XXII

By Niccolò da Correggio

Vive in me più che mai quel gran disio

del cui già nacque il mio sperar tant'alto:

intendami che pò, che me intendo io.

D'esser felice al mondo ognor me exalto,

ma palesar non vo' però la impresa,

temendo de cader ad un sol salto,

ché spesso a una preclara e degna impresa

Fortuna iniurïosa speza l'ale,

d'ardente invidia maculata e accesa.

E però inclusa porto per men male

questa inclita cagion nel mio concetto,

per la cui spero alfin farme immortale:

nasce da lei sì venerando effecto

che ad or ad or transcorro insino al celo

con quella dolce impressïon nel petto.

Tengo nel cor, non nego, un aureo telo,

che ussì già fuor de un vago e ameno sguardo,

ma per più effetti ognor tacendo el celo:

inde deriva el foco onde sempre ardo,

che mai non fia estinto, o sciolto il nodo

che Amor prompto è a legar, al scioglier tardo.

Or non più, no, ché in tal stato mi godo,

però che in servitù d'altrui si dice

che un om se exalta, e però il cel ne lodo.

Affermo, se già dissi, esser felice,

ma discoprir il mio secreto intento,

tu sciai ben, lingua mia, che ciò non lice;

ma tu dì sol che a ciò io son contento,

che adoro ognor quello che 'l mondo onora,

e più non preterir, ch'io no 'l consento,

e come sagia, non exprimer fora

quel che tu sciai, per non sturbar mia pace,

ché ogni felicità fuge in un'ora.

Non esser a' toi danni tanto audace,

ché stolto è quel che se medesmo offende:

però il bel nome altero vella e tace:

altri che lei scio ben che non m'intende.