XXIV. - Ancora contro l'instabilità delle donne
Non vo' più seguire Amore
che più volte m'ha tradito;
m' ha condotto a tal partito,
ch' i' 'l bestemmio a tutte l'ore.
I' soleva andar cantando
con piacere e con diletto
e d'Amor versificando
come suo fedel suggetto;
ora m'è tanto 'n dispetto,
ch' i' disamo ognuna ch'ama
perché non è gnuna dama
ch'abbi stabile il suo core.
Nel principio ciascheduna
paion tutte pudicizia;
o vuo' bianca o rossa o bruna,
son fontana di malizia,
e tant'è la lor nequizia
e la loro ingorda voglia,
che le fan come la foglia
che si volta a tutte l'ore.
Ben è matto quel che crede
a nessuna maritata,
a' lor giuri o a lor fede,
o di gnuna che sie nata:
chi ne vuol buona derrata,
tolga quel che ne può avere
e muti spesso podere
come lor lavoratore.
E' si vuol con dolce modo
con lor sempre stare all'erta,
e se tu la truovi in frodo
da' le carte alla scoperta:
levar altri e sé di giuoco,
lasciar lei in guerra e 'n fuoco,
in affanni ed in dolore.
Molte volte ho già udito
dir questo proverbio antico:
che chi la fa al marito
la può ben far all'amico.
I' so ben quel ch' i' mi dico,
e d' intorno c' è chi 'ntende;
ma chi mal per ben mi rende
fie punita dell'errore.