XXIII
Deh! tacete tutti quanti
e gustate questi canti.
Chi di ben far si diletta,
al ben fare è sempre unito;
ogni ben merita spetta,
ogni mal sarà punito.
No’ abbiam preso partito
di far queste alme felice
ch’eran tutte meretrice
come mostran ne’ sembianti.
Un gran merito ci pare
trarle di quel vitupero;
elle non vogliono entrare
a gnun modo in munistero:
no’ abbiam fatto pensiero
che ciascuna si mariti.
Son variati gli appititi:
chi ne vuole si faccia avanti.
Elle son giovane e belle,
la Diamante e la Francesca
grande son sanza pianelle
e la Margante tedesca;
Magdalena bianca e fresca
che par proprio un sermollino,
suo’ begli occhi e ’l suo bocchino
han già presi mill’amanti.
Elle son sanza danari
e così vi sarà mòstro;
ma noi non saremo avari:
vi vogliam metter del nostro,
darén loro altro che ’nchiostro,
quel che vi sarà promesso;
chi ’l volessi far adesso
gliel darén tutti contanti.
Deh! pigliatela a bell’agio!
Non si vuol sí tosto fare:
nel menare la cosa adagio
alle volte suol giovare.
Deh, vogliateci acconciare
in modo che ce ne giovi,
ch’altri poi non si ritruovi
a stentare in doglie e ’n pianti.
No’ abbiam disposto il core,
così siàn diliberate:
voler vivere a onore
come donne costumate.
Ma guardate a chi ci date
e ponete qui gli orecchi:
non ci maritate a vecchi,
ché non son punto costanti.
No’ non siamo us’a stentare,
anco siamo us’a godere,
ben vestire e ben calzare,
assa’ carne use d’avere;
e ciascuna ha un podere,
che, se gli è ben lavorato,
se si fa olio in gnun lato,
quel ne fa sette cotanti.
Vo’ sarete acconce in modo
che ciascuna fie contenta.
Fate pur d’aver buon sodo,
questo sol vi si rammenta :
fate poi buona sementa:
e la casa n’empierete:
quante piú ne riporrete
gioverànne a tutti quanti.