XXIII
Perseverando in sanità la mente
volgete a governar la casa vostra,
che a mezo in ciò non si è mai diligente.
E se mai fu bisogno, a l'età nostra
esser mi par, che tanto il lusso regna,
e che di sé fa sì superba mostra.
Del grado suo ciascuno hora si sdegna,
con veste e con addobbi a questa etade
d'apparir Duca o Re ciascun s'ingegna.
Oltra che poca fede hanno, e bontade
maggiordomi, fattori e simil genti,
c'han d'usurparci ogni hor gran libertade.
Però s'huopo fu mai che diligenti
siano i patroni, accorti e circospetti
la notte e il giorno ad ogni cosa intenti,
bisogna a questa età per più rispetti;
che a dirgli tutti non sendo sicuro
tacer gli voglio e mettergli per detti.
Né fare anotomia di quei mi curo,
ond'anco illustri Arpin sono, e Stagira,
che il boccon troppo è da i miei denti duro.
Ma fisso ad una prattica la mira,
fondata sopra quella usanza bona,
che a l'util misto con l'honore aspira,
ragionarò con voi, come ragiona
buon padre, cui del caro unico figlio
di salute desio, non d'altro sprona.
Né solo a voi giovare il mio consiglio,
ma insieme a tutti quei sarà bastante,
che per la gioventù stanno in periglio.
In ciascun nostro affar che sia importante,
consiglio habbiate, non potendo aiuto,
ma quel sempre chiedete al fatto inante.
Faccia i fatti suoi bene, e sia tenuto
giusto e prudente per commun parere,
e sia di pelo il consiglier canuto.
Per coltivar vostri terreni, havere
cercate fidi e commodi villani,
e spesse volte quei gite a vedere.
Leggete, e spesso habbiate ne le mani
Caton, Varron, Palladio e Columella,
che mai non fian sì fatti studii vani.
Leggete anco il Crescentio, che di quella
facultà parla, e da saggi scrittori
fu la sua lingua riputata bella.
Fate che i vostri agenti e dentro e fuori,
secondo quei che pon trovarsi adesso,
de i più fidati siano e de i migliori.
E de i maneggi lor dian conto spesso,
tenendo a quei la briglia e stretta e corta,
e questi conti rendano a voi stesso.
Mentre voi sète in letto, s'ogni porta
sta chiusa laudo, e se chi n'ha la cura
le chiavi sempre in camera vi porta.
Fuggite il torre a cambio, ch'ogni usura
la notte e il giorno ogni interesse rode
senza termine alcun, senza misura.
E perché usar non vi si possa frode
sempre a contanti, ch'io non vuo' credenza,
comprate, a far così meglio si gode.
Vendita o compra non si faccia senza
vostra saputa, e siate in ciò sottile,
ritrovandovi sempre a la presenza.
Per tempo, o sia d'ottobre, o sia d'aprile,
fuor del letto a ciascun l'occhio rivolto
per casa habbiate, e ciò sia vostro stile.
Non dissegnate mai sopra il ricolto,
se non d'un anno dopo, e in rotta vanno
quei, che sel mangian prima che sia colto.
Fate banchetto una sol volta l'anno;
e men, se far si può, fuggite il gioco
cagion d'ogni vergogna e d'ogni danno.
Non conversate mai pur un sol poco
con certa gente vile e bisognosa,
che tinge qual carbon, bruscia qual foco.
Non sia la casa vostra numerosa
di servitori più che sia bisogno
e fermo ordine habbiate a ogni cosa.
Fuggite il far l'alchimia, e mi vergogno
pensando quanti saggi hanno il cervello
perduto dietro a così fatto sogno.
De le donne impudiche io non favello,
superfluo giudicando a voi dir questo,
che sète accorto e d'intelletto bello,
di poco ingegno inditio manifesto
sarebbe a lasciar l'oro per l'ottone,
oltra ch'è contra l'utile e l'honesto.
Gran biasmo Glauco, e gran riprensione
del baratto che fe' con Diomede,
riportar sento, e non senza ragione.
Se i miei consigli dativi con fede,
con gran sincerità, con puro affetto
senza speranza alcuna di mercede,
vi restaranno impressi in mezo il petto,
e fissi con tal forza dentro al core,
che gli accettiate e mandiate ad effetto,
le vostre facultadi a tutte l'hore
di bene in meglio andranno, e non sarete
ne la terra usurpato mai, né fuore
ma sopra il tutto di gratia attendete
(vuo' tornar questo a dirvi un'altra volta)
che teso laccio non vi sia né rete.
Da certe genti, che sen vanno in volta,
cercando sempre a naso i vostri pari
per farne preda con malitia molta.
Da prima tengon modi astuti e rari
l'amorevol facendo, e il buon compagno,
fin che si avveggian, che vi siano cari.
Poi subito (la mira al far guadagno
sempre havendo) con l'unghie acute e torte
gremiscon stretto, come augel grifagno.
Deh, fuggite, per Dio, più che la morte
queste sirene lime sorde harpie,
fate che chiuse ogni hor trovin le porte.
E quando cercaran tutte le vie
per acquistar la gratia vostra, alhora
vi siano a mente le parole mie.
Ma di fornir parendomi già l'hora
questa seconda parte, mi sovviene
d'un bello essempio, e vuo' dir questo anchora.
Ne la nostra città, che d'ogni bene
ricetto essendo, per dono divino,
quel bel nome acquistò, c'hoggi anchor tiene,
fu già molti anni sono un cittadino
di nobil casa, il qual lasciò un figliuolo
quel dì, che gli prescrisse il suo destino.
Nobile e ricco e giovinetto e solo
questi rimase, e da principio segno
mostrò che il capo ogni hor gli andasse a volo,
onde correano a lui senza ritegno
quei tali, che pur dianzi io vi dicea,
facendo ogniun sopra l'altrui dissegno.
Tutto quel, che per casa si facea,
non è possibil di narrarvi, basta
che l'acqua al suo molin ciascun trahea.
Quel giovenetto, ch'era buona pasta,
pativa per conciar la vesta altrui,
che restasse la sua stracciata e guasta.
Come andasser le cose, io lascio a vui
pensarlo, quando in casa ciascun'era
reverito e stimato più di lui.
Costor gli persuasero una sera,
ch'acquistarebbe honor sublime e raro
col far qualche viaggio a primavera;
seco a Venetia in somma se n'andaro,
dove di scuti una gran borsa spese,
che a ricusar mai non ci fu riparo.
E poi ch'ivi fu stato più d'un mese,
con tutta questa bella compagnia
di danari leggier tornò in paese,
ma carchi tutti quei di mercantia,
tra l'altre cose portaron con loro
un vasselletto pien di malvasia.
E chiamandol mio ben, gioia e ristoro,
gli stavan tutti inginocchiati intorno,
di fiori coronandolo e d'alloro;
poscia in tal guisa vagamente adorno
lo salutavan qual cosa divina
la sera, la diman, la notte e il giorno.
E prima che levassero la spina
per empir quel bicchier, c'haveano in mano,
dicean sua colpa con la faccia china.
Poi quando il vino incominciò pian piano
ad uscir fuori, ogniun gli facea voto,
se non andava per cavarne in vano.
Misericordia, o Dio, poi che fu voto,
tal strepito e romor non s'ode quando
giostra insieme Aquilon, Vulturno e Noto.
Se i buon cerchi eran d'huopo, io non dimando
hor'alto, hor basso in guisa per le scale,
come per sdegno quel givan ruotando,
facendo altrui parer, ch'egli habbia l'ale,
tanto a sbalzarlo ogni un destro s'accorda
d'intorno e per le loggie e per le sale.
Poi stretto l'appiccaro ad una corda,
dondolandolo al tetto ben legato,
e percotendol con la voglia ingorda.
Quel giovenetto alhor stava da lato
guardandogli, e pensoso alquanto in vista,
da l'esser suo primier tutto cangiato;
tra se stesso dicea: “tal premio acquista
chi si ritrova il suo tutto haver speso,
per gradir gente sì malvagia e trista.”
Fin che il vassello o molto, o poco ha reso,
come ogniun fosse stato innanzi a Dio,
s'inginocchiava a riverirlo inteso.
E hor ch'è vuoto come un ladron rio,
ciascun lo sbalza e lo percuote a gara,
onde fia ben, ch'io pensi al fatto mio;
beato è quel che a l'altrui spese impara.