XXIV – Alamanni

By Giacomo Leopardi

Il pio cultor non deve solo

Sostener quello in piè, ch'il padre o l'avo

De le fatiche sue gli ha dato in sorte;

Ma afar, col bene oprar, che d'anno in anno

Cresca il patrio terren di nuovi frutti,

Quando l'albergo umil di figli abbonda.

Né veggia, oimè, tra pecorelle e buoi

La figlia errar dopo il vigesimo anno,

Senza ancor d'Imeneo gustar i doni,

Diiscinta e scalza, e di vergogna piena

Fuggir piangendo per boschetti e prati

L'antica compagnia, che in pari etade

Già si sente chiamar consorte e madre:

Né i miseri figliuoi, pasciuti un tempo

Pur largamente nel paterno ostello,

E di quel sol che ne i suoi campi accolse

Dolci e nativi; in tenerella etade,

Di peregrin maestro impio flagello

Sentir, la madre pia chiamando indarno,

A le fonti menando, a i verdi prati

Le non sue gregge; e le cipolle e l'erba,

Lassi, mangiar, vedendo in mano a i figli

Del suo nuovo signor formaggio e latte:

Siccome oggi addivien tra i colli toschi

De i miseri cultor; non già lor colpa,

Ma de l'ira civil, di chi l'indusse

A guastar il più bel ch'Italia avesse.

Or chi vuol ne l'età canuta e stanca

Di pigra povertà non esser preda,

E poter la famiglia aver d'intorno

Lieta, e la mensa di vivande carca;

Ne la nuova stagion non segga in vano:

Ch'or rinnuovi or rivesta or pianti or cangi,

Pur secondo il bisogno, or vigne or frutti.