morte!