XXII
Poi ch'altrove il destino andar mi sforza
con quel duol di lasciarti, o mio bel nido,
ch'in me più sempre poggia e si rinforza,
con quel duol, che nel cor piangendo annido,
con la memoria sempre a te ritorno,
o mio patrio ricetto amico e fido:
e maledico l'infelice giorno,
che di lasciarti avennemi; e sospiro
la lentezza del pigro mio ritorno.
Dovunque gli occhi lagrimando giro,
lunge da te, mi sembra orror di morte
qualunque oggetto ancor ch'allegro miro.
Tutto quel che ristora e gioia apporte,
per questi campi e per le piagge amene,
reca a me affanno e duol gravoso e forte.
L'apriche valli, d'aura e d'odor piene,
l'erbe, i rami, gli augei, le fresche fonti,
ch'escon da cristalline e pure vene,
l'ombrose selve, e i coltivati monti,
che da salir son dilettosi e piani,
e più facili quant'uom più su monti,
e tutto quel, che con industri mani
qui l'arte e la natura e 'l ciel opráro,
sono per me deserti alpestri e strani.
Non può temprar alcun dolce l'amaro
ch'io sento de l'acerba dipartita,
ch'io fei dal natio loco amato e caro:
quivi lasciai nel mio partir la vita,
ch'ai piè negletta del mio crudo amante
da me giace divisa e disunita.
E pur tra questi fiori e queste piante
la vo cercando, e di quell'empio l'orme,
ch'ovunque io vada ognor mi sta davante.
E par ch'io 'l vegga, e poi ch'ei si trasforme
or d'un abete, or d'un faggio, or d'un pino,
or d'un lauro, or d'un mirto in varie forme;
parmelo aver negli occhi da vicino,
e le mani a pigliarlo avide stendo,
e la bocca a basciarlo gli avicino:
in questo lo mio error veggio e comprendo,
ché, da l'imaginar e da la speme
delusa, un tronco o un sasso abbraccio e prendo.
Se cantando posar gioiosi insieme
duo augelletti sopra un ramo veggo,
con quel desio ch'Amor dolce al cor preme,
del mio misero stato, e più m'aveggo
che col rimedio de la lontananza,
dov'altri non m'aita, invan proveggo.
Stan pur duo uccelli in lieta dilettanza,
godendo di quel bene unitamente,
ch'al lor desire agguaglia la speranza;
ne le selve e nei boschi Amor si sente,
dal consorzio degli uomini sbandito,
tra i bruti, i quai pur s'aman parimente;
un concorde voler al dolce invito
de la gioia d'amor le fiere tragge,
con affetto in duo cori egual partito;
per monti e valli e selve e lidi e piagge,
quinci e quindi congiunta in modo stretto
coppia sen va di due bestie selvagge:
e l'uom, dal cielo a dominar eletto
tutti gli altri animali de la terra,
dotato di ragione e d'intelletto;
l'uom, che se non vuol, rado o mai non erra,
fa, nei desir d'amor dolci, a se stesso
così continua abominosa guerra,
sì ch'a lui poi d'amar non è concesso,
senza trovar di repugnanti voglie
de la persona amata il core impresso.
In ciò contrario a le donne si voglie
più ch'agli uomini 'l ciel; ch'amano senza
sentir quasi in Amor altro che doglie.
Far non può de le donne resistenza
la natura sì molle ed imbecilla,
di Venere del figlio a la potenza;
picciol'aura conturba la tranquilla
feminil mente, e di tepido foco
l'alma semplice nostra arde e sfavilla.
E quanto avem di libertà più poco,
tanto 'l cieco desir, che ne desvia,
di penetrarne al cor ritrova loco;
sì che ne muor la donna, o fuor di via
esce de la comun nostra strettezza,
e per picciolo error forte travia.
Quanto a la libertate è manco avezza,
tanto in furia maggior l'avien che saglia,
s'Amor quei nodi violento spezza;
né per poco vien mai che doglia assaglia
per tirar il suo amante al suo desio
ma ciascun mezzo prova quant'ei vaglia.
Così sforzata son di far anch'io,
d'amor ne la difficile mia impresa,
per ottener il ben ch'amo e desio;
e, se ben fatt'a me vien grande offesa,
nullo argomento usato in espugnarti,
amante ingrato mi rincresce o pesa.
Per darti luogo, venni in queste parti,
ed al tuo arbitrio di te cassa vivo,
sperando in tal maniera d'acquistarti.
Qui, dov'è 'l prato verde e chiaro il rivo,
venni, e de le dolci onde al roco suono,
e degli uccelli al canto e parlo e scrivo.
In luogo ameno e dilettevol sono,
ma non è quivi l'allegrezza mia,
se non quanto di te penso e ragiono;
anzi 'l pensar di te dagli occhi invia
lagrime amare, e de l'altrui piacere
sento più farsi la mia sorte ria.
L'altrui gioie d'amor tante vedere
a le fiere, agli augelli, ai pesci darsi
mi fa nel mio dolor più doglia avere:
non può l'invidia mia dentro celarsi,
ma con sospiri e pianto, e con lamenti
vien per la bocca e gli occhi a disfogarsi.
Ben più, che degli altrui dolci contenti,
allargo 'l pianto e senza fin mi doglio
de l'acerba cagion de' miei tormenti;
ma, poi d'ammollir tento un aspro scoglio,
che più s'indura, e più s'impietra, quanto
più mostro il sospiroso mio cordoglio,
e poi che 'l mio dolor ti giova tanto,
io mi vivrò, tra queste selve ombrose,
sol de la tua memoria e del mio pianto.
Qui farà l'ore mie liete e gioiose
veder che 'l prato, il poggio, il bosco e 'l fiume
dian ricetto a l'altrui gioie amorose;
veder per natural dolce costume
gli augei, le fiere e i pesci insieme amarsi
in modo, che da l'uom non si costume;
e senza alcun sospetto insieme andarsi
liberamente ovunque Amor gli guide,
e l'uno in grembo a l'altro riposarsi.
Nulla il gran lor piacer toglie o divide,
ma sempre il sommo lor diletto cresce;
di che me, con duol mista, invidia uccide.
Ecco, che fuor d'un antro, or ch'io parlo, esce
coppia felice di due dame snelle,
cui sempre star in un sol luogo incresce;
e là due rondinette unirsi anch'elle
veggo in un ramo verde. Ahi del mio amante
voglie contrarie al mio desir rubelle!
Dove parlan d'amor l'erbe e le piante,
dove i desir d'ognun sono concordi,
in quest'almo paese circostante
m'addusse Amor, perch'io più mi ricordi,
ne la dolcezza de l'altrui venture,
dei pensier d'uom crudel dai miei discordi.
Né questo accresce sol le mie sventure,
per prova intender dai boschi e dai sassi
quanto sian meco acerbe le sue cure;
ché sempre avanti a la memoria stassi
quanto, per fuggir l'odio di colui,
da la patria gentil mi dilungassi:
da quell'Adria tranquilla e vaga, a cui
di ciò che in terra un paradiso adorni
non si pareggi alcun diletto altrui:
da quei d'intagli e marmo avrei soggiorni,
sopra de l'acque edificati in guisa,
ch'a tal mirar beltà queto il mar torni;
e perciò l'onda dal furor divisa
quivi manda a irrigar l'ama cittade
del mar reina, in mezzo 'l mar assisa,
a' cui piè l'acqua giunta umile cade
e per diverso e tortuoso calle
s'insinua a lei per infinite strade.
Quivi tributo il padre Ocean dàlle
d'ogni ricco tesoro, e 'l cielo amico
ciascun'altra a lei pon dopo le spalle;
sì che nel tempo novo o ne l'antico
non fu mai chi tentasse violarla,
ch'al pensar sol confuse ogni nemico.
Tutto 'l mondo concorre a contemplarla,
come miracol unico in natura
più bella a chi si ferma a mirarla,
e, senza circondata esser di mura,
più d'ogni forte innaccessibil parte
senza munizion forte e sicura.
Quanto per l'universo si comparte
d'utile e necessario a l'uman vitto,
da tutto l'universo si diparte;
ed, a render recato a lei 'l suo dritto,
di quel, che in lei non nasce, ella più abonda
d'ogni loco al produr atto e prescritto,
sì ch'eterna abondanzia la circonda,
e di tutti i paesi fruttuosi
più ricca è d'Adria l'arenosa sponda.
Altro che valli amene o colli ombrosi
sembrano d'Adria placida e tranquilla
i palagi ricchissimi e pomposi.
Il mar e 'l lito quivi arde e sfavilla
d'amor, che tra nereidi e semidei
quell'acque salse di dolcezza instilla.
Venere in cerchio ancor degli altri dèi
scende dal ciel su questa bella riva,
con l'alme Grazie in compagnia di lei.
E senza che più avanti io la descriva,
per fortuna noiosa e violenta,
gran tempo son di lei rimasta priva:
per far la voglia altrui paga e contenta
io diparti', sperando alfin quell'ira,
se non estinguer, e far tepida e lenta.
Or, che quanto si piange o si sospira
per me infelice è tutto sparso al vento,
ché 'l mio amante la vista altrove gira;
poi che 'l crudele ad altro oggetto è intento,
perché lontan da la mia patria amata
vo facendo più grave il mio tormento?
Ma, se t'ho follemente, Adria, lasciata,
del cor l'arsura alleviar pensando,
dal mio danno veder allontanata,
l'ardor più tosto è in ciò gito avanzando,
e con la gelosia e col sospetto
s'è venuto più sempre riscaldando.
L'altrui d'amor goduto a pien diletto
per questi campi, e 'l temer che compagna
l'empio, a me, non faccia altra del suo letto,
e de la patria mia celebre e magna
gli alti ornamenti e lo splendor superno
qui 'l bosco odiar mi fanno e la campagna:
ad Adria col pensier devoto interno
ritorno e, lagrimando, espressamente
a prova del martìr l'error mio scerno.
Ma, se 'l suo fallo scema chi si pente,
d'esser da te partita mi pentisco,
o mio bel nido, e me ne sto dolente;
e, dapoi che non cessa il mio gran risco
per lontananza il meglio è ch'io mi mora
del gran dolor che per amar soffrisco,
senz'a' miei danni aggiunger questo ancora,
di far da le mie cose a me più care
per tanto spazio sì lunga dimora.
Perch'alfin mi risolvo di tornare,
e, se non m'è contraria a pien la sorte,
se ben un'ora un secolo mi pare,
spero tornar in spazio d'ore corte.