[XXII]
Quantunque il capo oppresso di Tifeo,
Etna mostrante le sue ire accese,
sbrigasse sé giungendo a Lilibeo,
e Pachino e Peloro le distese
braccia, e Appennin le gambe, tale
ched e' sorgesse a far le sue difese,
alla nostra non fora mai equale
la sua potenza, quanto che si dica
che molta fosse già in ovrar male;
ne quella della gente che nemica,
i monti l'un dell'altro caricando,
infin al ciel di que' faccendo bica,
s'appressarono a Giove minacciando
per torli il regno, e 'n Flegra poi sconfitti
da lui ch'ancor li spaventa tonando;
né qualunque altri mai furon trafitti
da tel celestiale: adunque presto
ci s'apra il cielo a cui sagliàn diritti.
Se chi vi sta nostro valor molesto
non vuol sentire, e forse a' luoghi bassi
andare ad abitar, lasciando questo,
in quello entrati, saran da noi cassi
l'iddii reggenti, o per grazia ad alcuno
simile scanno a noi forse darassi.
E se resister volesse nessuno,
cacciandol quindi, il faremo abitare
misero con Pluton nel regno bruno.
Nostra virtù sopra le stelle pare,
nobiltà non ha luogo ove ricchezza
i suo' difetti puote ristorare.
La vigorosa e bella giovanezza
che posseggiàn ne fa vie più sicuri,
e d'animo e di cuor ne dà fermezza.
Qua' torri eccelse o qua' merlati muri
ci negherien l'entrare in ogni loco
ove piacesse a noi, per esser duri?
Dunque col carro su del nostro foco
tirati da' dragon ce ne montiamo;
già siam vicini a lui, già distiàn poco.
Se c'è forse negato che v'intriamo,
come Feton l'accese altra fiata,
e così noi la seconda l'ardiamo
con chi dentro vi sta, sì che l'enfiata
ira di noi dimostriàn con effetto
a chi contrario è suto a nostra entrata:
e così si punisca il lor difetto.